27 January 2022 Versione CEI 2008

Jean Corbon – Ascensione: aurora che rischiara

Ascensione: aurora che rischiara

Come conosciamo il Signore? Chi è veramente per noi Gesù? Egli ci sembra sempre lontano, assente. Non è affatto evidente nelle nostre vite: non lo vediamo, non lo udiamo, non lo tocchiamo. E in fondo cosa accadrebbe anche qualora potessimo vederlo, udirlo, toccarlo? Egli sarebbe al di fuori di noi, sarebbe altro. Certo, lo è, ma lo sarebbe in maniera impenetrabile. E allora, rimarremmo nella nostra solitudine, nella nostra scissione. La miglior prova di questo è che gli altri non sono lontani, non sono assenti: li vediamo, li udiamo, li tocchiamo, eppure restano impenetrabilmente al nostro esterno, e ciascuno va avanti pian piano ma risolutamente nella propria solitudine e nella propria scissione. Se comprendessimo questa evidente realtà, comprenderemmo anche che il nostro Dio non sta sulle nuvole. L’immagine del “cielo” che viene spesso impiegata, soprattutto ai nostri giorni, è l’immagine di questo meraviglioso “Altro” che è il Dio vivente, il quale tuttavia non è altrove: è qui, eppure è totalmente altro. E comprenderemmo pure che il nostro Dio non è al di fuori della nostra condizione umana: è realmente in mezzo a noi, si è fatto carne. Quello che oggi siamo chiamati a contemplare è la meraviglia dell’uomo trasformato in lui. Questa festa dell’Ascensione è la grande festa della sua verità, di quella verità verso la quale lo Spirito di verità cerca incessantemente di condurci (cf. Gv 16,13), una verità insondabile, inesauribile, come l’amore con cui siamo amati: è la verità della sua condizione carnale, umana, umile… Egli è veramente colui che possiamo raggiungere e toccare al di là di ogni contatto, che possiamo ascoltare al di là di ogni suono, che possiamo vedere al di là di ogni visione. Perché?

Perché si è abbassato fino ad assumere la nostra condizione, e la nostra condizione di schiavi: fino alla morte, e fino in fondo alla nostra morte. È questo che continua a scandalizzarci, che non sale dal fondo del nostro cuore, che non assomiglia a nulla di ciò che conosciamo. Ecco allora perché, in questa ascensione del Signore, nella sua esaltazione, c’è per noi un capovolgimento necessario da operare. Il Signore, infatti, non è lontano, non è assente. Lo si vede, lo si ode, lo si tocca. Egli è dentro di noi, non è altro. Ci penetra e noi siamo in lui. Non vi è più né solitudine né scissione.

Questo capovolgimento sta nel fatto che ciascuno di noi in verità può scoprire che la propria umanità non è più soltanto la propria. Nei suoi più piccoli dettagli, in tutte le sue pieghe, anche in quelle minime, nelle sue complicazioni o nelle sue piccole illuminazioni, la mia umanità è quella di Cristo. È lui ad assumerla, a farla sua. E io posso vederlo e scoprirlo solo perché la sua presenza sale, come il sole dell’ascensione, come un’aurora che rischiara a poco a poco anche il più piccolo anfratto della nostra terra, e che illumina da dentro questa dimora del Dio vivente costituita da ciascuno di noi.

La mia umanità non è più mia, è sua. Allora io chi sono? Che cosa sono? Ebbene, è la sua meraviglia, la sua divinità diremmo in termini tecnici, è la sua meraviglia a diventare la mia vita. Ecco lo sradicamento, la lacerazione necessaria della croce e della morte per passare alla vita: non essere più se stessi ma diventare lui, perché egli non si appartiene più ma ormai appartiene a noi. “Non sono più io a vivere”, dice Paolo, e ciascuno di noi è chiamato a riscoprirlo, “ma è Cristo che vive in me”. In fondo, il nostro capovolgimento non è altro che il movimento mediante il quale il Verbo adorabile del Padre è diventato nostro una volta per tutte; è il movimento stesso della sua umiliazione, di quell’umiltà che ci fa diventare grandi, di quell’abbassamento attraverso il quale veniamo innalzati. Ecco la verità compresa in ogni istante dell’ascensione del Signore. Noi viviamo la sua ascensione solo nella misura in cui viviamo la sua umiliazione.

Il Signore non è lontano, egli è presente istante dopo istante, nelle nostre umanità. È altro da noi, certo, è Gesù, senza confusione, ma è la nostra umanità ad esser diventata sua… La nostra vera vita è nascosta nel Padre. È là che diverremo noi stessi se acconsentiremo a essere trasformati. È là che il nostro essere diverrà come una domanda, una richiesta essenziale, un gemito che raccoglierà in sé tutte le invocazioni degli uomini; un gemito che, mettendoci in comunione con gli altri, farà del nostro respiro secondo lo Spirito una continua intercessione.

(Jean Corbon, La gioia del Padre. Omelie per l’anno liturgico dall’evangelo secondo Luca)

JEAN CORBON

Jean Corbon nacque a Parigi nel 1924.

Entrò nella congregazione dei Padri Bianchi nel 1941. Durante la seconda guerra mondiale era stato richiamato alle armi; fu ordinato sacerdote nel 1951. Dopo un soggiorno in Egitto e in Libano scoprì di avere una vocazione orientale: Fu accolto nella eparchia greco-cattolica melchita di Beirut. Ancora prima del Concilio Vaticano II, a cui partecipò come interprete per gli osservatori non cattolici, fu un pioniere dell’ecumenismo.

Morì il 25 febbraio 2001.

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