4 July 2022 Versione CEI 2008

Introduzione al Vangelo di Marco

Marco è oggi tra i testi del NT più studiati. Poiché la critica letteraria lo ha riconosciuto come il testo più arcaico. Il pregio più grande di quest’opera è la vivacità dello stile con cui l’autore tratteggia il ritratto di Gesù, rivolgendosi in modo particolare a chi si è appena avvicinato al mondo cristiano.

Chi è Marco?

Il testo del Vangelo non dice esplicitamente chi ne sia l’autore.

È la tradizione della Chiesa antica ad aver conservato le informazioni sugli autori che hanno messo per iscritto i testi evangelici.

Ad essa, quindi, ci rivolgiamo, per iniziare la nostra ricerca, facendo un breve percorso per focalizzare le “testimonianze” o “impronte” più significative.

La testimonianza dei Padri

La più antica notizia sul Vangelo di Marco risale a Papia, vescovo di Gerapoli: è datata fra il 120 e il 130 ed è riportata dallo storico Eusebio di Cesarea. La leggiamo con attenzione, perché conserva numerosi elementi interessanti: «Marco, che era stato interprete di Pietro, scrisse con accuratezza, ma non in ordine, quanto ricordava delle cose dette o compiute dal Signore. Egli infatti non aveva ascoltato né seguito il Signore, ma più tardi ascoltò e seguì Pietro. Questi dava le sue istruzioni secondo le necessità degli uditori e non come una sintesi ordinata delle parole del Signore, cosicché Marco non ha commesso alcun errore a metterne per iscritto alcune come se le ricordava. Non ebbe infatti che una preoccupazione: non omettere nulla di ciò che aveva udito e in esse non falsare nulla» (St. Ecc. 111,39,15). Questa notizia evidenzia l’importanza della predicazione orale come punto di partenza per lo scritto evangelico e sottolinea come la stesura scritta avesse la funzione principale di conservare la predicazione apostolica. Molto importante, inoltre, è la notizia dello stretto collegamento fra Marco e l’apostolo Pietro. Le altre tradizioni patristiche su Marco coincidono in gran parte con questa più antica: si tratta soprattutto di notizie conservate da Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano e Origene; anche gli antichi testi latini conosciuti come Prologo anti- marcionita e Prologo monarchiano tramandano come notizia fondamentale il rapporto di Marco con Pietro. Alcuni di questi testi pongono la redazione evangelica nella comunità di Roma dopo la morte di Pietro, secondo altri invece Pietro avrebbe letto ed approvato lo scritto di Marco. In alcune fonti, inoltre, si dice che Marco era di famiglia sacerdotale e, dopo aver composto il Vangelo, si recò in Egitto e divenne vescovo di Alessandria, dove morì martire.

La testimonianza del Nuovo Testamento

  1. La testimonianza degli Atti degli Apostoli

Un certo Marco viene anche più volte ricordato nel Nuovo Testamento e nulla impedisce di pensare che si tratti dello stesso evangelista. Ricercando questi dati possiamo completare il quadro descrittivo della sua persona e della vita. Egli è citato dapprima negli Atti degli apostoli e ricordato con un doppio nome: «Giovanni detto anche Marco». E’ presentato come figlio di una signora di Gerusalemme, di nome Maria, che ospita nella propria casa la primitiva comunità cristiana ed accoglie Pietro dopo la liberazione dal carcere (At 12,12). Tutto lascia credere che questa casa, capace di ospitare un gruppo numeroso, sia la stessa che la tradizione conosce come il «cenacolo»: la dimora di Gesù e degli apostoli in Gerusalemme. Gli Atti ricordano, poi, che Marco, cugino di Barnaba (anch’egli di famiglia sacerdotale), fu condotto da costui e da Paolo ad Antiochia, nella nuova comunità cristiana che si era da poco costituita (At 12,25). Con Barnaba e Paolo, Marco iniziò il primo viaggio missionario, in qualità di aiutante (At 13,5); ma ben presto li lasciò, per ritornare a Gerusalemme. All’inizio del secondo viaggio missionario, verso l’anno 50 d.C., Marco è di nuovo ad Antiochia, ma questa volta Paolo non lo vuole più con sé e nascono così due gruppi di missionari: Barnaba e Marco vanno a Cipro, mentre Paolo con Sila si reca in Asia:

«Barnaba voleva prendere con sé anche Giovanni,  chiamato Marco. Ma Paolo giudicava che non fosse opportuno portarselo dietro, perché li aveva abbandonati in Panfilia e non aveva partecipato all’ opera di evangelizzazione. Vi fu un grosso litigio, così che si separarono. Barnaba prese con sé Marco e salpò alla volta di Cipro; Paolo invece scelse per compagno Sila e partì, raccomandato alla grazia del Signore dai fratelli» (At 15,37- 39). Da questo momento Marco non compare più nel racconto degli Atti, mentre viene nominato nell’epistolario paolino.

  1. La testimonianza di Paolo

Tre volte Paolo cita Marco nelle sue lettere e niente induce a credere che sia un altro personaggio rispetto a quello degli Atti. Mentre scrive ai Colossesi, probabilmente da Roma nell’anno 61 d.C., Paolo manda anche i saluti di Marco: «Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni: se verrà da voi, fategli buona accoglienza» (Col 4,10). Nella stessa circostanza Paolo invia anche un biglietto a Filemone e, nell’elenco dei collaboratori, menziona pure Marco: «Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù, con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori» (Fm 24). Infine, nell’ultima sua lettera, poco tempo prima del martirio, verso l’anno 67 d.C., Paolo chiede a Timoteo, che risiede a Efeso, di venire a trovarlo a Roma, portando con sé anche Marco, segno che non è più presente nella capitale: «Solo Luca è con me.  Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero» (2Tim 4,11).

  1. La testimonianza di Pietro

Il nome di Marco compare, infine, nella prima lettera di Pietro, scritta anch’essa da Roma verso l’anno 65 d.C., dove risulta stretto collaboratore dell’apostolo: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio» (lPt 5,13).

La testimonianza-impronta dentro allo stesso Vangelo

Dall’analisi del testo attribuito a Marco, risulta abbastanza chiaramente che l’autore è un giudeo-cristiano, probabilmente originario di Gerusalemme, che conosceva abbastanza bene il greco e comprendeva l’aramaico. La figura di Pietro compare in modo molto abbondante e con particolari che lo evidenziano in modo specifico; la lingua dell’evangelista mostra un influsso del latino ed una attenzione rivolta a credenti provenienti dal mondo pagano e molto probabilmente abitanti a Roma. L’uso frequente di parole aramaiche, d’altra parte, lascia intendere un’origine giudaica dell’autore.

A chi scrive Marco?

L’analisi interna dell’opera conferma tutti i dati che su Marco abbiamo ricavato dal Nuovo Testamento e dalle informazioni patristiche. Possiamo, pertanto, tentare una breve ricostruzione della persona e della vita di Marco: contemporaneamente si può mettere in evidenza la data ed il luogo di composizione del suo Vangelo ed anche l’intento che ha voluto perseguire. Originario di Gerusalemme, appartenente ad una nobile famiglia sacerdotale, Marco ha conosciuto, molto giovane, la comunità dei discepoli che si riuniva nella sua casa; forse ha avuto anche modo di conoscere Gesù durante il suo soggiorno a Gerusalemme prima della sua pasqua di morte e risurrezione. Un piccolo particolare del suo Vangelo, ignorato da tutti gli altri, relativo all’arresto di Gesù nel Getsemani, ha fatto pensare ad un ricordo autobiografico: «Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo» (Mc 15,5 1-52). Quel giovanetto potrebbe essere Marco stesso. In ogni caso è certo che divenne presto collaboratore degli apostoli e, insieme al cugino Barnaba, negli anni 40, lavorò con Paolo ad Antiochia e nelle altre giovani chiese. Dopo un periodo di attività apostolica che non possiamo ricostruire, verso il 60 d.C., Marco è a Roma come stretto collaboratore di Paolo e di Pietro. In questa circostanza e per questa comunità ecclesiale, verso l’anno 65 d.C., egli intraprende la stesura del suo Vangelo, col fine di conservare la predicazione apostolica e tramandarla in modo fedele e preciso. L’uditorio a cui si rivolge è dunque di origine pagana, da poco venuto alla fede e quasi all’oscuro delle questioni religiose giudaiche, per questo Marco arricchisce le sue fonti con delle piccole spiegazioni. Inoltre in quegli anni a Roma i cristiani cominciavano a sentire il pericolo della persecuzione e sotto Nerone (nell’anno 64 d.C.) molti di loro furono violentemente uccisi. Il clima della comunità è quindi segnato da questi gravi problemi e si comprende, di conseguenza, la grande insistenza di Marco sul tema della croce di Cristo.

Vediamo un esempio di “arricchimento”:

Mt 15,1-2 1 In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli domandarono: 2 Perché mai i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione…

Mc 7,1-5 1 Si radunarono intorno a Gesù i farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, 2 i quali notarono che alcuni dei suoi discepoli prendevano i pasti con mani impure, ossia non lavate. 3 I farisei, infatti, come tutti i Giudei, non mangiano se prima non si sono lavati accuratamente le mani, secondo la tradizione ricevuta dagli antichi; 4 e anche tornando dal mercato, non mangiano senza prima essersi purificati. Vi sono, inoltre, molte altre cose che essi hanno ricevuto e che devono rispettare, come lavature di coppe, di orciuoli e di vasi di rame. 5 I farisei e gli scribi, dunque, gli domandarono: Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione…

In sintesi Marco si adatta ovviamente alla comunità destinataria del suo scritto. Per questo adopera un greco influenzato dal latino e talvolta inserisce nel suo testo termini tipicamente romani, come kenturion (15,39), kodrantes (12,42), xestes (7,4), spekoulator (6,27). Nelle traduzioni moderne queste sfumature linguistiche non sono più percettibili; è tuttavia importante notarne l’esistenza, perché sono chiari indizi di un ambiente d’origine.

Sempre in questa linea di adattamento ai lettori, che sono di origine pagana, notiamo che Marco vuole evitare loro inutili difficoltà nella comprensione delle tradizioni giudaiche e, per tale motivo, elimina particolari insignificanti per lettori romani (tipo la «frangia» del mantello: Mc 5,27; cf. Mt 9,20; Lc 8,44), oppure inserisce spiegazioni dettagliate sul senso dei riti.

Come struttura il suo Vangelo?

Nella composizione del suo Vangelo, Marco ha conservato lo schema antico della predicazione apostolica, lo schema geografico dell’annuncio o kerygrna primitivo:

  • inizio con Giovanni Battista
  • predicazione in Galilea
  • viaggio a Gerusalemme
  • ministero decisivo in Gerusalemme
  • morte e risurrezione

Ma da abile redattore ha dato una forma dinamica all’insieme del racconto, quasi un’impostazione drammatica in due tempi, ciascuno dei quali culmina con una professione di fede.

Indizio di struttura per tutta l’opera è il primo versetto del Vangelo, che è un autentico titolo ed ha più senso di quello che sembra in apparenza: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Se proviamo a sostituire alcune parole con termini più facili, anche il senso di questa espressione diventa più chiaro. Non ha senso, infatti, iniziare un libro, dicendo «questo è l’inizio del libro!»; la parola «Vangelo», dunque, non indica il libro scritto da Marco, ma la buona notizia, il messaggio predicato dagli apostoli. «Inizio del Vangelo» designa pertanto l’origine della buona notizia, il punto di partenza e la causa che l’ha determinata.

Ma qual è il contenuto di questa buona notizia? E’ espresso con i due titoli che sono uniti al nome proprio Gesù: egli è «il Cristo», egli è «il Figlio di Dio». Il nucleo del messaggio evangelico sta proprio nell’identificazione di Gesù di Nazaret con il Messia-Cristo mandato da Dio e nel riconoscimento della sua qualità divina. Il Vangelo di Marco, dunque, si propone di mostrare l’origine di questo annuncio e vuole spiegare come si è giunti a riconoscere che Gesù è il Cristo e come si è compreso che egli è anche il Figlio di Dio. I due vertici del suo racconto coincidono, infatti, con due professioni di fede. Al termine della prima parte Pietro riconosce la messianicità di Gesù: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29); e al termine della seconda il centurione romano riconosce la divinità di Gesù: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15,39).

Il Vangelo di Marco ha dunque una struttura molto semplice divisa in due parti, con breve introduzione, conclusione ed epilogo (quest’ultimo probabilmente aggiunto e che presenta un riassunto delle apparizioni pasquali e del mandato missionario).

  • 1,1                      titolo e finalità
  • 1,2-13                 introduzione
  • 1,14-8,30            I parte in Galilea: Tu sei il Cristo!
  • 8,31-15,39          II parte in Giudea: Tu sei il Figlio di Dio!
  • 15,40-16,8          conclusione
  • 16,9-20               epilogo

Il messaggio del Vangelo di Marco nel suo insieme

Marco compone il suo Vangelo in modo originale e brillante: è un buon narratore e mira a scrivere un racconto vivace per guidare alla professione di fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio. È stato detto che l’opera di Marco si può considerare il Vangelo dei catecumeni, proprio perché è una guida semplice, e profonda allo stesso tempo, verso l’incontro personale con il Signore. È il Vangelo introduttivo, cioè quello che introduce nella vita cristiana.

La struttura dell’intero libro di Marco è già significativa, perché il redattore ha dato al vasto materiale una forma ben precisa in modo che comunichi un messaggio. Tutto il Vangelo tende all’atto di fede. Le due parti in cui l’opera si divide culminano con una professione di fede: alla fine della prima parte Pietro riconosce in Gesù il Cristo; alla fine della seconda parte il centurione romano confessa che quell’uomo è veramente Figlio di Dio. Il cammino che porta questi due personaggi alla fede in Gesù è praticamente il contenuto del Vangelo di Marco. Dapprima Marco mostra come Gesù si riveli in modo progressivo, senza alcuna affermazione sensazionale: sono le sue stesse opere a parlare di lui. Chi entra in contatto con lui si accorge di qualcosa, nota una realtà fuori dall’ordinario e si pone una semplice domanda: «Chi è costui?». L’evangelista ha disseminato con maestria letteraria numerose domande di questo genere nella prima parte del Vangelo. La risposta di Pietro segna il traguardo di questo cammino di riconoscimento. Marco vuole mostrare come erano giunti a riconoscere in Gesù il Cristo e a questo punto può considerare compiuto il suo primo proposito. Ma dire che Gesù è il Cristo non risolve la piena conoscenza della sua persona; non è il vertice della fede cristiana. Né Pietro né gli altri apostoli, infatti, sanno precisamente che cosa significhi essere il Cristo. Al loro tempo erano molte le opinioni correnti sulla figura del Messia e sul modo con cui avrebbe salvato il suo popolo; ognuno, insomma, si aspettava che il Messia avrebbe fatto quello che a lui piaceva particolarmente. Anche gli apostoli di Gesù sono vittime di queste opinioni correnti; anch’essi si aspettano un Messia potente e politico; pensano di diventare grandi ministri di questo nuovo re; sperano di occupare i primi posti nel nuovo governo che si accingono a fondare.

Ma Gesù è davvero il Cristo in questo senso? Ecco perché Marco, seguendo lo schema antico della predicazione apostolica, pone immediatamente dopo la confessione di Pietro l’inizio della catechesi di Gesù sul suo destino di sofferenza, morte e risurrezione: egli è davvero il Cristo, ma fare il Cristo significa «morire». Ciò che Gesù comincia a spiegare ai suoi discepoli è troppo grande per loro e molto difficile da accettare. Leggiamo i primi versetti di questa seconda parte: «E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Mettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,31-35).

La seconda parte del Vangelo di Marco, dunque, comprende la riflessione attenta sul cammino di fede che porta a riconoscere che nella persona di Gesù sono ugualmente presenti due figure profetiche dell’Antico Testamento: il Figlio dell’Uomo (personaggio glorioso, potente e trascendente) e il Servo sofferente (uomo dei dolori, umiliato e offeso). Pietro, nonostante la sua fede messianica, continua a ragionare come gli uomini: non si è ancora aperto pienamente alla rivelazione di Dio. Vuole dare consigli a Gesù, ma si comporta da «satana», cioè da ostacolatore, da chi mette i bastoni fra le ruote ed impedisce il cammino. Non può essere Pietro né alcun altro discepolo ad indicare la strada a Gesù: egli deve mettersi dietro; chiunque vuole seguire Gesù deve mettersi dietro a lui, seguirne la via ed imitarne l’opera! Alla fine di questa seconda parte il centurione, avendo visto Gesù spirare in quel modo, lo riconosce veramente Figlio di Dio: la fede completa si ha quando si riconosce la divinità del Messia nello scandalo della croce. Il tema centrale del Vangelo è dunque il discepolato: diventare seguaci di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio.

I temi centrali in Marco nel percorso di discepolato

Concludiamo questo studio sul Vangelo di Marco attraverso alcune particolarità del profilo con cui l’evangelista presenta Gesù, perfettamente in linea con il suo appello al discepolato.

Imparare a conoscere Gesù attraverso la sua umanità

Nel testo marciano tutto è incentrato su Cristo, per divenire suoi discepoli. La buona notizia è Gesù stesso, annunciare il Vangelo significa parlare di Gesù, raccontare i fatti della sua vita; l’origine di questa predicazione è infatti la persona di Gesù e l’esperienza storica che di lui hanno fatto i discepoli. Nel narrare la storia di Gesù, Marco usa un procedimento letterario tale da comunicare al lettore un’impressione decisiva: Gesù è un vero uomo, conoscibile da ogni altro uomo. L’evangelista aggiunge spesso le indicazioni dei sentimenti e delle emozioni, sia di Gesù che degli altri personaggi: in questo modo noi incontriamo un Gesù commosso o arrabbiato, che partecipa da vicino alle vicende dell’uomo, che fa spesso domande semplici per conoscere la realtà che ha intorno. Mentre Matteo e Luca con le loro descrizioni presentano spesso un Gesù sovrumano, signore della situazione, potente nei prodigi e nella misericordia, Marco mette in grande evidenza la sua umanità: per questo ne mostra anche la fatica, la paura e la sofferenza. Presentando Gesù come vero uomo, Marco intende mostrare che la divinità è proprio nell’umanità: Gesù è il Regno di Dio; nella sua persona, con la sua vita fatta di gesti e parole quotidiane Dio è entrato nella storia; è entrato nelle piccole vicende degli uomini, per salvarli. Marco fa catechesi narrando semplicemente queste cose: in Gesù Dio è fra di noi, con noi, come noi.

Imparare a conoscere Gesù attraverso la sua operosità

Altra caratteristica importante del secondo evangelista è la predominanza delle azioni di Cristo sulle sue parole: pochi discorsi compaiono nel Vangelo di Marco; quasi tutto il testo contiene i racconti delle opere compiute da Gesù, in genere miracoli. Per Marco, infatti, i miracoli sembrano la definizione stessa di Gesù: oltre il 40% della sua opera è dedicato al racconto di fatti prodigiosi. In realtà i miracoli segnano la vita di Gesù fino alle porte di Gerusalemme: al capitolo 1 1, infatti, con l’ingresso in Gerusalemme, cessano i miracoli. Queste opere hanno portato Gesù alla morte e la croce è il miracolo per eccellenza: quello che ha fatto maturare la professione di fede. La figura di Gesù in Marco è caratterizzata da un grande dinamismo: egli è presentato sempre all’opera. Con lui il Regno di Dio si è fatto vicino, cioè è finalmente giunto (Mc 1,15), e nelle opere miracolose si vedono i segni di questa irruzione divina nella vicenda dell’uomo. A differenza di Matteo e Luca che scrivono per comunità già avviate e, forse, già in crisi, Marco si indirizza a persone che si sono appena avvicinate al cristianesimo e quindi il suo intento pastorale è quello di sottolineare la potenza dell’opera di Dio.

Imparare ad aver fede in Gesù Cristo

All’uomo è richiesto non tanto di fare qualcosa, ma di accogliere l’azione e la persona del Cristo: è chiesta la fede, diventando discepolo. Come è già stato detto, questo è il nocciolo della teologia di Marco e l’intento primario della sua opera letteraria. Se scrive per i catecumeni, è proprio alla fede che vuole condurli, ad una fede matura e consapevole. Per comprendere questa problematica in modo corretto è necessario distinguere due livelli di lettura: uno storico ed uno ecclesiale. Marco racconta diversi episodi della vita di Gesù in cui delle persone sono chiamate alla fede, mostrano di averla o la rifiutano: questo è il livello storico. Ma quando l’evangelista scrive, la comprensione della persona di Gesù e del valore della sua opera è profondamente maturata e cresciuta: quindi il livello ecclesiale in qualche modo si sovrappone al livello storico e fa di quegli antichi eventi dei veri modelli di vita per il credente di oggi. In Marco risuona dunque forte e pressante l’imperativo della fede: «Abbiate fede in Dio» (Mc 11,22). La fede cambia il mondo, perché attraverso di essa Gesù accomuna gli uomini a sé, li rende suoi discepoli e, attraverso di loro può continuare l’opera della grazia che col Cristo è entrata nel mondo. Molto significativo è, dunque, l’inciso che Marco ha aggiunto al racconto della vocazione dei Dodici: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,1 3-. 15). Il discepolo è colui che sta con Gesù; solo dall’esperienza di una vita condivisa e solo da una relazione profonda e personale può nascere la fede e la missione. Il Vangelo che Marco ha scritto vuole aiutare a vivere quest’esperienza di fede progressiva con Gesù.

Fonte del testo

UNITA’  PASTORALE  CAFARNAO
 
VESCOVATO, CA DE STEFANI, BINANUOVA, GABBIONETA,
PESCAROLO, PIEVE TERZAGNI
Related Posts

Chiara Corbella, mamma di “figli speciali”

Nella vita normale e insieme straordinaria di Chiara Corbella Petrillo, ventottenne romana, vediamo la semplicità di una ragazza che vive...

Il peccato della Chiesa

Capita spesso di imbattersi in cristiani i quali pensano che le espressioni anti-evangeliche presenti nella loro Chiesa siano da addebitare...

La felicità reclamizzata

Avendo ricevuto così tante delusioni dall’esterno, non riusciamo ad aspettarci che possa arrivare dall’interno di noi ciò di cui siamo...

Don Tonino Bello, Avvento e Natale. Oltre il futuro

Una «pro-vocazione» Oggi l’Avvento c’impegna invece a prendere la storia in mano, a mettere le mani sul timone della storia...

Gesù: Liberi di accoglierlo o di rifiutarlo

Ecco che all’improvviso siamo posti con le spalle al muro, nella crocifissione della scelta più radicale della nostra vita: accogliere...

Introduzione all’Apocalisse (don Claudio Doglio)

L’APOCALISSE DI GIOVANNI Introduzione L’ultimo libro della Bibbia è un’opera veramente originale, che affascina e sconcerta insieme. «Tot habet sacramenta...

Elisabetta Della Trinità – O mio Dio, Trinità che adoro

Aiutami a dimenticarmi interamente, per stabilirmi in te, immobile e tranquilla come se l’anima mia già fosse nell’eternità. Nulla possa...

Perchè il dolore? La risposta nella Bibbia

A cura del prof. Carlo Miglietta Perchè esiste il male? E se c’è un Dio che sia buono, perchè lo...

Thomas Merton – Diventare se stessi

Diventare se stessi Per diventare me stesso devo cessare di essere ciò che ho sempre pensato di voler essere, per...

Letture Patristiche della Domenica «del Corpo e Sangue di Cristo»

Letture Patristiche Domenica «del Corpo e Sangue di Cristo» Gv 6,51-58; Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17 DISCORSO 131...

Ernesto Olivero – Abbandonarsi a Dio

Qualche anno fa, un uomo di Dio che allora mi guidava mi mandò un messaggio che mi spaventava un po’:...

Lectio su Mc 1, 1-8

Tra le tante interpretazioni di questo inizio c’è anche quella di “inizio oggi per noi”, cioè della possibilità di tornare...

Enzo Bianchi – Qual è il grande comandamento?

Continuano le controversie tra Gesù e i suoi oppositori, che a turno tentano di coglierlo in contraddizione con la fede...

Nel mondo, ma non del mondo

Isaia La signoria di Dio è al cuore della prima lettura come del vangelo. Isaia presenta un’audace pagina di teologia...

2 Maccabei 4, 39-5,10

La violenza domina la storia, e tale violenza invade anche la vicenda del Popolo di Dio, che viene deviato dalla...

Comments
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.