27 January 2022 Versione CEI 2008

Card. Gianfranco Ravasi – La casa della Misericordia

LA CASA DELLA MISERICORDIA

Accanto alla strada, c’è un’altra realtà fondamentale nell’esistenza umana, la casa. Nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, essa costituisce anche la denominazione della seconda lettera dell’alfabeto, bêt, la quale è graficamente simile a una casa aperta, per ricordare che questo spazio familiare non dev’essere bloccato in se stesso. È ciò che accade, invece, nella società contemporanea che è segnata – talora anche a ragione – dalla paura dell’altro e del diverso, e assume perciò a segno ideale non l’uscio di casa aperto sul cortile ma la porta blindata e serrata. Certo, il popolo della Bibbia è per eccellenza la comunità della strada, considerate le sue origini nomadi, come ricorda Davide nella preghiera di offertorio dei doni per l’edificazione del tempio di Sion (spesso chiamato semplicemente “la casa” per eccellenza), che eseguirà suo figlio Salomone: «Noi siamo forestieri davanti a te e ospiti come tutti i nostri padri» (1Cr 29,15).

Tuttavia nella Bibbia la “casa” diventa il termine fondamentale per designare la famiglia, il “casato”, cioè le persone viventi che sperimentano quotidianamente gioie e sofferenze, splendori e miserie, amore e odio. Proprio per questo il profeta Natan nel celebre oracolo divino che indirizza a Davide (2Sam 7) affermerà che il Signore prima ancora che abitare nella “casa” (bêt) materiale del tempio, preferisce dimorare nella «casa (bêt) di Davide», cioè nella sua discendenza fatta di creature vive, nel fluire della storia e nel tempo ove apparirà il Messia, uomo tra gli uomini e le donne della “casa” umana.

Ebbene, noi ora cercheremo di entrare – tra le tante possibili – in tre case ideali diverse che ci presenta la S. Scrittura, mettendole tutte all’insegna della misericordia. In esse troveremo realtà che fanno parte della nostra esperienza quotidiana, umana, spirituale e pastorale: la violenza, il tradimento, la solidarietà amorosa. Come dicevamo, in tutte e tre queste dimore si accenderà la fiamma della misericordia, il tema teologico, morale ed esistenziale che è il filo conduttore delle nostre riflessioni. Bellissima è l’affermazione di Lutero che ben si sposa col simbolo della casa: «La misericordia di Dio è come il cielo che rimane sempre fermo sopra di noi. Sotto questo tetto siamo sempre al sicuro dovunque ci troviamo».

Misericordia per un omicida

Per la Bibbia è la prima casa e la prima famiglia, quella di Adamo ed Eva e dei due figli Caino e Abele (Gen 4,1-15). Eppure questa dimora ospita già al suo interno una tragedia. Infatti questa è la prima delle tante pagine insanguinate della Bibbia. Il libro sacro, infatti, non è un inappuntabile e asettico testo di teologia, ma è il racconto della storia umana ove due sono i protagonisti, Dio e noi con la nostra libertà di scegliere il bene o il male. Di scena è ora la violenza familiare e sociale che pervade ancor oggi la cronaca dei nostri giorni. Sì, perché Abele e Caino non sono solo due fratelli della stessa famiglia, ma incarnano rispettivamente lo stile di vita nomadico e quello sedentario-urbano. Non per nulla Caino fu il primo costruttore di città (Gen 4,17) e ironicamente uno scrittore inglese, Adam Cowley, osservava che «Dio fece il primo giardino e Caino la prima città».

Violenza familiare e sociale, dunque, striano di odio e morte la millenaria vicenda umana. Il primo intervento divino nei confronti di Caino, l’omicida, è necessariamente segnato dalla giustizia: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Sii, allora, maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano» (Gen 4,10-11). La base della vita comunitaria è la giustizia e anche noi, perciò, dobbiamo stare dalla parte di Abele e schierarci con le vittime della violenza e della prevaricazione. Là incontriamo già Dio col suo severo giudizio morale che il Salmista dipinge con questa immagine accesa e veemente: «Il Signore tiene in mano una coppa di vino drogato e la versa: fino alla feccia dovranno sorbirla e berla tutti i malvagi della terra» (Sal 75,9).

C’è, però, un altro atto che Dio compie. La giustizia è la sua prima ma non ultima parola. Di fronte a Caino che riconosce il suo delitto – «troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono» (4,13) – scatta la misericordia divina. Il criminale non esce fuori dall’orizzonte del Creatore che lo tutela dalla spirale infinita della violenza:

«Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! Il Signore impose a Caino un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (4,15). Su questo segno si è molto discusso e lo si è considerato come la memoria storica di una caratteristica della tribù dei discendenti di Caino, forse i Qeniti, presenti nella Bibbia: una loro insegna clanica o un tatuaggio o un’acconciatura tipica o un emblema identitario o un segno protettivo da vendette.

Certo è che ormai nel nostro racconto questo elemento ha un valore religioso. È l’indizio della cura misericordiosa di Dio anche nei confronti dei colpevoli. Il Signore condanna l’assassino, ma non lo abbandona al suo destino, anzi, lo riaccoglie sotto la sua suprema giurisdizione a cui tutte le vite appartengono. Non è, quindi, lecita la pena di morte perché solo Dio «ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio vitale di ogni essere umano» (Gb 12,10). La giustizia e la condanna non vengono meno, ma al colpevole è sempre aperta la via della redenzione che sboccia dall’intreccio tra la sua conversione e la misericordia divina. Significative sono le parole del Signore riferite dal profeta Ezechiele, già da noi evocate: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?… Io non godo della morte di chi muore. Convertitevi e vivrete!» (18,23.32).

Concludiamo questa prima scena familiare, ove domina una casa travolta da un dramma interno ad essa, con una rielaborazione che il famoso scrittore argentino Jorge Luis Borges ha condotto su questo racconto biblico secondo il tema del perdono. Negli spazi infiniti dell’oltrevita i due fratelli s’incontrano di nuovo, accendono un fuoco e si mettono a cenare. «Alla luce delle fiamme Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese di essere perdonato del suo delitto. Ma Abele rispose: “Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima!”. Caino, allora, concluse: “Ora so che mi hai perdonato davvero perché dimenticare è perdonare”».

In verità il teologo Virgilio Elizondo ribaltava questa considerazione:

«Perdonare non significa dimenticare; anzi, se avessi potuto dimenticare, non sarebbe necessario perdonare. La vera virtù consiste nel perdonare proprio ricordando, perché perdonare significa essere liberati dall’ira interiore, dai risentimenti e dalla ricerca di vendetta che consuma ogni fibra del mio essere». Si fa strada, così, il tema del perdono che è un altro nome della misericordia, un tema sul quale torneremo a meditare.

Misericordia per un’adultera

Questa volta non è di scena una casa materiale, ma è evocata una storia familiare segnata dal tradimento coniugale. È una vicenda che si ripete ininterrottamente lacerando relazioni, creando recriminazioni e generando sofferenze in genitori e figli. Si pensi solo alla travagliata storia familiare dello stesso re Davide che inizia proprio con un adulterio, quello che il sovrano consuma con la moglie di  un suo ufficiale, la bellissima Betsabea, con lo strascico di un assassinio e della morte del neonato, frutto di questa relazione adulterina (2Sam 11-12). Una storia che esploderà in una tragedia interna alla stessa famiglia del sovrano, con uno stupro, un omicidio e con la ribellione del figlio Assalonne che tenterà persino di diventare parricida e che finirà eliminato dall’esercito di suo padre (2Sam 13-19). Ma ritorniamo alla scena che vogliamo ora proporre per la nostra riflessione. Siamo sul colle del tempio di Sion a Gerusalemme.

Su quella vasta spianata ora si levano le due cupole, la dorata della cosiddetta moschea di Omar e quella argentea della moschea al-Aqsa, “la remota”, cioè la più lontana (allora) dalla Mecca. Nel I secolo, però, qui si ergeva l’imponente architettura del tempio ebraico edificato da Erode del quale restano ormai soltanto i grossi massi squadrati del basamento che compongono il noto “Muro del pianto”. Il racconto del Vangelo di Giovanni (8,1-11) ci porta idealmente lassù, in una mattina attorno all’anno 30. In un settore di quell’enorme piazzale si è costituito un assembramento di persone vocianti che circondano una donna, trascinata lì a forza e gettata a terra.

Nel cerchio che si è creato attorno a lei c’è, a lato, anche un uomo che sembra indifferente, tant’è vero che sta tracciando segni nella polvere. È Gesù di Nazaret, ed è anche l’unica volta nei Vangeli in cui si dice che egli scrive: nessuno, però, saprà mai che cosa segnasse in quello spazio, se alcune parole o semplici tratti casuali, come accade a molti quando ascoltano un discorso o assistono a un evento. La ragione del rumoreggiare che lo circonda è subito spiegata: quella donna era stata sorpresa in flagrante adulterio e il reato, stando alla legislazione biblica, supponeva la condanna esemplare della lapidazione (Lv 20,10; Dt 22,22).

Puntualmente gli scribi e i farisei si fanno portavoce dell’esigenza dell’osservanza rigorosa della norma legale: «Mosè nella Legge ci ha comandato di lapidare donne come questa!». E, quando la folla è stimolata, il brivido della violenza di gruppo, apparentemente giustificata, comincia a percorrere la mente e le mani delle persone. Gesù continua a conservare un sorprendente distacco, nonostante sia stuzzicato dai circostanti che vorrebbero coinvolgerlo in modo diretto. Alla fine,  però, Cristo si alza in piedi. Si fa silenzio e le sue parole cadono come una doccia fredda sui bollori di quell’assemblea tumultuosa: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei!».

La frase è memorabile ed è un vero e proprio atto d’accusa, una sorta di indice puntato contro tutti gli ipocriti. È facile, a questo punto, notare l’esito di questa provocazione. Le voci si quietano e lentamente il capannello di persone si dissolve e rimangono solo loro due, l’adultera e Gesù, in un silenzio surreale dopo tanto clamore. S. Agostino commentava in modo folgorante questo quadretto finale: Relicti sunt duo: misera et Misericordia, sono rimasti solo in due: la (donna) misera e la Misericordia personificata in Cristo.

Una misericordia che non ignora la realtà della colpa e la necessità di una conversione: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Ma il primato va al perdono che esclude ogni giudizio definitivo e impietoso: «Io non ti condanno». Tutto l’evento narrato da Giovanni – alcuni, però, pensano che questa pagina, assente in molti degli antichi codici che ci trasmettono i Vangeli, sia più adatta a Luca, l’evangelista della misericordia, e ne indicano anche una ipotetica collocazione dopo Lc 21,38 – può trasformarsi in una lezione di vita anche per i nostri giorni. L’esperienza amara del tradimento coniugale tormenta spesso le coppie e la superficialità che oggi imperversa la rende quasi una componente scontata. È ciò che dipingeva in modo pittoresco già l’antico sapiente biblico del libro dei Proverbi quando raffigurava così una donna amorale: «Questa è la condotta di una donna adultera: mangia, si pulisce la bocca e dice: Non ho fatto nulla di male!» (30,20).

Bisogna, perciò, ribadire con Gesù la necessità di ritornare a un senso morale più vigile, lapidariamente espresso in quel «Non peccare più!». È, però, indispensabile avere anche la capacità di perdonare: facile è spezzare una famiglia, una vita in comune, un legame profondo per un colpo di passione. Più coraggioso è, invece, cercare di rimettere insieme i cocci e non disperdere il tesoro di amore che pure è posseduto dai due sposi. E come annotava lo scrittore francese François Mauriac, «l’amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune».

C’è anche un corollario a questa lezione sulla misericordia ed è la condanna di ogni altezzosa superiorità e di ogni ipocrisia giudicatrice nei confronti della persona colpevole. Uno scrittore americano, Michael Connelly, ricordava in un suo romanzo che ogni volta che puntiamo l’indice contro un altro accusandolo, altre tre dita della nostra mano rimangono puntate contro di noi. Risuonano, allora, idealmente le parole di Gesù: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37).

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