4 July 2022 Versione CEI 2008

Nota sulla festa liturgica di “Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo”

Il tema del «regno/regalità» è un tema un po’ fuori moda dall’orizzonte della nostra cultura che vive e si sviluppa in un contesto di democrazia. Anche i molti re e regine che esistono ancora sono solo poco più che simboli folcloristici. La festa liturgica di “Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo” fu istituita nel 1925 da Pio XI.

In Italia già da tre anni (1922) era al potere Mussolini che presentava il fascismo come una religione civile e totalizzante. Ciò non toglierà di giungere ad un accordo che sfocerà nei Patti Lateranensi del 1929. All’orizzonte dell’Europa cominciava a profilarsi la tragedia che tredici anni dopo (1933) portò Hitler alla Cancelleria tedesca, dando inizio allo scempio nazista, che fu e resta come un marchio di vergogna per l’intera Europa. In Russia da otto anni (1917) imperversava la rivoluzione bolscevica, all’insegna dell’ateismo di Stato in sostituzione della religione di Stato. Ogni espressione religiosa viene repressa come alienazione e combattuta come strumento di oppressione del popolo.

In questo senso la festività di Cristo Re voleva essere un vero e proprio ridimensionamento della superbia umana, che pretendeva di governare il mondo con sopraffazione e dittatura. Nella “mens” di papa Pio XI, questa festa intendeva contrastare le velleità di questi movimenti o poteri politici, relativizzandoli. Tuttavia il linguaggio usato era sì biblico ed evangelico, ma inevitabilmente vecchio e anacronistico per quel momento storico, in quanto si serviva di immagini e di modelli (re, regno, regalità) che nell’immaginario collettivo popolare erano ormai inevitabilmente consunti e superati.

“Ci deve pur essere un punto di vista dal quale il Cristo e la Terra appaiono situati in tal modo, l’Uno in rapporto all’Altra, che io non potrei possedere l’Uno se non abbracciando l’Altra, comunicare con l’Uno se non fondendomi con l’Altra, essere cristiano se non essendo disperatamente umano”. (Teilhard de Chardin, Recherche, travail et adoration).

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