3 July 2022 Versione CEI 2008

Introduzione letteraria al Vangelo di Matteo

Corso Biblico Diocesano 2004

Evangelo secondo Matteo

Conversazioni bibliche di don Claudio Doglio

Sommario

Questo corso è stato tenuto nell’ambito della scuola diocesana di Teologia, nei mesi di ottobre-dicembre 2004: Riccardo Becchi ha trascritto con diligenza il seguente testo dalla registrazione

Introduzione letteraria a Matteo

A questo punto possiamo ancora osservare come è composto ed organizzato il Vangelo secondo Matteo; questo è lo schema riassuntivo.

Cap. 1-2 Introduzione
« 3-4 Inizio del ministero
« 5-6-7 DISCORSO DELLA MONTAGNA
« 8-9 Miracoli
« 10 DISCORSO MISSIONARIO
« 11-12 Opposizione al Messia
« 13 DISCORSO PARABOLICO
« 14-17 Fondazione della Chiesa
« 18 DISCORSO ECCLESIALE
« 19-22 Scontro con Israele
« 23-24-25 DISCORSO ESCATOLOGICO
« 26-28 Eventi finali: morte e risurrezione (Pasqua) del Messia

I cinque discorsi

Il redattore ha messo insieme il materiale e ha dovuto dare a questo materiale una forma. Immaginate voi di avere tanti foglietti con le parole di Gesù o con i racconti di episodi importanti della sua vita. Se doveste mettere insieme tutto questo materiale dovreste scegliere una forma e difatti i quattro evangeli hanno una forma diversa perché i quattro redattori hanno adoperato lo stesso materiale in ordine diverso.

Ci sono tanti piccoli interventi di Matteo, ma li vedremo di volta in volta; adesso, all’inizio, ne vogliamo notare uno che è il più importante. Ci sono, all’interno del racconto di Matteo, degli indizi testuali, cioè delle piccole particolarità, che ci aiutano a ricostruire la struttura; potremmo paragonarle ai sassolini di Pollicino, la favola dei sassolini bianchi lasciati cadere nella strada del bosco per ritrovare la strada di casa. Gli autori fanno così con le loro opere, lasciano dei segni per chi vuole trovare la strada.

In Matteo c’è un indizio di struttura, un particolare importante: nel suo evangelo ci sono cinque versetti quasi uguali che fanno intuire una intenzione dell’autore. Proviamo a verificare questo indizio.

Il primo lo troviamo alla fine del cap. 7 versetto 28.

7,28Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento.

Sfogliando il vangelo e andando avanti troviamo un altro versetto simile al cap. 11 versetto 1

11,1Quando Gesù ebbe finito di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Terzo versetto simile lo troviamo al cap. 13, versetto 53

13,53 Quando Gesù ebbe terminato queste parabole, partì di là

La traduzione italiana non sempre è corrispondente, cerca di variare un po’, ma nell’originale c’è una identità di formulazione. Sfogliamo ancora il vangelo, andiamo avanti, e arriviamo al cap. 19, versetto 1, dove troviamo:

19,1 Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.

Quarto versetto uguale: quando Gesù ebbe finito questi discorsi, queste istruzioni, queste parabole, questi discorsi. Ancora avanti, al cap. 26, versetto 1 troviamo per l’ultima volta un versetto simile:

26,1Quando Gesù ebbe finito tutti questi discorsi, disse ai suoi discepoli: 2«Voi sapete che fra due giorni è Pasqua.

Cinque versetti praticamente uguali che sottolineano la fine di un discorso e allora che cosa vuol dire l’evangelista? Che ci sono cinque discorsi.

Questi versetti che noi abbiamo trovato sono la chiusura; è come tirare una riga su un libro, una nota a matita: fine. Qui finisce un discorso e subito dopo comincia qualcos’altro.

Se per cinque volte un autore ripete la stessa formula per dire: qui finisce un discorso e la quinta volta aggiunge: tutti questi discorsi, vuol dire che lui ha pensato l’insieme organizzando cinque discorsi. Difatti il Vangelo secondo Matteo è strutturato in cinque grandi discorsi di Gesù che non ci sono negli altri evangelisti. Questa struttura è una impostazione originale del primo evangelista.

Ci accontentiamo di elencarli, poi vi ritorneremo con più attenzione la prossima volta.

Il primo discorso, grande e programmatico è il discorso della montagna che occupa i capitoli 5-6-7, tre grandi capitoli tutti di “detti”, cioè di parole, di insegnamenti. Non si tratta di un discorso omogeneo, ma di una antologia di versetti cuciti insieme da Matteo, dall’evangelista. È l’evangelista che ha messo insieme un insegnamento programmatico; vi dicevo prima: uno schema scolastico. In questi tre capitoli è concentrato l’insegnamento fondamentale e introduttivo di Gesù.

Secondo discorso: il capitolo 10 contiene il discorso missionario, la missione degli apostoli e le istruzioni su come comportarsi fuori, nei confronti dei lontani, di quelli a cui la comunità è mandata ad annunciare il vangelo. Un capitolo che raccoglie l’insegnamento missionario di Gesù.

Terzo discorso: al capitolo 13, tutte parabole – sette parabole – è il discorso parabolico, è il discorso per immagini, è la rivelazione del mistero del regno dei cieli.

Su cinque discorsi il terzo è quello centrale; siamo in mezzo al vangelo e in mezzo a questo discorso l’autore – redattore si presenta: lo scriba divenuto discepolo. Al capitolo 13 abbiamo il cuore del Vangelo secondo Matteo, il centro, la rivelazione del mistero.

Quarto discorso: capitolo 18; dà le indicazioni alla Chiesa per la vita interna.

Notate il rapporto: il secondo discorso parlava della Chiesa verso l’esterno, il capitolo 18 parla della Chiesa al proprio interno. È il discorso ecclesiale, è il discorso del perdono, della correzione fraterna, dell’impegno all’interno dalla comunità cristiana. Poi c’è l’ultimo discorso che fa inclusione con il primo.

Quinto discorso, comprende i capitoli 23-24-25; tre capitoli come per il primo discorso. Il capitolo 23 fa già parte del discorso proprio perché contiene i guai, otto guai che fanno pendant con le beatitudini del capitolo 5. È il discorso escatologico; otto

beatitudini che si contrappongono alla fine a otto guai; è il rovescio della medaglia. Il primo discorso, di tre capitoli, è programmatico introduttivo; l’ultimo discorso, sempre di tre capitoli, di nuovo ampio, è escatologico, cioè relativo alla fine, al compimento. Cinque grandi discorsi in tutto.

Perché cinque? Perché il numero ha una valenza teologica, il cinque è il numero della legge, il Pentateuco. La legge di Israele è in cinque volumi e Matteo ha scolasticamente progettato il nuovo Pentateuco, la nuova legge in cinque grandi discorsi antologici, redazionali. I cinque discorsi di Gesù sostituiscono i cinque libri di Mosè, è la nuova legge che viene proclamata e la struttura del vangelo già nella sua elaborazione annuncia questa novità. È uno scriba che ha tirato fuori dal suo tesoro il materiale nuovo e ha conservato anche l’antico.

Per adesso ci fermiamo, ripartiremo di qui la prossima volta per approfondire questa struttura e vedere le caratteristiche principali dell’opera.

La comunità dell’evangelista

Le informazioni desunte dalla tradizione patristica dicono che Matteo scrisse per gli ebrei nella loro regione; dall’analisi dell’opera stessa questa indicazione viene confermata ed anche ulteriormente chiarita.

L’ambiente culturale in cui il Vangelo secondo Matteo è stato scritto sembra essere quello giudeo–ellenistico, abbastanza vicino al territorio di Israele e notevolmente influenzato dalla problematica teologica del giudaismo centrale. Tuttavia i lettori a cui l’evangelista si rivolge sembra non conoscano l’ebraico, giacché egli traduce in greco alcune parole ebraiche che inserisce nel testo: «Emmanuel» (1,23), «Golgotha» (27,33), «Elì, Elì lema sabachthani» (27,46).

Dato l’abbondante ricorso all’Antico Testamento è ovvio pensare che l’autore avesse molta dimestichezza con la Bibbia e che essa fosse anche ben conosciuta dalla sua comunità: non si cita, infatti, continuamente un testo che i destinatari non conoscono e non apprezzano.

Abitualmente, poi, Matteo, a differenza di Marco, non spiega i costumi ebraici e ciò fa presumere che i suoi lettori li conoscessero. Anche l’insistenza su discussioni e controversie su questioni legali tipicamente giudaiche fa pensare ad un ambiente vicino alla cultura giudaica. Tutta la tradizione del mondo ebraico, dunque, è ben conosciuta, ma anche fortemente contestata: non è quindi un dato pacifico, ma una questione dibattuta e causa di polemiche.

Anche il mondo greco pagano compare nel Vangelo secondo Matteo in due modi opposti: da una parte i cristiani sono invitati a differenziarsi dai pagani per l’amore dei nemici (5,47) e per il modo di pregare (6,32) ed i pagani sono presentati come i persecutori dei missionari cristiani (10,8); ma d’altra parte sono i pagani i destinatari del regno dei cieli portato da Gesù (4,15; 12,21; 24,14; 28,19), sono essi l’altro popolo a cui viene affidata la vigna, tolta ad Israele (21,43).

Una situazione di contrasto

L’aperto contrasto fra l’interpretazione cristiana delle Scritture e la tradizione giudaica, nonché la doppia fisionomia del mondo pagano induce a immaginare una comunità matteana i mezzo a due fuochi: la Chiesa di Matteo sa di avere le proprie radici nella tradizione biblica di Israele, ma, seguendo Gesù Cristo, vuole staccarsi da un modo giudaico di vivere la religiosità. D’altronde sente il mondo pagano come destinatario dell’annuncio evangelico e vuole vivere l’apertura universalistica, anche se l’ambiente culturale che circonda la comunità è molto spesso ostile ed indifferente.

Lo stile dell’opera

La stesura definitiva del Vangelo secondo Matteo è scritto in un buon greco; non è una lingua di traduzione. Il suo linguaggio è meno vivace rispetto a quello di Marco, ma è senza dubbio più corretto ed elevato. Il suo autore doveva essere una persona colta, che conosceva bene la grammatica e la retorica greca, anche con notevole ricchezza di vocabolario. Tuttavia l’atmosfera che si respira in tutto il libro è decisamente semitica: uno studio attento delle forme semitizzanti fanno pensare che l’autore conoscesse bene anche l’ebraico e fosse in grado egli stesso di passare da una lingua all’altra.

Matteo inserisce volentieri il titolo di «Signore» nelle parole che i discepoli rivolgono a Gesù, per sottolineare la fede nel Cristo risorto. Evita i sentimenti umani troppo forti e tende ad una descrizione ieratica di Gesù, presentandone un’immagine solenne e liturgica. Addolcisce talvolta certe espressioni che potrebbero creare equivoci o fraintendimenti: Marco, ad esempio, nell’episodio di Nazaret terminava dicendo: «E non vi poté operare nessun prodigio» (Mc 6,5); Matteo, invece, registra l’effetto dell’accoglienza rifiutata con una formula addolcita: «E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità» (Mt 13,58).

Autentica caratteristica di Matteo è l’abbondante ricorso a citazioni dell’Antico Testamento: uno studio recente ha elencato 40 citazioni esplicite e 108 implicite. Non solo il testo biblico è ben conosciuto, ma l’evangelista mostra di conoscere i metodi di interpretazione che comunemente venivano adoperati dai maestri ebrei del suo tempo.

Non uno, ma molti “Matteo

L’evangelista Matteo, nella comunità di Antiochia, ha elaborato il materiale che la tradizione aveva trasmesso per molto tempo. Quando parliamo di Matteo, ormai lo sapete, intendiamo il redattore finale e non ci interessa più di tanto ricostruire chi sia questo personaggio.

Il punto di partenza, abbiamo detto, è l’apostolo, uno dei dodici, Levi chiamato Matteo che da pubblicano, chiamato da Gesù, divenne suo discepolo e cambiò radicalmente la sua vita.

Fu lui a scrivere per la prima volta un testo che raccogliesse la predicazione apostolica, in lingua semitica, a Gerusalemme, nei primi anni dopo il 30, anno della Pasqua di Gesù Cristo.

Dopo di ciò quel testo ebbe una lunga vita propria; fu tradotto, fu ampliato, quindi crebbe e dopo alcuni decenni, intorno agli anni 80, divenne il libro che adesso noi abbiamo tra le mani; è il testo finito. L’autore di questo evangelo, quindi, è una pluralità di persone; c’è l’evangelista apostolo che ha iniziato e molti altri, che non riusciamo a determinare, che hanno continuato questo lungo lavoro fino all’ultimo redattore. C’è infatti sicuramente un redattore finale che ha raccolto tutto il materiale e ha dato la sua impronta all’ultima nella stesura, quella definitiva. Tutti questi che hanno lavorato per cominciare, continuare e finire l’opera noi li chiamiamo “Matteo”, l’autore. Pertanto, tutte le volte che nei prossimi incontri io adopererò la formula “Matteo, l’autore, l’evangelista” farò riferimento a tutti coloro che hanno lavorato a questo testo. Non ci interessa più di tanto ricostruire se una tale frase appartiene al primo, al secondo o al terzo autore, ma ci interessa l’opera finita sapendo che è un prodotto corale, nato da una comunità sinfonica e l’ispirazione ha guidato tante persone a questo obiettivo finale.

Problemi storici e testo

Riprendendo velocemente quello che ho detto nell’incontro passato, ricordo la situazione in cui si trova a vivere la comunità di Matteo nella fase finale della composizione del testo, nella città di Antiochia verso l’anno 80. La situazione è difficile soprattutto per la polemica con il mondo giudaico, con la sinagoga che, dopo la caduta di Gerusalemme, nell’anno 70, è diventata fortemente polemica contro il gruppo cristiano e quindi i due gruppi sono in contesa da un punto di vista teologico; dialogano, discutono, litigano su questioni teologiche e quindi nel vangelo secondo Matteo si respira questo tono un po’ aggressivo nei confronti della mentalità giudaica legalista, troppo attaccata alle regole della vecchia legge mentre la comunità cristiana sottolinea con enfasi la novità del vangelo di Gesù Cristo.

C’è però un altro problema: la comunità cristiana stessa vive un problema di stanchezza; è una comunità che ha già diversi anni di vita ed è un po’ in crisi per mancanza di slancio.

Ci sono alcuni che all’interno della comunità sono mediocri e non seriamente discepoli e allora l’attenzione di Matteo è anche rivolta a questa comunità tiepida di persone che, pur essendo entrate nella comunità cristiana, non hanno l’abito nuziale, non hanno l’olio nelle lampade, non trafficano i talenti perché la comunità è fatta di saggi e di stolti. Quelli saggi hanno costruito sulla roccia, quelli stolti hanno costruito sulla sabbia. C’è il buon grano, ma c’è anche la zizzania, è difficile adesso distinguere, ma la distinzione ci sarà.

Sono tutti elementi tipici di Matteo e l’insistenza del primo evangelista è proprio in questa direzione: dare una scrollata alla Chiesa, cioè risvegliare l’entusiasmo, l’impegno per creare una nuova iniziativa con speranza, con vita autenticamente vissuta da cristiani, senza cadere nell’eccesso legalista giudaico.

I “discorsi” di Gesù

Abbiamo visto inoltre come, in base a degli indizi testuali certi, il Vangelo secondo Matteo si possa articolare in cinque grandi discorsi; abbiamo infatti individuato cinque versetti in cui l’evangelista dice quando Gesù ha finito un discorso.

«Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi partì di là»

Si ripete cinque volte, grosso modo, la stessa formula. La quinta volta c’è anche l’aggettivo «tutti», “quando Gesù ebbe finito tutti questi discorsi…” era ormai vicina la Pasqua e inizia il racconto della passione, morte e risurrezione. Dunque l’evangelista, con questi versetti, ha voluto aiutare il lettore a riconoscere cinque grandi unità tematiche che sono dei discorsi.

Che cosa intendiamo per discorsi? Non una omelia articolata e omogeneamente composta, bensì una antologia di detti che rispecchiano molto bene il modo che aveva Gesù di parlare.

Proviamo a riflettere in questa direzione.

Gesù cambiava continuamente uditorio, parlava in sinagoga, ma parlava anche sulla spiaggia del mare o sulle colline intorno al lago di Galilea, ma non aveva strumenti di amplificazione.

Parlando alle folle, all’aperto, non si possono fare discorsi lunghi, articolati e complessi, bisogna lanciare delle formule, delle frasi semplici, quasi urlate. Se qualcuno ha provato con dei ragazzi all’aperto a spiegare un gioco sa quanto è faticoso riuscire a farsi ascoltare e quanto bisogna urlare per farsi sentire perché all’aperto la voce si perde. Noi ormai siamo abituati ai sistemi di amplificazione e quindi possiamo parlare a bassa voce, per ore, senza stancarci, riuscendo a farci sentire anche da migliaia di persone, ed anche all’aperto. Gesù non avrebbe potuto fare tutto questo e parlare a lungo non era possibile e non era possibile in un ambiente più grande. Pensate ai predicatori nelle nostre grandi chiese.

È da poco che è stato inventato il microfono, eppure è da secoli che predicano nelle chiese. Pensate ad un predicatore nel Duomo di Milano o in S. Pietro a Roma… per quello hanno costruito i pulpiti, perché dall’alto la voce possa arrivare meglio.

Era però anche logico che il tono di una predica fosse diverso perché dovevano urlare per farsi sentire e quando uno urla ha un tono particolare, non può tenere una conversazione con degli esempi e quella retorica classica era dovuta proprio al modo di parlare in pubblico dovendo alzare molto la voce.

Gesù cambia uditorio frequentemente perché cambiando paese la gente che lo ascolta è diversa. È una osservazione banale, però dobbiamo tenerne conto.

Noi stiamo facendo un corso e quindi la grande maggioranza dei presenti segue fedelmente tutti gli incontri e quindi io posso tranquillamente fare dei riferimenti a quanto detto la scorsa settimana e preannunciare quello che dirò nel prossimo incontro. Posso tenere un filo continuo per un certo numero di incontri. Gesù non poteva fare così, non poteva, ad esempio parlando a Betsaida, dire: come vi ho già detto sabato scorso a Cafarnao, perché la gente che è Betsaida, a Cafarnao non c’era e quindi Gesù deve ricominciare daccapo. A Betsaida deve ridire, grosso modo, le stesse cose che aveva detto a Cafarnao. Poi si sposta a Corazin, a Magdala, e la gente è sempre diversa e… ho nominato solo quattro paesini vicini, sulla costa settentrionale del lago di Tiberiade, e se Gesù ha girato molti altri paesi ha incontrato molte altre persone sempre nuove.

I “detti” (logia) di Gesù

Gesù ha ripetuto per una infinità di volte le stesse frasi, le stesse immagini. C’era però un gruppo di persone che era sempre presente, infatti, in mezzo alla varietà degli ascoltatori, un gruppo di affezionati che lo seguivano sempre c’era. Erano gli apostoli i quali le stesse cose le hanno sentite una volta, due, dieci, cento e forse gli avranno detto: questa l’hai già detta, la sappiamo a memoria. Certo, voi la sapete, ma gli altri no, quindi abbiate pazienza e lasciatemela dire anche questa volta.

Qual è l’effetto di tutto ciò? Che alla fine gli apostoli avevano chiarissime in testa le parole di Gesù e senza leggere il testo, che non fu mai scritto in diretta, se le ricordavano: “Gesù diceva…” e riferivano proprio quelle frasi che Gesù non aveva detto una sola volta occasionalmente, ma aveva detto tante volte. Erano un po’ le sue frasi famose, quelle che ripeteva più volentieri. Poi è logico che ci siano, certamente, delle espressioni che invece ha detto poche volte; qualche espressione può averla detto una sola volta e sono quelle che si dimenticano più facilmente. Gli evangelisti, pertanto, non hanno scritto tutto, hanno scritto qualcosa, quello che hanno ritenuto più importante, quello che hanno ricordato meglio. È ovvio, d’altra parte, che tutto quello che hanno ricordato meglio, se Gesù lo diceva più spesso, era ciò che era più importante.

Dunque questa vicenda personale della predicazione stessa di Gesù è alla base della composizione dei vangeli e gli apostoli hanno trasmesso oralmente i detti, i «lo,gia», “logia” (si pronuncia con la “g” dura, come se fosse “loghia”).

È una parola greca, è un po’ strana, ma spiegandola possiamo usarla comprendendone il significato. Al singolare si dice «lo,gion» “logion”, al plurale «lo,gia», “logia” che semplicemente vuol dire “detto, frase, parola, insegnamento”. È però un termine tecnico, letterario, per indicare una espressione un po’ ampia, una frase che viene memorizzata e trasmessa in modo omogeneo. Pensate ai proverbi, alle frasi famose, a certe battute che ricorrono di generazione in generazione, che si sentono dire a nord e a sud, che sono entrate nel linguaggio popolare. Anche queste, a nostro modo di vedere, sono dei logia.

Se voi doveste riassumere l’insegnamento di qualche persona che avete conosciuto, di qualche predicatore, di qualche parroco o di altri che parlavano spesso in pubblico, avreste forse qualche difficoltà perché spesso non vi è rimasto molto nella memoria, ma solo il fatto che diceva tante cose. Probabilmente, però, una sua frase tipica che ripeteva volentieri e caratterizzava un po’ il suo pensiero riuscite a ricordarla. Un esempio che mi viene in mente, anche se esula completamente dal nostro contesto, è un detto che, appena lo sentirete, immediatamente lo abbinerete al personaggio: “è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”. Ricordate? Era la frase tipica, il logia di Gino Bartali, il famoso ciclista, un’idea su cui insisteva perché gli stava a cuore ed esprimeva il suo personaggio, la sua mentalità, il suo pensiero.

Allo stesso modo gli apostoli hanno cominciato a parlare di Gesù raccontando alcuni eventi importanti della sua vita, ma soprattutto hanno trasmesso i logia di Gesù, tanto è vero che il più antico testo che parla del Vangelo secondo Matteo dice che l’evangelista raccolse i “detti” di Gesù.

È la documentazione preziosa conservata da Eusebio da Cesarea, uno storico della Chiesa, il primo che ha raccolto il materiale di storia della Chiesa; lui è vissuto nel IV secolo, ma ha avuto la possibilità di raccogliere tanti documenti più antichi e quello più antico che ha trovato è uno studio fatto da Papia, vescovo di Gerapoli, una città nell’entroterra di Efeso.

Papia fra il 120 e il 130 scrisse un’opera sui “detti” del Signore; è un commento ai vangeli sulle parole di Gesù. Noi questo testo non lo abbiamo, Eusebio di Cesarea invece lo aveva e quindi nella sua opera riporta delle frasi anche di questi autori più antichi e, a proposito di Matteo, riporta la frase di questo antichissimo commentatore il quale dice: «Per primo Matteo, in lingua ebraica, «suneta,,xato ta, lo,gia» (synetàxato tà logia) – è il verbo della sintassi, il mettere ordine – fece una sintassi, ha raccolto in ordine i detti, ha messo insieme i logia, ognuno però lo interpretò (o tradusse) come era capace».

Questa è una notizia importantissima, quasi di prima mano. Si dice che Matteo è il primo, che ha scritto in ebraico e che ha fatto un lavoro di compilazione, ha messo insieme i logia. Dopo di che è iniziato il lavoro di traduzione e sono venute fuori diverse opere. Matteo ha fatto proprio questo grande lavoro, ha messo insieme i detti, i logia, ha costruito dei discorsi.

Eravamo partiti di qui, cinque grandi discorsi costruiti da Matteo, non trascritti dal registratore. Gesù fece cinque discorsi, gli apostoli li registrarono e poi fedelmente trascrissero? No! Non andò così! Non c’era ovviamente il registratore, ma non c’era neanche la possibilità di scrivere appunti. Il materiale scrittorio era rarissimo, piuttosto ingombrante, e in giro per la Galilea nessuno aveva il taccuino per prendere appunti. Avere gli strumenti per scrivere, nell’antichità, era una impresa e quindi tutto fu giocato sulla memoria e Gesù non faceva lunghi discorsi organici per il motivo che abbiamo detto.

Il lavoro di composizione dei discorsi è quindi frutto redazionale di Matteo, cioè è l’evangelista – e con lui tutti quelli che rientrano nella figura dell’evangelista – che ha raccolto il vario materiale memorizzato e, prendendo una frase qui e una frase là, ha messo insieme tutte le varie parole, i suoi detti, e li ha messi insieme per argomento componendo quei cinque grandi discorsi di cui abbiamo già parlato e che rappresentano l’ossatura portante, l’impalcatura del suo testo.

Un’opera redazionale

A questo punto la struttura del vangelo è abbastanza chiara perché fra i capitoli che contengono i logia ce ne sono degli altri che contengono dei fatti. Il testo, cioè, si compone di una alternanza di fatti e detti. Ci sono dei blocchi che narrano episodi in cui Gesù si muove, opera, incontra, si allontana, si scontra e altri blocchi in cui Gesù parla, parla, parla, insegna.

Allora, analizzando tutti questi blocchi, viene fuori la struttura del primo evangelo e così noi possiamo vedere che ognuno dei cinque discorsi è preceduto da una serie di capitoli narrativi.

Capitoli 1–2: nascita del Messia.

A parte i primi due capitoli, che sono quelli dell’infanzia di Gesù, la struttura del Vangelo secondo Matteo comincia con i

Capitoli 3–4: inizio del ministero.

È il racconto del passaggio da Giovanni Battista a Gesù; una serie di episodi introduce il personaggio. Giovanni Battista inizia la predicazione, propone un gesto penitenziale, l’immersione nell’acqua, molta gente accorre, anche Gesù va. Viene immerso nel Giordano, la voce del Padre lo riconosce, lo Spirito lo consacra. Gesù va nel deserto e nel deserto si scontra con il tentatore che gli propone dei metodi per essere messia. Gesù li rifiuta e torna in Galilea, non torna più a Nazaret, ma va a stabilirsi a Cafarnao, paese nuovo, porto di mare, città vivace dove girava tanta gente. Lì si stabilisce ed inizia il suo ministero.

Matteo ama sottolineare il compimento delle Scritture, è uno degli elementi caratteristici del primo evangelista: mostrare che in quello che Gesù ha detto o ha fatto si compiono le Scritture di Israele. Ma un ragionamento del genere a chi poteva farlo? A chi conosceva le Scritture, è logico. Apprezza infatti il riferimento chi lo conosce e questo spiega, appunto, l’ambiente di origine di questo vangelo, un ambiente più semitico dove gli ascoltatori sono di tradizione biblica, sono conoscitori della Bibbia.

Abbiamo prima parlato di scribi, una comunità di scribi cristiani, di maestri di teologia, quindi persone istruite nella legge antica che scoprono in Gesù il compimento e apprezzano tutti questi passaggi.

Così, ad esempio, dicendo che è andato ad abitare sul lago, Matteo aggiunge: nella regione di Zabulon e di Neftali ma che importanza ha questo riferimento? Due nomi strani, due nomi che vengono dalle antiche tribù di Israele e che a quel tempo non erano nemmeno più conosciute e nominate; quelle tribù erano sparite da secoli. Però nell’antichità biblica quella zona della Galilea era appartenuta alle tribù di Zabulon e di Neftali e allora? Allora c’è un testo di Isaia molto importante che noi leggiamo nella notte di Natale:

Is 9,1 Terrra di Zàbulon terra di Nèftali, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo che camminava nelle tenebre / vide una grande luce; / su coloro che abitavano in una terra di ombra mortale / una luce rifulse.

Quando rifulse questa luce? Quando Gesù cominciò a predicare lì, perché quella era la terra di Zàbulon e di Nèftali, e andò in Galilea e cominciò a predicare lì …

Mt 4,14perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

È evidente che dietro c’è un ragionamento profondo, una abitudine a stare sul testo e a riprendere la vita di Gesù. Ci vuole un ragionamento e una profonda conoscenza dei testi biblici per collegare il fatto che Gesù ha predicato in Galilea con il riferimento a quel versetto di Isaia. Non c’era nella tradizione, non apparteneva alla prima dottrina apostolica, è un frutto posteriore, venuto da una riflessione più matura, proprio frutto di questa scuola di scribi cristiani.

Dunque, i capitoli 3-4 narrano l’inizio, la luce è spuntata. Gesù salì sul monte e, chiamati a sé i suoi discepoli, li ammaestrò dicendo:

Capitoli 5–6–7: DISCORSO DELLA MONTAGNA.

Lo chiamiamo “della montagna” perché Matteo comincia dicendo:

Gesù salì sul monte e si mise a sedere.

Da seduto, sulla montagna, in posizione solenne, da maestro, insegnò la nuova legge, dettò il primo discorso che è una antologia di logia, è l’annuncio della buona notizia, è il discorso programmatico, la magna charta. Inizia con le beatitudini e poi continua con la contrapposizione: “vi è stato detto, ma io vi dico”. È proprio lì l’originalità: io dico a voi qualche cosa di nuovo.

Molte volte si dice che Gesù salì sul monte come Mosè perché viene raffigurato come il nuovo Mosè. Non mi sembra corretta come impostazione perché Mosè salì sul monte per ricevere la legge da Dio, mentre Gesù sale sul monte per dare la nuova legge, come Dio. Quindi non è Gesù il nuovo Mosè che dà la nuova legge, semmai sono gli apostoli i nuovi Mosè, hanno loro il ruolo fondamentale di Mosè. Gesù è Dio, Gesù sulla montagna si siede ed è il Maestro e ce ne è uno solo di maestro. «E non chiamate nessun altro maestro» lo dirà nell’ultimo discorso perché di Maestro ce n’è uno, uno solo.

Gesù è seduto, sulla montagna, è il Maestro che insegna la nuova legge. Quando Gesù ebbe finito questo discorso se ne andò di là. Fine del primo blocco.

Fatti e parole, Gesù parla e agisce, in modo coerente.

Capitoli 8–9: racconti di miracoli.

Sono una antologia di racconti di miracoli, contengono nove racconti, tutti “fatti”. Abbiamo già detto che sono costruiti bene, infatti questi nove racconti di miracoli sono organizzati in 3 + 3 + 3 e in mezzo sono collocati degli episodi di vocazione: chiamata e missione. Ci siamo soffermati la volta scorsa a mettere in evidenza il rapporto chiamata di Matteo e guarigione di malati. Il miracolo è la chiamata del peccatore e la sua conversione.

Dopo questi due capitoli di fatti, segue il

Capitolo 10: DISCORSO MISSIONARIO.

Gesù si ferma, non fa più miracoli, si mette ad insegnare. Insegna ai discepoli, non alle folle sul monte, ma nell’ambiente più raccolto e comunica ai suoi discepoli il compito di continuare quello che ha fatto lui. Lui ha annunciato il Vangelo, ha operato guarigioni e ha cambiato delle persone. Questa è la buona notizia.

Adesso, al capitolo 10, Gesù tiene il discorso in cui dice ai discepoli: continuate voi. È il discorso della missione in Galilea, cioè di una prima fase in cui gli apostoli precedono Gesù nei vari villaggi nella Galilea, preparandogli il terreno, annunciando che sarebbe arrivato, attirando l’attenzione e l’interesse della gente; è una prima prova.

Prima della missione universale, in questo momento, gli apostoli cominciano a predicare, ad annunciare qualcosa che hanno appena imparato. Terminato questo discorso termina una seconda parte e inizia una nuova sezione narrativa di fatti. Sono i…

Capitoli 11–12: l’opposizione al Messia.

Questa sezione, strettamente collegata con l’annuncio precedente, presenta il rifiuto a cui Gesù va incontro. Infatti nel discorso precedente Gesù aveva già detto: preparatevi perché non vi accoglieranno; in alcune città vi rifiuteranno, da altre parti vi tratteranno

pure male, hanno trattato male me, tratteranno male anche voi, preparatevi, “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Non abbiate paura, però, abbiate il coraggio della debolezza. Subito dopo inizia lo scontro. Fino adesso le cose sono andate bene, sono tutti contenti di Gesù.

Con i capitoli 11 e 12 comincia la tensione. Le sue opere e le sue parole sono fraintese, viene considerato un emissario di satana, dicono che le cose che fa le fa per virtù di Beelzebùl, è un mago, uno stregone, un imbroglione. Non gli credono, lo contestano, lo rifiutano. Chi sono? Alcuni abitanti di quelle città del lago. C’è il dramma, Gesù non è accettato facilmente da tutti. In un primo momento ci fu grande entusiasmo, ma in un secondo momento ci fu crisi, rifiuto. Come si spiega tutto ciò? Gesù si ferma e spiega con il

Capitolo 13: DISCORSO PARABOLICO.

Gesù spiega ai discepoli il mistero del regno dei cieli; è un capitolo di parabole, sette parabole. A Matteo piacciono i numeri e i numeri semitici hanno un grande valore, non sono casuali, hanno un valore simbolico, qualitativo. Il sette indica la pienezza, la totalità e allora Matteo raccoglie volentieri il tutto nel numero sette.

Quante sono le domande del Padre nostro di Matteo? Naturalmente sono sette mentre in Luca sono solo cinque. Matteo ne ha aggiunte due per farle diventare sette. Così anche le parabole; non siamo abituati a contarle perché non siamo abituati a leggere il vangelo con una lettura continua, ma, se leggessimo il capitolo 13 tutto di seguito e tenessimo il conto, ci accorgeremmo che sono sette. Dopo l’ultima, quando ebbe finito di dire queste parabole, allora partì di là.

Le paraboe del capitolo 13 spiegano il mistero del regno, cioè non si capisce bene come funzioni questo regno: è piccolo, cresce, il seme gettato nel campo non produce… Gesù sta parlando proprio della dinamica del regno.

Subito dopo il discorso parabolico del capitolo 13, che è al centro del testo di Matteo, viene una sezione narrativa che è analogamente centrale; sono i

Capitoli 14–17: la fondazione della Chiesa di Gesù.

È la sezione in cui il contrasto tra l’opposizione dei farisei e l’accoglienza dei discepoli alla novità dell’annuncio di Gesù diventa drammatica. C’è uno scontro tale che porta alla rottura: Gesù lascia il territorio di Israele, va all’estero.

È un fatto importante, c’è una uscita geografica che evoca una uscita teologica. Gesù lascia il territorio di Israele e, spostandosi verso nord, nella regione di Cesarea, fonda la sua Chiesa.

Siamo al capitolo 16, il famoso episodio in cui Gesù costituisce l’apostolo Simone pietra della nuova comunità: «Su di te costruirò la mia Chiesa».

La parola Chiesa è per noi ormai abituale, ma è molto rara nei vangeli, non la troviamo quasi mai; in Matteo ricorre solo due volte, qui e al capitolo 18. Al capitolo 18 il traduttore l’ha resa con “assemblea” e quindi non ci accorgiamo neanche che c’è. È un termine però abbastanza comune nel linguaggio giudaico, non in senso tecnico per indicare propriamente il gruppo cristiano, ma per indicare la comunità.

È quindi un termine generico come assemblea, riunione, comunità. Non dice che tipo di riunione, che tipo di assemblea o di comunità. È un termine che si adoperava nel linguaggio dell’Antico Testamento per parlare del gruppo liturgico, cioè di quelle persone che, avendo aderito al patto che Dio aveva stipulato, lo seguivano fedelmente, sono l’assemblea di Dio.

“evkklhsi,a” = “assemblea” traduce l’ebraico “qahal”, “convocazione sacra” del popolo da parte di Dio (cf. At 7,38: l’”assemblea del deserto”).

Il termine “evkklhsi,a” (“ecclesìa”) deriva dal greco “kale,w” (“kaléo”), cioè “chiamare” unito alla preposizione “evk” = “da”. Quindi “ecclesia” = “chiamata, convocata da”: cioè “convocazione”, non adunanza o riunione autonoma umana o assemblea o folla.

Il nostro termine “chiesa” ha perso purtroppo questa componente che la radica e la inserisce in un superiore progetto divino, responsabile appunto di tale chiamata. La traduzione migliore sarebbe “convocazione” dove è evidente che i cristiani sono chiamati “da” Dio e anche “da” un contesto strettamente umano per costituire una realtà nuova e diversa.

“Ecclesia” indica sia la comunità locale, sia la chiesa nel suo insieme. La Chiesa non è definita dalla sua collocazione geografica o ambientale, ma è una realtà escatologica, che concretamente si manifesta nelle comunità locali; è l’assemblea del popolo convocata da Dio attorno alla sua parola.

“Ecclesia” di Dio perché comunità creata da Dio, convocata da Lui e che appartiene a Lui. Questo la distingue da ogni altra comunità non cristiana.

Però Gesù adesso dice la “mia Chiesa”, è una frase di contrapposizione. Su di te – primo elemento – io costruirò una nuova comunità che sarà mia.

Il filo conduttore di tutta questa sezione è quindi la comprensione autentica della persona di Gesù. Chi è Gesù? Qualcuno fraintende, qualcuno capisce. Colui che capisce chi è Gesù, e lo accoglie, diventa la pietra di fondamento della nuova costruzione. Con l’episodio della sua trasfigurazione (cap. 17) Gesù manifesta la sua realtà divina, ma i discepoli non possono ancora comprendere, dovranno attendere il miracolo della risurrezione. A questo punto siamo pronti per il quarto discorso, il

Capitolo 18: DISCORSO ECCLESIALE.

Il quarto discorso contiene la raccolta dei logia a tema ecclesiale e quindi in questo capitolo troviamo raccolti gli insegnamenti di Gesù sulla vita all’interno della Chiesa. Gesù ha annunciato che ha intenzione di costruirsi una sua comunità, dopo di che detta le regole della vita di questa comunità; ma nell’intento di Matteo, che costruisce in modo organico l’insieme, questo quarto discorso corrisponde al secondo. Il capitolo 10 contiene i logia della Chiesa verso l’esterno, il capitolo 18 contiene i logia sulla vita della Chiesa al proprio interno.

Con il capitolo 19 inizia la quinta parte, il viaggio di Gesù a Gerusalemme.

Capitoli 19–22: lo scontro con Israele.

Dopo che ebbe finito questo discorso, partì dalla Galilea e si diresse verso Gerusalemme. Lungo il viaggio Gesù tiene una catechesi formativa sul senso della sua salita a Gerusalemme, sul dramma che lo sta aspettando. L’attenzione di Matteo in questo cammino è però soprattutto quella di spiegare il rifiuto, il contrasto fra i due atteggiamenti: di accettazione o di rifiuto del suo insegnamento.

Qui troveremo una serie di parabole, ad esempio quella dei vignaioli mandati nella vigna a diverse ore della giornata. Una chiamata successiva e l’ultimo, alla fine, viene pagato come quello che è andato all’inizio del giorno. L’apertura è cioè alla storia della salvezza.

Noi non siamo i primi, noi siamo gli ultimi, i primi sono gli ebrei, loro hanno cominciato a lavorare nella vigna fin dai tempi di Abramo, poi sono arrivati gli italiani e hanno preso la paga come glia altri. Pietro è andato a Roma e Roma è diventata la sede di Pietro. Loro hanno lavorato migliaia di anni per preparare e poi alla fine gli altri si prendono tutto.

L’idea è proprio quella, quella di un’apertura e di un cambiamento di mentalità; questo schema, però, indispettisce proprio quelli che sono i vecchi conservatori della tradizione di Israele e che hanno la pretesa di essere il popolo eletto che ha dei privilegi. Il cammino di Gesù culmina a Gerusalemme dove entra trionfalmente accolto, come raccontano anche gli altri evangelisti. Matteo però aggiunge sempre qualche cosa di suo, qualche ritocco. Ad esempio dice che, mentre Gesù entra trionfante nel tempio, ci sono i bambini che intorno a lui nel tempio gridano: «Osanna al Figlio di Davide». Udito questo le autorità gli dicono: “Ma senti che cosa dicono? Stanno dicendo a te quello che si dice di Dio, falli tacere”. Gesù a questo punto rincara la dose e risponde loro applicando a sé il Salmo 8: “Ma non lo conoscete quel Salmo in cui si dice: «Dalla bocca dei bambini e dei lattanti / ti sei procurata una lode?». La situazione è ancora peggiore, perché quel salmo parla di Dio; cosa c’entra con Gesù? Loro, custodi della religione, gli dicono: falli stare zitti, stanno usando per te dei versetti che non devono applicare a uno come te. Al che Gesù aggiunge: no, no, si sta realizzando proprio quel che è scritto nel Salmo. Questo è un elemento tipico di Matteo: la realizzazione dell’Antico Testamento, l’interpretazione delle Scritture orientate a Gesù.

A questo punto lo scontro diventa tremendo e c’è l’esplosione, che coincide con l’ultimo discorso.

Capitoli 23–24–25: DISCORSO ESCATOLOGICO.

Il capitolo 23 in alcuni schemi è messo a parte, quindi si può considerare come facente parte dell’ultimo discorso o no. Io preferisco considerarlo parte dell’ultimo discorso per diversi motivi. In questo modo crea una somiglianza di quantità con il primo discorso: sono tre capitoli, 23, 24, 25 come il primo discorso è di tre capitoli, 5, 6,7. Soprattutto, però, perché il capitolo 23 contiene i guai che sono paralleli e antitetici alle beatitudini. Il primo discorso è aperto da otto beatitudini, non sette, e l’ultimo discorso è aperto da otto guai. Se li contiamo nel nostro testo ne troviamo solo sette, l’ottavo si trova in nota, in citazione di un versetto che non è presente in tutti i codici, ma per fare quadrare mi sembra giusto che siano otto in tutti e due i casi. È il discorso duro, è il rovescio della medaglia delle beatitudini.

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti», è un discorso contro le persone religiose di Israele; qui si nota quella polemica forte che era di attualità ad Antiochia negli anni 80.

Al capitolo 24 Gesù annuncia il compimento; è il grande discorso escatologico o apocalittico. Escatologico vuol dire relativo alla fine, al compimento; apocalittico indica invece il genere letterario che è quello della rivelazione.

Il motivo scatenante è dato da una osservazione dei discepoli.

Alla fine del capitolo 23, mentre Gesù si è scaldato contro tutti questi custodi delle antiche leggi di Israele, uno dei discepoli, mostrandogli il tempio costruito con grandi blocchi di pietra, di marmo, decorato di onorificenze – era l’orgoglio di Israele – gli dice: “guarda che belle pietre, guarda che bel monumento”. Questa osservazione fa scattare ancora di più Gesù, già alquanto accalorato, che annuncia: non resterà pietra su pietra che non venga distrutta.

È l’annuncio non della fine del mondo, ma della distruzione di Gerusalemme, della fine di un mondo, di un capovolgimento della situazione. Si parla di un evento glorioso che sta per capitare, della venuta del Figlio dell’uomo sulle nubi del cielo. Il testo termina con le parole:

24,34In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. 35Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Se il senso fosse quello della fine del mondo dovremmo onestamente riconoscere che si è sbagliato, perché non ne è passata solo una di generazione senza che tutto si compisse, ma ne sono già passate parecchie. Il senso non era quello di annunciare la fine del mondo, ma di annunciare la fine di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione e la fine di Gerusalemme, cioè la distruzione della città con la conseguente nascita di una nuova comunità.

Difatti la morte e risurrezione di Gesù è datata poco tempo dopo – pochi giorni dopo

– e la fine di Gerusalemme è successiva di qualche anno, ma, quando Matteo scrive, quella generazione l’ha già vista realizzata e quindi, nella prospettiva di chi scrive il vangelo, le parole di Gesù, apocalittiche ed escatologiche, si sono già realizzate perché l’evento tragico e catastrofico è già avvenuto: la morte e risurrezione di Gesù e la fine di Gerusalemme. Queste realtà sono l’anticipo di quello che capiterà in un giorno previsto ma non precisato; quella sarà davvero la fase finale, ma su quella gli evangelisti non si impegnano.

Il discorso termina, nella tradizione sinottica, nella tradizione di quei detti comuni a tutti e tre gli evangelisti, con l’invito a vegliare: state pronti, non addormentatevi. Matteo di suo ha aggiunto un altro capitolo, il capitolo 25, che contiene tre parabole di tono escatologico.

Terminando con l’invito a non dormire, viene benissimo la parabola di quelle ragazze che, dovendo vegliare in attesa, in realtà si addormentarono tutte. Soltanto cinque di esse erano state sagge e previdenti avendo la riserva di olio e, nel momento improvviso della venuta dello sposo, sono state pronte ad entrare e la porta fu chiusa e le stupide restarono fuori. Sono persone della Chiesa, sono persone appartenenti al nuovo popolo, eppure sono persone stupide che non sono pronte all’incontro.

Segue poi la parabola dei talenti. Tre tipi diversi di ministri che devono gestire un patrimonio di un signore che è andato lontano e ha affidato i suoi beni agli amministratori e ha ritardato parecchio a tornare, ma quando torna vuole fare i conti. Riconoscete la tematica?

Quando ritorna vuole fare i conti: è la venuta gloriosa. Viene condannato non chi ha violato la legge, ma il pigro, quello che ha conservato semplicemente il dato di fatto, quello che ha preso il deposito e lo ha sotterrato. Bisognava moltiplicarlo, farlo crescere. Il deposito della fede doveva crescere perché conservato in modo statico, legalisticamente rigido, è inutile, inoperoso. Quel signore vuole mietere anche dove non ha seminato e il servo infingardo – che in italiano vuol dire fannullone – viene gettato fuori dove è pianto e stridore di denti, dove si battono i denti per il freddo e anche per la paura data dalla lontananza da Dio e per la solitudine assoluta. Come le ragazze stupide sono rimaste fuori dalla porta, così anche questo servo viene buttato fuori.

L’ultima scena presenta la divisione come un pastore che mette al riparo le pecore e lascia fuori i montoni, secondo una antica abitudine dei pastori di separare i maschi dalla femmine nella notte per la quiete del gregge. Non si tratta però di una questione di scelta tra maschi o femmine, ciò che importa, invece, è soltanto la posizione nella divisione, a destra i buoni, a sinistra i cattivi, secondo uno schema tradizionale. È solo l’immagine di un gregge che viene diviso tra soggetti buoni (a destra) e cattivi (a sinistra).

Al di là del nuovo ed importante fatto che Gesù si identifica con più piccoli della terra, il criterio di scelta è quello delle opere di misericordia: avete fatto queste cose a questi miei fratelli più piccoli o non le avete fatte.

A questo punto il discorso escatologico termina:

26,1 Quando Gesù ebbe finito tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: 2«Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».

Abbiamo ripercorso tutto il vangelo e abbiamo evidenziato cinque momenti, ciascuno dei quali è caratterizzato da fatti e parole, racconti e discorsi.

Capitoli 26–27–28: passione, morte di Gesù e incontro con il Risorto.

Sono i capitoli conclusivi del grande lavoro di Matteo e, se mettiamo insieme il tutto, otteniamo sette parti. Cinque tappe centrali della vita di Gesù, importanti e fondamentali, incastonate all’interno di un prologo e un epilogo, una introduzione e una conclusione, che si corrispondono perfettamente.

Su questi due momenti, introduzione e conclusione non mi soffermerò molto essendo stati argomenti già ampiamente trattati negli anni precedenti: Vangeli dell’infanzia e Vangelo della risurrezione. Richiamerò soltanto le idee principali; dedicheremo di più l’attenzione sul racconto centrale per mettere in evidenza quali sono le caratteristiche specifiche del primo evangelista.

La fine è il vero inizio

Dovendo però cominciare mi sembra logico cominciare dalla fine. È il modo più corretto per capire l’intenzione di un autore. Iniziare dall’inizio è troppo banale, noi dobbiamo cominciare dall’ultima parola, dall’ultima narrazione perché è nel finale che un autore rivela le proprie carte. Pensate a qualche finale di una grande opera, di un grande romanzo che conoscete.

Ad esempio, nei Promessi sposi, alla fine del racconto avete proprio il nocciolo della vicenda; l’autore stesso in quell’ultima pagina tira le fila e ti spiega il senso di tutto il suo lavoro. Se tu cominci a leggere l’ultima pagina hai lo schema di composizione del romanzo e hai l’insegnamento, le idee, i modi con cui l’autore ha organizzato le grandi parti del racconto: il tema della provvidenza, il caos della storia, i deboli che subiscono e la ristrutturazione.

Lo schema dei Promessi sposi è un discorso di tipo apocalittico perché è il ribaltamento della storia, è l’ingiustizia che domina e niente riesce a ristabilirla; però poi, alla fine, si ristabilisce da sola. C’è infatti un disegno catastrofico provvidenziale, quelle catastrofi assurde che sono la carestia, la guerra, la peste e sono proprio quelle che rigirano la storia e alla fine rimettono a posto tutto. Queste idee nel finale ci sono. È una teologia della storia, non è un romanzetto dove si parla di fidanzati in difficoltà. Al di là della trama c’è una teologia della storia e l’autore lo dice chiaramente nel finale.

Il finale di Matteo

Andiamo pertanto a leggere il finale di Matteo per vedere se riusciamo a trovare queste chiavi di lettura.

L’ultimo episodio, alla fine del capitolo 28, occupa pochi versetti:

28,16Gli undici discepoli andarono nella Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

La fine della storia è ambientata su un monte in Galilea. Dove era cominciata la storia? In Galilea, e finisce dove era cominciata. Gesù dove aveva cominciato ad annunciare questa buona notizia? Su una montagna. Dove affida il compito di trasmettere questa buona notizia? Su una montagna. Che montagna era? Se cercate su un atlante biblico che montagna era… è tempo perso. È una domanda sciocca, è un lavoro banale, questa montagna è teologica.

Gesù indica una montagna ideale. Matteo evoca il simbolo dell’incontro con Dio, quella montagna è il Sinai, ma il Sinai non è in Galilea. È come se fosse il Sinai perché è la nuova montagna della nuova rivelazione, è il Cristo risorto che ha dato appuntamento su quella montagna.

17Vedendolo, gli si prostrarono innanzi;
I discepoli lo adorano come Dio e tuttavia…
alcuni però dubitavano.

Non c’è ancora quella certezza totale, resiste un po’ di dubbio e a questo punto il racconto finisce con una parola. Notate che lo schema è mantenuto anche in piccolo: fatti e parole.

Il libro finisce con delle parole; noi diremmo: chiuse virgolette, punto. Ma la storia non finisce qui, il racconto non finisce, è come quando si guarda un film e, mentre si aspetta di vedere come va a finire, ecco che improvvisamente compare la parola “fine” e non ti hanno detto come va a finire. Qui, infatti, il racconto è sospeso. Gesù dà l’appuntamento sulla montagna in Galilea e quelli vanno, lui dice, chiuse virgolette, fine. E poi? Dove è andato lui? E loro cosa hanno fatto? Niente, fine, il racconto è aperto, finisce in modo aperto, è un modo interessante. Quel “… e vissero tutti felici e contenti” è banale.

Matteo è tutt’altro che banale e finisce aprendo, non chiudendo perché la continuazione è la storia della comunità.

18Gesù, avvicinatosi, parlò loro dicendo:

Notate quante volte (4) ricorre in questi pochi versetti l’aggettivo “tutto” per qualificare diversi elementi. C’è una intenzionale sottolineatura della totalità.

«A me è stato dato tutto il potere in cielo e in terra. 19Andate dunque

È un “dunque” importantissimo perché fa il collegamento causale. La causa è il fatto che Gesù ha tutto il potere. Perché lo ha? Gli è stato dato. Da chi? È implicito; si chiama un passivo divino, cioè è un modo tipico del linguaggio biblico per esprimere ciò che ha fatto Dio. “Mi è stato dato” equivale a dire: “Dio mi ha dato”.

Dio mi ha dato tutto il potere in cielo e in terra; cielo e terra sono due modi per indicare il cosmo, l’universo, quindi non c’è luogo dove il Cristo non comandi e il comando è assoluto e totale, per cui andate. Ecco l’importanza teologica del “dunque”: dal momento che comando io, comando tutto io e comando io solo, voi andate. Io vi do l’incarico di andare e di…

e fate discepole tutte le nazioni,

Purtroppo la traduzione “ammaestrate” è proprio brutta, da cancellare, sia perché suona come relativa ad un circo dove si ammaestrano le genti come si ammaestrano gli animali, sia anche – motivo più serio – perché contiene la radice di “maestro” mentre il vocabolo originale greco contiene la radice di discepolo «maqhteu,sate» (mazetèusate): fate sì che tutti diventino «maqhtai,» (mazetài) discepoli, cioè coloro che imparano.

Non c’è l’idea dell’insegnare, ma quella dell’imparare, quindi non andate ad insegnare alle genti, ma fate sì che anche le genti imparino come voi avete imparato; di maestro ce ne è uno e uno solo, il maestro è Gesù. Voi andate non ad ammaestrare, ma a far diventare discepoli come voi tutti gli altri. Nella parola discepolo c’è la radice “discere” che in latino è il verbo “imparare”. I discepoli, pertanto, sono coloro che imparano e il compito dei discepoli è quello di far sì che anche altri imparino.

Fate diventare discepole tutte le nazioni – altro universalismo – e non solo qualcuno.

Qui viene adoperato il termine «e;qnh» (ethne) che sta alla radice della nostra espressione etnico, etnie, proprio per indicare le razze, i gruppi culturali e religiosi differenti. Il mandato è universale, a tutte le etnie, a tutte le razze, indistintamente. battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 e insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato.

Battezzando, insegnando: due verbi importanti. Uno riassume la prassi sacramentale della Chiesa, l’altro la missione di insegnamento. Voi fate diventare discepoli, come? Attraverso il sacramento e attraverso la trasmissione della parola. Tutti e due necessari: l’evangelizzazione e la celebrazione sacramentale.

Qui abbiamo una delle formule liturgiche più antiche, infatti il segno della croce, con l’espressione “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” viene di qui.

Anche la formula che continuiamo ad adoperare per il battesimo è presa di qui, è una formula antichissima e originale, è proprio il sigillo del Vangelo secondo Matteo.

La formula trinitaria, battezzare nel nome della Trinità, vuol dire immergere tutte le genti nella relazione con queste Persone divine e questo è possibile insegnando loro a custodire tutto quello che Gesù ha comandato. Non tutto quello che viene dalla legge, ma tutto quello che Gesù ha interpretato.

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

È una formulazione solenne. “Io sono” è il nome proprio di Dio, è la traduzione del nome Yahweh. “Io sono con voi” è la promessa di una presenza. Talvolta, ad orecchio, si usa il futuro: “io sarò”; no: “Io sono”. Gesù sottolinea e ribadisce la attualità presente di questo essere e di un “essere–con”. Gesù è Dio–con–noi che in ebraico si dice Emmanuele.

Emmanuele = ‘Immanû – El = Con noi Dio ( ‘Im = con; = noi; El = Dio; ma è una congiunzione fonetica che lega ‘Im a nû)

Questa parola la troviamo solo nel Vangelo secondo Matteo all’inizio, proprio nel primo capitolo là dove…

1,22Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta [Isaia]: 23Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio / che sarà chiamato Emmanuele, / che significa Dio con noi.

Ma non è mica vero, non è stato chiamato Emmanuele, lo hanno chiamato Gesù. Lo chiameranno Emmanuele solo quando risorge da morte. L’Emmanuele non è il bambino nato a Betlemme, ma è l’uomo risorto sul monte in Galilea, Io sono con voi, io sono Dio con voi.

Adesso gli apostoli riconoscono il compimento delle Scritture, l’Emmanuele è lì, è Dio che resta con noi fino alla fine del mondo. Le parole sono state studiate, calibrate, volute.

La prima parola del Vangelo secondo Matteo è: «Libro della genesi» «Bi,bloj gene,sewj» (bìblos ghenéseos); nella traduzione corrente è «Genealogia» e si perde questo altro bel riferimento: libro della genesi di Gesù Cristo.

Libro della genesi è l’origine, è la prima parola; fine del mondo è l’ultima parola. Matteo ha scritto un libro che vuole essere la sintesi di tutto, dalla genesi alla fine del mondo e noi, con un po’ di fatica siamo riusciti ad inquadrare tutto questo grande corpo letterario, studiato molto bene, frutto della tradizione e di una intelligente redazione che ha aggiunto molti elementi teologici.

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