7 August 2020 Versione CEI 2008

Alessandro Pronzato – Signore, insegnami a dormire

Signore, insegnami a dormire

Strano. Non ho mai sentito una predica sul sonno. È una grave lacuna nella mia formazione.

Signore, lasciami dormire. Non svegliarmi. È bene che io dorma.

La mia salvezza, ormai, è legata al sonno.

Difficilmente i “maestri dello spirito” approverebbero ciò. Ma Tu, che non sei obbligato a leggere i loro trattati, comprendi. E, spero, esaudirai la mia richiesta.

Le Tue vie, si dice, sono infinite. E perché una di queste strade, quella che arriva fino a me, non potrebbe essere appunto la via del sonno?

Signore, insegnami a dormire.

Non pretendere la preghiera. Lo sai che lì non cavi più nulla da me. Moltiplico le parole, chiacchiero per tapparTi la bocca, per non lasciarTi parlare. E Tu devi rinfoderare i Tuoi progetti, perché non li voglio ascoltare. Ho paura.

Ti resta una possibilità, nei miei riguardi. Il sonno.

Si legge nella storia di città costrette a capitolare, dopo interminabili assedi, perché i loro abitanti venivano presi “per fame” o “per sonno”.

Di giorno, sto all’erta. Ho imparato a difendermi da Te. So come ci si difende dal Tuo Vangelo, specialmente dalle pagine più scomode. Con le armi del buonsenso e della cultura riesco a neutralizzare i Tuoi paradossi. E se qualche Tuo colpo arriva fino a me, trovo il modo di renderlo innocuo, inserendolo in un casellario appositamente approntato, dove tutto viene sistemato, ogni cosa al proprio posto, ogni idea in ordine, nulla deve darmi fastidio.

Di notte, invece, sono costretto ad abbandonare la difesa. A smantellare i bastioni della “ragionevolezza”.

È quello il Tuo momento, Signore!

Approfittane.

Prendi in mano le briglie che di giorno ho preteso stoltamente di tenere strette tra le mie dita.

Suggeriscimi le cose giuste.

Dimmi ciò che devo fare.

Ricostruiscimi mentre dormo.

Sono come una macchina che ha bisogno di una “ripassata” generale. Pensa Tu a rimettere tutto in efficienza: orecchie, lingua, cervello, occhi, cuore soprattutto.

Rifammi, Signore, durante la notte, perché io non so far altro che accumulare guasti. Al mattino, svegliandomi, troverò uno splendido regalo: un me stesso nuovo, in edizione rifatta e, naturalmente, migliorata.

Qualcuno ha scritto: «Il sonno è l’astuzia di Dio per dare all’uomo l’aiuto che non può far passare in lui mentre è sveglio». Spero proprio che la tua astuzia “notturna” prevalga sulla mia stoltezza “diurna”. Quando sono sveglio difendo con le unghie un taccuino dove è segnata tutta la mia “saggezza”. Contiene la mia scala di valori, la mia “problematica” aggrovigliata, i miei programmi – ahimè! – di santità.

Di notte sono costretto a mollarlo. Signore, raccattalo Tu. Non ridere. Compatiscimi. Correggi gli svarioni, cancella le idiozie, elimina gli spropositi. Scrivi Tu ciò che è bene.

Trascorro un terzo della mia vita a dormire. Otto ore di sonno su ventiquattro della giornata. È quello il tempo “opportuno”, Signore. Per insegnarmi a vivere nei restanti due terzi.

Non dirò come quella signora inglese che, durante la guerra, se ne restava tranquillamente a letto durante l’infuriare dei bombardamenti: «Ho pensato che Dio non dorme: non vi è dunque nessuna necessità che stiamo svegli tutti e due». Nel mio caso dovrei dire: guai se stessimo svegli tutti e due. Io impedirei il Tuo lavoro. Combinerei guai, come faccio durante la giornata.

Un proverbio idiota (che ho imparato a odiare, negli anni di Seminario, allorché la sveglia suonava alle cinque e trenta del mattino) afferma: «Chi dorme non piglia pesci». Sia chiaro che io non ho nessuna voglia di pigliare pesci. In compenso, quando dormo, Tu, Signore, puoi pigliare me.

Ripeto, è l’ultima occasione che Ti resta. Non lasciartela sfuggire, per carità.

Alessandro Pronzato, I Vangeli scomodi, Gribaudi, Torino 1983, pp. 323-325

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