3 July 2022 Versione CEI 2008

Vangeli sinottici ed Atti degli Apostoli

Dal Vangelo ai vangeli

Il termine ” vangelo ” è oggi subito inteso in senso letterario ossia è sinonimo di quattro scritti che, denominati ” vangeli “, riportano le azioni e le parole di Gesù. In realtà con tale parola, originariamente, si indicava una ” buona notizia “, un ” annuncio gioioso ” dato in forma orale9. I vangeli canonici, pertanto, segnano il passaggio da un annuncio dato in forma orale ad una sua formulazione letteraria. Il passaggio dallo stadio orale a quello scritto è avvenuto attraverso alcune tappe che hanno portato alla formazione dei nostri vangeli.

  1. All’origine dei vangeli vi è il Vangelo portato da Gesù ossia la ” Buona Notizia ” di salvezza e di liberazione annunciata agli uomini del suo tempo che, con la sua predicazione e con le sue azioni, manifesta l’irruzione del regno di Dio nella storia. Gesù di Nazaret è in prima persona il soggetto e l’autore del Vangelo.
  2. Gli apostoli, dopo l’evento di Pasqua, ed illuminati dall’evento di Pentecoste diventano i responsabili dell’annuncio portato da Gesù: l’annunciatore diviene così l’annunciato.

I dodici ed i loro discepoli, riuniti attorno all’autorità di Pietro, danno origine ad una intensa attività evangelizzatrice, e diventano i garanti di quanto veniva trasmesso circa le parole e le azioni su Gesù. Nell’epistolario paolino si vede con chiarezza come il termine Vangelo costituisca la sintesi della predicazione fondamentale fatta su Gesù ( 1 Ts 1,5; 2,2; Rm 1,1-4 ecc) : egli è il Cristo , il Salvatore, il Figlio di Dio annunciato dai profeti, morto e risorto ( =kerigma). L’accoglienza del Vangelo richiede la fede in Lui.

L’applicazione del termine ” vangelo ” ad un nuovo genere letterario è originale non solo nella letteratura biblica ma costituisce anche una novità per quella ” profana “. Esso è divenuto sinonimo di un’opera letteraria con il vangelo secondo Marco che colloca la parola all’inizio del suo scritto come suo particolare programma ( cf Mc 1,1): la raccolta di un’antologia di parole e di azioni su Gesù, Messia e Figlio di Dio.

Il Vangelo annunciato oralmente, ha successivamente implicato una dimensione narrativa, tesa a recuperare quel passato basato sull’evento salvifico fondante: la persona e la vicenda di Gesù.

Poco per volta, allora, iniziano a formarsi nuclei di tradizione , parte in forma orale e parte in piccole formulazioni letterarie, su Gesù in vista delle esigenze delle differenti comunità e dei diversi destinatari. Questa fase ha come ambito vitale l’attività missionaria e la vita liturgica delle comunità cristiane.

Si può dire che la formazione del materiale su Gesù si è sviluppata per blocchi o per nuclei tematici 10. Un primo blocco su cui si concentra subito l’attenzione, è costituito dal racconto della passione, fondamentale nell’annuncio. Un ulteriore blocco consiste quasi interamente in detti e discorsi di carattere sapienziale, didattico, esortativo, profetico, apocalittico che focalizzano l’attenzione sulle parole di Gesù; così di seguito, poco alla volta, si sono formati raggruppamenti di controversie e di un certo numero di miracoli. Naturalmente il materiale su Gesù non fu tramandato nella sua totalità ; venne raccolto, tramandato ed adattato alle varie situazioni e necessità: catechetiche, liturgiche, etiche e pastorali.

Questo materiale trasmesso nelle e dalle varie comunità, oggetto della loro fede e della predicazione, forma il sostrato dei vangeli e costituisce la fase preredazionale.

  1. L’ultima fase è costituita dalla redazione del materiale trasmesso in seno alle comunità da parte dei singoli evangelisti . I vangeli sono stati pubblicati come scritti anonimi, i loro autori sono i portavoci delle comunità di cui si sentono parte integrante.

Gli evangelisti elaborano personalmente il materiale ricevuto. Gli stessi episodi sono inquadrati in contesti diversi a seconda del piano seguito da ciascuno. Scelgono il materiale, lo adattano in vista della propria comunità; lo interpretano portando avanti il lavoro di spiegazione compiuto nella predicazione, spiegano il significato profondo delle parole e delle azioni di Gesù. In tal modo emergono le personalità dei rispettivi evangelisti- scrittori che conferiscono il timbro del proprio genio teologico, oltre che della propria sensibilità letteraria11, ai rispettivi scritti . Ogni singolo autore ha dietro di sé la tradizione apostolica primitiva, la quale procede a sua volta dall’annuncio dell’unico Vangelo di Gesù cristallizzatosi nei vangeli. In definitiva i vangeli rappresentano quattro testimonianze dell’unico Vangelo, secondo la felice espressione di Ireneo che denominava le quattro opere letterarie ” Vangelo quadriforme “.

Il fatto sinottico

I vangeli secondo Marco, Matteo e Luca sono chiamati sinottici ( dal greco sun- opto= vedere insieme) perché se i rispettivi testi sono posti su tre colonne parallele si possono osservare le somiglianze e le divergenze. L’utilizzo di una sinossi nella lettura dei vangeli è molto utile poiché sono così poste in risalto le caratteristiche letterarie e teologiche dei singoli evangelisti.

I sinottici sono molto simili per quanto riguarda i materiali riportati e talvolta per la forma stessa , ma nel medesimo tempo differiscono quanto a piccoli particolari o nella successione degli episodi ( cf Beatitudini, Padre Nostro, le parole di Gesù sul pane e sul vino nell’ultima Cena ).

Il fatto sinottico porta alla constatazione che tra i tre vangeli esiste una dipendenza letteraria: qualcuno ha utilizzato con una certa libertà qualcun’altro che lo ha preceduto. Si suppone che Matteo e Luca abbiano utilizzato Marco, il più antico, per quanto riguarda la trama ed il materiale narrativo, mentre i discorsi di Gesù, di cui Marco è povero, sarebbero stati presi da una fonte ipotetica chiamata ” Q” ( iniziale della parola tedesca Quelle che vuol dire fonte). Di qui è nata la ” teoria delle due fonti ” ; da esse avrebbero attinto Matteo e Luca. Bisogna però ricordare che gli evangelisti riportano anche materiale proprio, non presente negli altri vangeli, cioè del materiale esclusivo che esprime la tradizione delle rispettive comunità. Del resto nessuno di loro ha preteso di raccogliere tutto, ma hanno formato delle antologie sufficienti a trasmettere l’opera e le parole di Gesù.

Il fatto sinottico, anche se non offre una spiegazione soddisfacente e definitiva al problema della dipendenza letteraria tra i vangeli, e gli studiosi hanno talvolta esposto teorie complicate ed artificiose, è un preciso indizio della vivacità e del dinamismo della tradizione evangelica come quella delle singole comunità all’interno delle quali gli autori hanno scritto il loro vangelo.

Bibliografia

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  • Zimmermann H., Metodologia del Nuovo Testamento, Marietti, Torino 1971.

IL VANGELO SECONDO MARCO

Un vangelo riscoperto

Il vangelo secondo Marco è stato il vangelo maggiormente messo in ombra e più dimenticato nel corso dei secoli; nei primi tempi era ritenuto un vangelo disordinato e S. Agostino stesso definiva l’autore un pedissequo abbreviatore di Matteo. La causa di tutto ciò era da addebitare al fatto che il testo di Marco riportava passi già presenti in Matteo e Luca. Inoltre, il criterio secondo cui gli antichi apprezzavano lo scritto era l’abbondanza o la povertà di materiali con cui potersi servirsi per la vita della comunità. I Padri della Chiesa, nei loro commentari, si sono occupati in prevalenza di Matteo , Luca e di Giovanni, tralasciando spesso Marco, considerato il parente più povero.

Gli studi biblici, a partire dal XVIII sec., modificarono questo quadro, grazie soprattutto agli studi di J. Griesbach che nel 1776 pubblicando la prima sinossi, collocò il vangelo di Marco al primo posto nell’ordine di edizione ( cf il fatto sinottico).

Nel secolo XIX , secolo del positivismo storico, il secondo vangelo fu ritenuto un documento di valore incomparabile per ricostruire la vicenda storica di Gesù, e su di esso si basarono e si moltiplicarono le tante storie della vita di Gesù. Marco offriva la persuasione che dietro il testo, si potesse individuare la testimonianza oculare: diventava la fonte principale per ritrovare il Gesù della storia .

All’inizio del XX secolo, la teoria del ” segreto messianico12 ” collocava la lettura dei vangeli, e specialmente Marco, sul terreno della teologia. La valorizzazione della prospettiva teologica ha portato a riconoscere in Marco le qualità di vero scrittore e di teologo, per aver rielaborato le tradizioni ricevute. Pertanto è stata sottolineata la prospettiva marciana nel presentare la persona di Gesù, il Regno di Dio, il ruolo del discepolo ecc. In una elaborazione della teologia del Nuovo Testamento il vangelo secondo Marco è altrettanto indispensabile quanto Matteo e Luca.

Un ulteriore fattore ha contribuito a ricondurre l’attenzione degli esegeti su Marco: l’importanza che oggi riveste l’analisi dei racconti. Con i suoi interventi nel testo l’evangelista fa entrare il lettore nel suo mondo, gli permette di identificarsi con i caratteri dei personaggi per cui si trova immerso e preso dalla narrazione così come avviene in un’opera d’arte.

Elementi caratteristici dello scrittore

  1. Vocabolario ed espressioni tipiche

Il vocabolario del secondo vangelo non è molto ricco ( 1.345 vocaboli su 11.229 parole). Ritornano continuamente i verbi ” fare “, ” avere” , ” potere” , ” volere”, cominciare; è del tutto assente la volontà di ricercare sinonimi al posto di questi verbi usuali.

Gli atteggiamenti di Gesù sono riprodotti utilizzando una medesima espressione, che in realtà può indicare differenti stati d’animo: lo sguardo circolare di Gesù può designare la bontà e la collera ( 3,5.34; 5,32; 9,8; 10,23; 11,11).

Il verbo ” chiamare ” ( 3,13.23; 6,7; 8,1; 10,42; 12,43;15,44), che negli altri sinottici ha una particolare sfumatura ed importanza perché segnala il valore della chiamata degli apostoli con il conseguente contenuto che Gesù vuole loro comunicare, ha in Marco, dal punto di vista semantico, un uguale significato , e solo il contesto ne chiarisce l’importanza. Talvolta insiste su alcuni termini, ” impuro” (1,23.26.27; 3,11.30; 5,2.8.13; 6,7; 7,25; 9,25) “insegnamento ” ( 1,22.27; 4,2; 11,18;12,38) , ” essere colpiti da stupore o da paura” ( 9,15;14,33; 16,5.6) che mostrano particolari scelte teologiche o ermeneutiche.

Marco è l’unico tra i sinottici ad adottare il termine ” didaché ” ( dottrina; cf 1,27; 4,2; 11,18; 12,38) ed il corrispettivo verbo ” didaskein ” ( insegnare), ma non riporta molti insegnamenti di Gesù come invece fanno Luca e Matteo. Tuttavia alcuni studiosi hanno rintracciato una straordinaria varietà di termini che denotano rea- lismo e senso concreto: undici parole diverse per indicare le parti della casa, dieci per i vestiti, nove per gli alimenti .

Si notano espressioni tipicamente popolari e semitiche. L’evangelista non ha paura di scrivere: ” una iscrizione era scritta ( 15,26) o ” scoprirono il tetto e avendo…aperto una apertura ” ( 2,4; 4,2; 7,33; 9,2; 14,33) . Gli esegeti si chiedono se tali modi di esprimersi non denotino un sostrato semitico piuttosto che un linguaggio popolare. Ciò che può sembrare una tautologia, può suonare bene ad un orecchio semita ( 5,12; 6,3; 7,13; 13,19.20; 14,8).

Le parole aramaiche sono distribuite un po’ a caso nel libro, ma ne è fornita la traduzione perché rischierebbero di non essere comprese dai suoi lettori di cultura latino-ellenistica: Boanergés 3,17; Talità kum 5,4: Korban, Epphatá, Bartimaios ( 10,46), Abbá ( 14,36), Eloi, Eloi …( 15,34). Termini latini sono trasferiti in greco: ( Kentyrion = centurione invece di ” hekatontarkês” cf 15,39) e così per legione ( 5,9.15), quadrante ( o quattrino, cioé la quarta parte di una moneta) al posto di ” leptòn ” ( 12,42). Talvolta fornisce spiegazioni circa gli usi ed i costumi ebraici ( cf. 7,3-4). L’evangelista, come si vedrà anche per i racconti, persegue un dialogo con i suoi lettori piuttosto che uno stile ricercato.

  1. Il legame tra le frasi

Nella lingua greca le differenti proposizioni all’interno del periodo, sono tra loro coordinate utilizzando nessi sintattici, cioè il legame con le frasi successive è stabilito con particelle e modi differenti. Il linguaggio semitico, nonché il greco popolare, utilizzava di solito la paratassi ossia la giustapposizione delle frasi legate semplicemente dalla congiunzione ” e ” ( il ” kai ” greco) che poteva assu- mere sensi differenti ( condizionale cf. 8,34; temporale 15,25, circostanziale 1,19; 4,27). Per l’ascoltatore o il lettore ciò comporta una maggiore attenzione per afferrare da qualche indizio l’esatta natura del legame.

L’insieme del materiale proveniente dalla tradizione è molto spesso collegato con ” e subito ” ( 41 volte specie nei primi sei capitoli, suggerisce l’intensa attività di Gesù) oppure dall’annotazione ” e di nuovo ” che ha lo scopo di sottolineare la coerenza dell’azione di Gesù. Tuttavia resta indubbio che Marco abusando di certe parole, corre il rischio di farne perdere loro vigore.

La mancanza di congiunzioni coordinative tra parole e frasi, chiamato asindeto, è frequente ( 38 casi): si possono trovare esempi nelle narrazioni ( 8,29b; 10,27-29; 12,24.29; ) nei detti di Gesù (12,20.23.27;36; 13,6-8). Sono anche presenti anacoluti, cioè costrutti in cui vi è assenza o incongruenza di nesso. I participi sono moltiplicati ( 1,41; 5,25) e frequentemente i verbi essere e venire sono seguiti da un participio, cui corrisponde in italiano il gerundio (1,6; 1,39; 1,40; 5,5, ). Inoltre, Marco mescola a piacere i tempi ( cf 5,15-16 e 5,18; 9,15; 6,30-32), non usa l’aoristo, il tempo classico delle narrazioni in greco, ma il presente storico che conferisce vivacità al racconto.

L’arte del narratore

Caratteristica propria di Marco, al di là di tutti i rilievi possibili sul linguaggio, è quella di essere un narratore piacevole, intelligente, vivace e, nello stesso tempo, attento a cogliere le sfumature nell’atteggiamento dei personaggi presentati. In particolare se ne rileva lo schematismo e la vivacità.

  1. schematismo

Lo schematismo dei racconti si impone subito. Il confronto tra le due moltiplicazione dei pani( 6,30-44 e 8,1-9a), racconti di un medesimo genere, nonché quello con due racconti di natura differente ( cf 1,25-27 e 4,39-41 oppure 7,32-36 e 8,22-26 ) pone in evidenza l’utilizzo di un medesimo schema: notazione delle circostanze, intervento di Gesù, effetto delle sue parole e dei suoi gesti, meraviglia da parte dei presenti. Questo non deve far pensare ad un andamento monotono e privo di effetti; al contrario la narrazione non manca di suscitare interesse e di stupire grazie anche ai molti particolari che la arricchiscono.

  1. La vivacità:

All’interno dei racconti, Marco immette uno stile vivace e pittoresco, creando con le sue annotazioni concrete e precise un quadro di vita. Il ritratto di Gesù è vivo: lo si vede sulla spiaggia del mare di Galilea, incalzato dalla folla; scompare ed è ricercato dagli apostoli; non ha il tempo di mangiare ( 3,10), dorme ” su un cuscino ” nella poppa della barca ( 4,38), cammina davanti ai suoi apostoli ( 10,32). ; si fa prendere dalla collera e dalla tristezza di fronte all’ostinatezza dei farisei ( 3,5) e la loro attività ( 8,12) , si adira con i discepoli ( 10,13), nel suo volto si legge simpatia ( 10,21) e delusione ( 10,23). Anche gli altri personaggi sono presentati con con particolari che ne manifestano i sentimenti: meraviglia, indignazione, ansia, approva- zione, simpatia ecc.( cf 3,5.54; 6,20.25.34; 8,2.12.32.33; 9,19.36).

Gli stessi miracoli , che nel vangelo hanno uno spazio molto ampio ( guarigione di malati, esorcismi, miracoli sulle forze della natura), sono il segno e l’illustrazione della potenza del maestro Gesù ( 1,21-28; 2,10), sono arricchiti di particolari annotazioni che ne fanno risaltare gli effetti. L’emorroissa ” aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando…”( 5,26). Emerge la capacità di drammatizzare i racconti e le scene ( cf 6,17-28).

L’arte del narratore risalta, in modo del tutto particolare, quando lascia all’ascoltatore di ricordarsi ciò che è stato già detto; la stessa frase ritorna su bocche diverse. Gesù dichiara che i peccati sono rimessi; poi sono gli scribi a ripetere l’idea pensando fra sé: ” Chi può rimettere i peccati ? “; quindi Gesù riprende la stessa affermazione ( cf 2.5.7.9.10). Lo stesso modo di procedere si riconosce in altri brani ( 2,15ss. in 6,31.32.35, in 9,11.12, in 10,38.39 e in 12,41-44 e in 15,44.45). Il lettore è coinvolto pienamente ed in modo avvincente in tutta la narrazione; pur conoscendo la trama fin dall’inizio, si trova a registrare le differenti reazioni dei personaggi e dei protagonisti. Ad esempio, la prima parte del vangelo ( 1,14-8,30) è percorsa dai continui interrogativi sull’identità di Gesù: ” Chi è mai costui ? ( 4,41). Da dove vengono a lui questa sapienza e questi prodigi ? ( 6,2) ” . Lungo tutta la narrazione giungono a sovrapporsi da una parte la consapevolezza di cui l’evangelista ed il lettore sono in possesso fin dall’inizio ( cf 1,1), e dall’altra la faticosa ricerca dei protagonisti del racconto. E’ possibile riscontrare uno schema simile nell’Odissea, nella scena del ritorno di Ulisse al suo palazzo reale; il lettore sa chi è colui che si presenta alla corte di Itaca, ma non lo sanno i pretendenti alla mano di Penelope. Colui che segue il filo della narrazione, si lascia coinvolgere ed attende con impazienza il momento in cui i protagonisti della scena riusciranno a scoprire ciò di cui lui è già a conoscenza. Così Marco, con questa efficacissima capacità narrativa, porta avanti l’interesse per il mistero della persona di Gesù. La stessa sensazione di vita si ricava dal plurale impersonale di uso aramaico che esprime il ” si “: ” si entra a Cafarnao ” ( 1,21). Questo plurale è tanto più significativo in quanto è seguito da un verbo al singolare. Sembra che si possa allora sostituire la terza persona del racconto con un ” noi ” quello del testimone del racconto e che coinvolge il lettore.

La comunità di Marco

Il secondo vangelo è stato scritto per quei cristiani di origine non giudaica, e principalmente pagani, che non vivevano in Palestina. Non vi è infatti alcun riferimento al rapporto antica-nuova alleanza, pochissimo sull’adempimento delle profezie. Marco si preoccupa di spiegare i costumi giudaici, di tradurre le parole aramaiche, di sottolineare il significato del vangelo per i pagani ( cf. 7,27; 10,12; 11,17; 13,10). Pertanto l’evangelista annuncia per iscritto il Vangelo di Gesù non nell’ambiente in cui esso aveva visto la luce, ma in un contesto linguisticamente e culturalmente diverso ossia per il mondo e per la chiesa latino-ellenistica. Per la sua comunità proveniente dal paganesimo cerca di presentare il mistero della croce, realtà in cui si è manifestato compiutamente il Figlio di Dio. La comunità è guidata alla scoperta di Gesù, alla sua sequela lungo il cammino della croce poiché vive in un contesto di persecuzione, ed in tal senso l’opera dell’evangelista è di sostegno e di incoraggiamento. Inoltre l’insistenza sul tema dell’annuncio e della predicazione del vangelo rispondono all’esigenza di sorreggere la comunità protesa nella sua attività di missione. In definitiva, il suo libro riflette una comunità nella quale la missione ai pagani è una scelta primaria.

Paternità letteraria

Il vangelo secondo Marco, come tutti gli altri vangeli, è stato pubblicato anonimo; le iscrizioni e le sottoiscrizioni dei manoscritti che ne riportano l’autore sono tardive. Ciò non vuol dire che egli fosse sconosciuto. La non menzione dell’autore ha la sua causa nel carattere stesso del Vangelo che è il Vangelo di Gesù Cristo, tramandato e non semplicemente prodotto dallo scrittore. Gli attuali titoli risalgono al II sec., quando a causa di varie eresie si ritenne opportuno dimostrarne l’apostolicità o ,per lo meno, il riferimento alla tradizione apostolica.

Le testimonianze dell’antica tradizione cristiana a partire dal II secolo ( Papia, Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino) concordano nell’attribuire il secondo vangelo ad un personaggio di secondo piano, che si era basato sulla predicazione di Pietro. Un dato di fatto questo, che non ha potuto essere inventato per il piacere di diminuirne l’autorità. Indubbiamente la relazione tra Marco e Pietro si stabilisce più in termini di utilizzazione di tradizioni che di comunicazione diretta di informazioni.

All’interno dell’opera non vi sono indizi che aiutino a scoprire l’identità dell’autore. Nel Nuovo Testamento è possibile rintracciare alcune indicazioni, che tuttavia non risolvono il problema ( cf. Col. 4,10; At. 13,13; 15,38; 4,10; 1 Pt 5,13). In conclusione, Marco, un personaggio non certamente di primo piano, deve aver goduto nella comunità per la quale scriveva una notevole autorità.

Il modo con cui nel vangelo di Marco si insiste sulla Galilea, ha lasciato pensare a questo luogo come origine. All’interno del vangelo appare una non perfetta conoscenza personale della geografia palestinese attorno al lago di Galilea ( cf 7,13). Un tale interesse può essere motivato da quello per la vicenda storica di Gesù, che in questa regione ha vissuto una parte importante del suo ministero. Vi è anche una motivazione teologica: la Galilea è il luogo privilegiato in cui incontrare il Risorto, il luogo dove il lettore deve cercare Gesù per porsi alla sua sequela.

L’opinione più diffusa indica Roma come luogo di composizione ( Clemente di Alessandria, Girolamo, Eusebio). Gli indizi testuali non permettono di determinarlo con assoluta certezza e la presenza di molti latinismi offre motivi di convenienza ( cf. 5,9; 5,15; 6,37; 12,15; 15,15.34.39).

La maggior parte degli studiosi fa dipendere la datazione del vangelo dal cap 13, che riferisce la profezia di Gesù circa la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Molti autori vi vedono descritta, come si può fare dopo gli avvenimenti, la distruzione della città e collocano la composizione del vangelo dopo il 70 d. C. La tradizione antica faceva risalire la data di composizione immediatamente prima della morte di Pietro o subito dopo. Probabilmente il vangelo fu composto prima del 70, poiché in Mc 13 Gesù profetizza solo la distruzione del tempio, senza accennare né all’assedio ( cf Lc 21,20) né alla distruzione della città ( cf Lc 21,24), e senza nemmeno parlare dell’incendio del tempio , che nel 70 più che distrutto, fu incendiato.

Il piano dell’opera

Il vangelo di Marco segue nelle linee fondamentali della narrazione lo schema dell’annuncio della Chiesa apostolica su Gesù ( cf At 10,36-42), che andava dal battesimo al Giordano fino alla risurrezione. Tuttavia l’autore opera una sua particolare sottolineatura sui materiali della tradizione .

Il vangelo si apre con un titolo che diviene programma e idea guida : ” Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” ( 1,1). Pertanto l’opera può essere presentata in due grandi parti: la prima contiene la rivelazione di Gesù come Messia (1,14-8,30), la seconda la rivelazione di Gesù come Figlio di Dio. Entrambe rispondono alla domanda fondamentale: Chi è davvero Gesù ?

La rivelazione della vicenda storica e dell’identità di Gesù avviene su due livelli: quello verticale, in cui si confessa e si qualifica la persona di Gesù dall’alto ( 1,11; 9,7 e 16,7), e quello orizzontale e problematico dove sono registrati i vari tentativi di risposta sia negativi e preconcetti ( 3,21; 3,22; 6,3), sia a volte, in chiave più posi- tiva ma incompleta ( 6,14-16).

Il vangelo può essere così strutturato:

  • Introduzione ( 1,1-13): è presentata la figura di Giovanni Battista che collega il vangelo di Gesù con l’Antico Testamento, in particolare utilizzando le citazioni di Ml 3,1 e Is 40,3 ; seguono il Battesimo di Gesù con la prima rivelazione dall’alto ” Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (1,11) e le tentazioni.
  • Prima parte 1,14-8,30: l’attività di Gesù in Galilea. Essa può essere suddivisa in tre sezioni.
  1. 1,14-3,6: Dopo il breve sommario in cui è sintetizzato l’annuncio del Regno di Dio e la chiamata dei discepoli da parte di Gesù, vi è l’inizio della sua attività con la presentazione della giornata-tipo di Cafarnao con una serie di guarigioni. Seguiranno cinque controversie con gli avversari. L’insegnamento di Gesù non è dato come quello degli scribi e dei farisei, ma con autorità e potenza. Ciò coglie di sorpresa i presenti e suscita una serie di interrogativi e domande sull’identità di Gesù che percorreranno tutto il vangelo.
  2. 3,7-6,6a Grande discorso in parabole (4) e grandi opere di Gesù (tempesta sedata – indemoniati- emorroissa e figlia di Giairo )
  3. 6,6b-8,3O: è caratterizzata dalle due moltiplicazioni dei pani, che costituiscono un altro tipo di grandi opere di Gesù. In tale sezione si intrecciano controversie e miracoli. In 8,22-26 si assiste alla guarigione di un cieco; esso è un brano di transizione che segue l’incomprensione dei discepoli ( 8,14-22) e prepara la confessione e vorrebbe indicare che ci vuole un intervento miracoloso da parte di Gesù per guarire la cecità intellettuale e dei cuori, oltre che quella fisica.

In 8,27-30 vi è il nucleo centrale del Vangelo: con la professione di Pietrosi raggiunge l’apice della rivelazione di Gesù come Messia: ” Tu sei il Cristo ” . Ma Gesù replica a Pietro cambiando il titolo di Messia con quello di Figlio dell’uomo che deve soffrire, morire e risorgere. Il brano prepara tutta la seconda parte orientata al mistero della croce.

E’ interessante osservare che ogni sezione inizia con un sommario in cui si descrive in modo generico l’attività di Gesù : a) 1,14-15; b) 3,7-12 ; c) 6,6b. Dopo il sommario segue un brano che riguarda i discepoli: a) 1,16-20: chiamata presso il lago; b) 3,13-19: costituzione dei 12; c) 6,7-13: missione dei 12. Infine ogni sezionetermina con un brano che esprime il rifiuto e l’incomprensione della persona di Gesù:

  1. 3,1-6: Cafarnao; b) 6,1-6a: Nazareth; c) 8,14-21: incomprensione da parte dei discepoli.

Seconda parte 8,30-16,8: Passione – Morte e Risurrezione di Gesù a Gerusalemme.

    1. 8,31-10,52: il cammino di Gesù verso Gerusalemme è incentrato sulla istruzione sistematica ai discepoli circa il suo messianismo, un messianismo di sofferenza e di persecuzione, e dalle condizioni per la sequela del maestro. Sono caratteristici i tre annunci della passione ( 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34) e la conseguente incomprensione dei discepoli. Dopo il primo annuncio della passione è presentato il brano della Trasfigurazione ( 9,2-13). Esso rivela che proprio quel cammino porta verso la gloria e la risurrezione, confermata dalla seconda rivelazione dall’alto: ” Questi è Figlio mio prediletto: ascoltatelo ” . Vi sono le ulteriori istruzioni per i discepoli e la sezione si conclude con la guarigione del cieco di Gerico ( 10,46-52) che segue Gesù sulla strada della passione.
    2. 11,1-13,37 : attività a Gerusalemme. Dopo il solenne ingresso e la purificazione del Tempio, simbolo del nuovo Tempio aperto a tutte le genti, seguono le controversie con i capi dei farisei con l’inserimento della parabola dei vignaioli omicidi (12,1-12). Il dibattito-scontro si chiude con il discorso finale che, sul modello delle rivelazioni o apocalissi, annuncia il giudizio di Dio sulla città di Gerusalemme e la venuta del Figlio dell’uomo ( 13,1-37).
    3. 14,1- 16,8: passione morte e risurrezione a Gerusalemme. Questa sezione costituisce il nucleo più arcaico del vangelo in cui sono presentate le varie fasi della vicenda storica di Gesù, dalla cattura al processo, alla crocifissione ed alla risurrezione. Anche qui Marco sottolinea la sua particolare prospettiva teologica: Gesù dichiara di essere il Messia davanti al Sommo sacerdote ( 14,61-62). Al calva- rio, vi è il culmine della rivelazione di Gesù come Figlio di Dio nelle parole del centurione ( 15,39). Il vangelo di Marco ad opera di un pagano raggiunge il suo vertice ed è la seconda, risposta anticipata in 1,1: il titolo di Figlio di Dio si può comprendere solo davanti al mistero della croce.

La terza rivelazione dall’alto è costituita dall’angelo al sepolcro ( 16,7): ” Non è qui; è risorto…; in Galilea lo vedrete…”

  • conclusione (16,9-20): Tutti gli autori sono concordi – in base ai dati della tradizione manoscritta – che i versetti con cui il vangelo si conclude non appartengono all’evangelista, e sono un’aggiunta posteriore compilata con elementi presi da tutti gli altri vangeli.

Prospettiva teologica

Il titolo dell’opera marciana( 1,1) denota fin dall’inizio la portata cristologica di tutto il vangelo: cerca di mostrare la base, i fondamenti, la storia del vangelo stesso che è profondamente cristologico. Tale annotazione vale per tutta l’opera di Marco, per cui ogni pericope contiene un messaggio cristologico e deve essere compresa in questa chiave. Le continue domande su Gesù e sulla sua identità, presentate in maniera efficace dal punto di vista narrativo, percorrono tutta l’opera. In 8,27-9,13 l’evangelista ha accumulato molti elementi utili per illustrare il tema che più lo interessa: chi è Gesù? Da una parte, le sue parole e suoi gesti nei quali si manifesta la potenza di Dio, suscitano stupore; dall’altra, una sconcertante debolezza poiché le stesse parole e gli stessi gesti non si sottraggono alla contraddizione, alla discussione e all’incredulità. Nel dibattito su chi è Gesù intervengono tutti i principali personaggi, in ordine crescente: la folla, i discepoli, Gesù stesso (8,31), la voce celeste. Anche le risposte sono in ordine crescente: un profeta, il Messia, il Figlio dell’uomo che deve soffrire, il Figlio Unigenito.

Il modulo base del racconto è indicativo per comprendere che la è croce il punto più difficile da comprendere e da vivere, che lo stesso discepolo deve comprendere e vivere, per evitare di fraintendere l’identità e la missione di Gesù, nonché quella sua propria. Non la potenza esorcistica o i miracoli di Gesù, non le teofanie al lago o sul monte della trasfigurazione, ma soltanto la croce può compiutamente rivelare il senso dei titoli cristologici di Mc 1,1 e provocare la confessione di fede in Gesù quale Figlio di Dio. Già il titolo di Messia, indirizzato da Pietro a Gesù a Cesarea, era da porre sotto il segno della sofferenza se non lo si voleva equivocare; ma soprattutto il secondo titolo, Figlio di Dio, si può comprendere paradossalmente solo davanti al crocefisso. Gesù si rivela messia, secondo il progetto di Dio, in quanto Figlio dell’uomo e servo fedele nel cammino della croce.

Il tema del Regno di Dio ricopre tutto l’intero orizzonte della vicenda storica di Gesù. Esso è presente all’inizio della predicazione come programma ( 1,14-15), è illustrato nelle parabole (c 4) e messo in opera da Gesù attraverso i suoi gesti di potenza, esorcismi e miracoli. Egli proclama l’avvento del dominio potente di Dio, l’imminenza reale della Signoria di Dio. Nell’attività di Gesù si realizza il definitivo avvicinamento di Dio, che richiede come risposta la conversione e la fede. I titoli di Figlio di Dio e figlio prediletto, esprimono la sua discendenza, denominano l’essenziale relazione con Dio, che è manifestazione della volontà , della potenza e della presenza definitiva di Dio. La base e l’ultima parola della cristologia marciana hanno il loro fondamento in questa relazione essenziale e personale: Gesù è il Figlio di Dio attraverso cui Dio è presente , si manifesta e viene raggiunto dagli uomini.

Nella sua passione-risurrezione il tempo finale di Dio è già anticipato: il Regno di Dio viene con potenza ( 9,1); nell’ora della croce Gesù viene come Figlio dell’uomo. La tensione escatologica tra presente e futuro si risolve in tensione esistenziale verso il Cristo crocifisso, nell’attesa e nella speranza del Figlio dell’uomo, che porta il regno definitivo di Dio.

Il mistero cristologico è tanto profondo ed inesauribile che non può essere mai pienamente espresso in concetti. Alla professione cristologica deve appartenere la ricerca, l’apertura, lo spazio per una più profonda comprensione.

Il vangelo è ritmato, soprattutto nella seconda parte, dalla sequela, cioé dall’itinerario che i discepoli fanno al seguito di Gesù. Il discepolo è colui che segue il maestro sulla via, piuttosto che colui che fa ciò che è stato insegnato: professa con coraggio la sua fede, prende la via della croce e si avvia dietro Gesù con la certezza della gloria finale, nell’attesa del Figlio dell’uomo glorioso.

Gesù è colui che va avanti, che segue la via verso la croce. Per divenire suoi discepoli bisogna comprendere il suo mistero, mettersi sulla sua strada e ripercorrere il suo cammino. Alla fine, sulla tomba vuota del Risorto, l’angelo annuncia di ritornare in Galilea ( 16,7).

Chi ha seguito Gesù fino al termine del suo cammino è in grado di capire la professione di fede che lo proclama Figlio di Dio nella realtà della croce . La nuova comunità, la Chiesa, è caratterizzata dall’annuncio del vangelo del Regno e dalla pratica della sequela.

Bibliografia:

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VANGELO SECONDO MATTEO

Il vangelo ecclesiale

Il vangelo secondo Matteo si è imposto nel corso dei secoli perché è stato quello più utilizzato nella tradizione teologica e liturgica della Chiesa, non semplicemente per essere il primo ad aprire il canone neotestamentario. Era già citato come ” scrittura sacra ” dagli autori dei primi secoli ( Didaché, lettera di Barnaba, Ignazio di Antiochia, Clemente Alessandrino ecc.). Le motivazioni di tale favore possono ricondursi all’autorevolezza apostolica di cui godeva e all’organizzazione accurata dell’opera stessa. Infatti è tracciato un quadro organico della vicenda storica di Gesù, dalle sue origini fino all’esaltazione gloriosa, ed è così offerta una sintesi ordinata e progressiva dell’insegnamento di Gesù. Inoltre, per le continue citazioni dell’antico testamento permetteva di inquadrare la vicenda di Gesù di Nazaret nella storia della salvezza.

Si riconosce al primo vangelo un primato per l’impostazione catechistica. Esso, nell’alternanza regolare di parole ed azioni, si presenta come la catechesi più completa sulla vita e sull’annuncio del messaggio di Cristo, risultando così uno strumento adatto per la retta comprensione del messaggio evangelico e per la sua attuazione nella vita. Gesù stesso è presentato come il Messia-maestro della comunità cristiana.

Infine si è imposto come vangelo ecclesiale, per l’importanza data alla comunità fondata da Gesù, la Chiesa ( 16,18; 18,17), e per la sua apertura universale ( 28,18- 20).

L’organizzazione dell’opera

E’ necessaria la conoscenza dei procedimenti redazionali messi in atto dall’autore per dare unità al materiale molto vario di cui disponeva, per apprezzarne l’originalità ed il contenuto della riflessione teologica. L’evangelista ha assunto il materiale discorsivo e narrativo dalle varie correnti della tradizione, utilizzando il vangelo di Marco per la parte narrativa, una fonte di detti comune con Luca ( fonte ” Q”), ed una terza, ipotetica, quella propria di cui l’autore era in possesso. In Matteo circa il 23% è materiale proprio, il 50% è comune con Marco ed il 27% è comune con Luca, soprattutto per quanto riguarda i detti ed i discorsi di Gesù.

  1. procedimenti stilistici:

Il vangelo di Matteo si distingue per la linearità e la chiarezza della sua composizione avvalendosi di alcune tecniche ispirate alla prassi retorica e didattica. L’unità letteraria tra le raccolte di insegnamenti eterogenei è data da una parola gancio o di richiamo che aiutano la memoria a ritenere una serie di sentenze non collegate per il loro contenuto ( Cf 18.4.5.6 e 18,6.10.14).

La coesione letteraria di altre sezioni è ottenuta mediante la cosiddetta ” inclusione ” che consiste nel riprodurre alla fine di un racconto o di una sentenza una parola, una formula tipica che richiama l’inizio e fissa così l’insieme in una solida unità ( cf Mt 16,6-12; 12,39-45).

Una funzione espressiva e forse mnemonica svolge la disposizione delle frasi o sentenze in parallelismo nella forma dell’antitesi e dello sviluppo progressivo mediante una formula o immagine corrispondente ( progressivo 7,6; 7,6-10; antitetico 7,24-25.26-27 o sinonimico 3,3; 8,17). Spesso tale procedimento può variare in forma di chiasmo ossia le parole o le frasi si corrispondono o contrappongono a vicenda in ordine inverso, secondo lo schema A-B/B’-A’ ( cf 16,25). Il frequente ricorso a questa tecnica compositiva rivela una certa affinità con lo stile ed il gusto letterario biblico e semitico.

L’intento didattico si rivela anche nella ripresa di alcune frasi o formule fisse, che come ritornelli regolari conferiscono alla sua opera il tono della predica o della catechesi (cf la formula ” nelle tenebre ci sarà pianto e stridore di denti “, che ricorre almeno 6 volte per evocare la condizione finale di rovina e di disperazione in cui verranno a trovarsi gli empi : 8,12; 13,42.50; 22,13; 24,51; 25,30). Sono ripresi o ripetuti ” detti ” di Gesù o gruppi di sentenze nei contesti diversi ( Mt 5,29-30 e 18,8- 9; 5,32 e19,9; 7,16-18 e12,33-35; 10,38 e 16,24-25; 19,30 e 20,16) poiché l’evangelista vuole inculcare un’idea o richiamare un insegnamento particolare.

La disposizione delle sentenze e dei racconti in gruppi o blocchi seriali corrispondenti ai numeri sette e tre risponde all’intenzione dell’autore di facilitare la memorizzazione, oppure di richiamare l’attenzione sulla valenza simbolica del numero ( il sette indica un cammino di perfezione) . I raggruppamenti numerici sono numerosi: Mt conta per tre volte 14 generazioni di Gesù ( 1,17) ; 7 domande per il Padre nostro , 7 parabole ( c. 13) , 7 guai contro i farisei ( c.23); 7 demoni che tornano alla carica ( 12,45) ; 7 pani e 7 ceste; il perdono 7O volte 7 ( 18,22) ; 3 tentazioni; 3 opere da compiere con sincerità: elemosina, preghiera e digiuno.

Le suture tra le differenti unità letterarie sono stabilite con annotazioni di carattere cronologico che non hanno rilevanza temporale ( l’avverbio ” allora ” appare 92 v; ” in quel tempo “, ” quel giorno ), o con riferimenti di carattere topografico, valide per la loro generalità quando non si contrappongono con i dati degli altri vangeli.

  1. Il vocabolario e la lingua

Il vocabolario di Matteo, nonostante la frequenza di alcune particelle ( ” allora ” 90 volte; ” di modo che” 17 volte; ” affinché” ecc.) e di alcuni verbi o sostantivi ( ” compiersi, compimento “ecc.), conosce anche un certo numero di vocaboli greci scelti e rari ( 6,7.16; 19,28) . Nel vangelo di Matteo ricorrono alcune parole greche nelle quali si condensa il suo messaggio spirituale come ” giustizia ” (= fare la vo- lontà di Dio) ed altri termini che denotano la prospettiva matteana ( parusia, ipocrita, giudizio, radunare ecc.).

La lingua è più curata di quella di Marco, utilizza maggiormente la sintassi e l’aoristo prevale sul presente storico. Lo scritto, sia per il vocabolario, che per lo stile ( proposizioni subordinate, genitivo assoluto, giochi di parole), denota una mente che pensa e scrive in greco.

  1. l’ambiente palestinese

Si nota una familiarità con l’ambiente e la cultura biblico-giudaica. Ciò appare specialmente nell’uso di termini ebraici di cui non è fornita alcuna traduzione : raka (= stupido, testa vuota 5,22), Beelzebul (= signore, principe, soprannome di Satana 10,25) ; unici termini spiegati sono quelli di Emmanuele( 1,23), Golgota ( 27,33), Elì, Elì ( 27,46); le espressioni semitiche quali Regno dei Cieli al posto di Regno di Dio o di città santa in luogo di Gerusalemme ( 4,5; 27,53); legare e sciogliere ( 16,19; 18,18; geenna 23,33).

L’evangelista fa riferimento ad usi, costumi e tradizioni tipiche dell’ambiente giudaico come a realtà note: la distinzione tra comandamenti ” grandi e piccoli “, ” gravi e leggeri ” ( 5,19; 23,33; ); le abluzioni ( 15,2); le decime ( 23,23); l’uso di imbiancare i sepolcri ( 23,27); le filatterie, cioè le custodie con frammenti di testi biblici che si indossano durante la preghiera.

E’ da sottolineare l’uso della scrittura. In 130 passi si fa riferimento all’Antico Testamento; alcune delle citazioni sono esplicite, precedute da una formula di introduzione ( 3,3; 13,14; 26,54.56) , altre sono introdotte dalla tipica formula di compimento: ” affinché si compisse ciò che fu detto…” ( 1,22; 2,15ss; 4,14; 8,17; 13,35 ecc.). Sono citazioni, prese dalla LXX e rimaneggiate, che esprimono una riflessione personale dell’evangelista, al fine di sottolineare la sovrabbondanza del Cristo in rapporto all’attesa messianica giudaica e il suo carattere universale secondo la linea propria di Isaia, che Matteo cita maggiormente. Inoltre si osserva il ricorso ai metodi esegetici tipici delle sinagoghe e dei movimenti giudaici del I sec. ( targum, midrash ecc.).

L’insieme dei fattori letterari, linguistici e culturali pone il problema della origine del primo vangelo e del suo rapporto con la tradizione culturale giudaica. Il vangelo secondo Matteo, tuttavia, è un’opera originale scritta in greco e non una semplice traduzione dall’aramaico. Gli abbondanti aramaismi significano che in Matteo, come del resto in Marco ed in Luca, vi è la presenza di un sostrato semitico che risale all’ambiente di Gesù.

La narrazione

Le caratteristiche didattiche, proprie del primo vangelo, non devono far dimenticare che lo scritto è formalmente una narrazione ritmata dagli insegnamenti, la quale procede secondo una progressione tematica ben definita ed una analogia di argomenti.

  1. Discorsi maggiori

Risaltano i cosiddetti ” discorsi maggiori ” il cui tema centrale è il Regno dei Cieli. Essi sono scanditi da una medesima formula conclusiva: ” E accadde quando Gesù ebbe finito questi discorsi…( 7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1) .

Nei cinque o sei grandi discorsi13 di Gesù, Matteo distribuisce l’insegnamento del maestro seguendo i progressi di formazione della sua comunità: alcuni autori hanno voluto vedervi una specie di pentateuco cristiano; si tratta in ogni caso di una catechesi organica che poteva aiutare ogni gruppo, ogni piccola comunità ecclesiale a crescere nella vita cristiana. Essi sono facilmente rintracciabili nei seguenti capitoli:

  • 5-7: discorso programmatico
  • 10: discorso di invio in missione
  • 13: discorso in parabole
  • 18: discorso comunitario sulla la vita della comunità
  • 24-25: discorso sul ritorno ultimo del Figlio dell’uomo.
  1. I racconti

I discorsi sono separati da sezioni narrative che talvolta sembrano essere state scelte e distribuite, almeno per quanto era possibile, con una certa relazione ai discorsi. Bisogna precisare tuttavia che anche nei racconti la parte discorsiva prevale

. Un raggruppamento tematico di massima dei capitoli può essere il seguente: c. 3-4 (introduzione all’attività di Gesù); 8-9 (sezione dei miracoli); 11-12 ( ostilità crescente); 14-17 ( raggruppamento di miracoli, moltiplicazione dei pani e trasfigurazione); 19-22 ( parabole ed azioni simboliche); 26-28 ( racconto della passione).

Nei racconti scompare quell’attenzione ai dettagli tipica di Marco e gli elementi narrativi , ridotti all’essenziale , si impongono per il loro schematismo, che concentra l’attenzione sui gesti e sulle parole di Gesù.

La figura di Gesù ed il ruolo degli altri protagonisti, i discepoli, i giudei e le folle, sono evocati mediante un frasario fisso che danno all’insieme un senso di ieraticità : i discepoli si ” accostano ” a Gesù e gli dicono o gli chiedono ( 13,10-13; 14,15; 15,12; 18,1; 24,1.3;) , folle numerose seguono Gesù.

La comunità matteana

Nella narrazione gli elementi che illuminano il legame di Gesù con il giudaismo sono molteplici. Ciò lascia supporre che i destinatari fossero di origine giudaica e non una comunità di convertiti dal paganesimo. Gesù appare come mandato soltanto ad Israele ( 10,6; 15,24); vuole osservare pienamente la legge ( 5,17-19; 12,5); gli apostoli sono descritti come scribi istruiti del Regno dei cieli ( 13,52) ; la particolare attenzione riservata al problema della ” legge “. Questi elementi riconducono al primo periodo di vita della comunità cristiana, precedente la distruzione del Tempio avvenuta nel 70 d.c., quando viveva in rapporto pacifico con la sinagoga giudaica ed il Tempio . Più tardi, però, si verificò una rottura con il giudaismo ufficiale, che aveva rifiutato la proposta cristiana. Diversi temi esprimono un rapporto conflittuale ( cf 4,23; 12,9; 13,54); ormai il Tempio è diventata una casa abbandonata ( 23,28); il regno che apparteneva ad Israele è stato dato ad un popolo che lo fa fruttificare ( 21,41) ; la salvezza è passata ai gentili ( 2,1-13; 27,54; 28,16-20). La missione universale, che abbraccia anche i pagani, è rappresentata da alcune parole e gesti profetici di Gesù che elogia e riconosce il ruolo salvifico della fede dell’ufficiale pagano di Cafarnao (Mt 8,10-13) e della donna cananea (Mt 15,28).

Tuttavia anche all’interno della comunità sono presenti delle difficoltà: Matteo denuncia la falsa sicurezza di coloro che non perseverano nell’attitudine ad un impegno vigile ed attivo ( 7,21-23; 24,48-51; 25,24-30). Ricorre sulla bocca di Gesù , nei confronti dei discepoli , la formula : ” uomini di poca fede ” ( 6,30; 8,26; 14,32; 16,8; 17,20). I pastori sono ammoniti ad usare dolcezza verso i deboli, andando in cerca della pecorella smarrita ( 18,10-14). Risalta la polemica contro i falsi profeti ( 7,15-20.22; 12,33-37; 24,11).

La situazione complessa che il vangelo di Matteo rispecchia all’interno , ha un peso sulla considerazione dell’origine del primo vangelo a livello letterario e storico. Sul piano letterario l’ipotesi che sembra possa avanzarsi è che nel lavoro redazionale di Matteo siano messe insieme più tradizioni , tenendo conto dei vari elementi e del rapporto di Matteo con gli altri due sinottici.

Paternità letteraria

La tradizione cristiana (Ireneo, Origene, Papia) ha generalmente identificato l’evangelista Matteo con l’apostolo Levi ( cf Mc 2,14), figlio di Alfeo il pubblicano. Secondo la testimonianza di Papia, molto controversa, l’attuale vangelo sarebbe la traduzione di un originale aramaico. Ma esso è stato composto da uno che conosce il greco e lo parla ; le stesse inflessioni semitizzanti, diversamente distribuite, si possono spiegare con l’uso di tradizioni palestinesi e la familiarità con la Bibbia. Pertanto l’insieme dei dati linguistici e la complessa situazione dell’ambiente vitale, lasciano pensare che l’autore sia un cristiano della seconda generazione, che parla bene il greco e proviene da una formazione giudaica. L’evangelista può essere annoverato nel gruppo di quegli ” scribi ” che erano diventati discepoli del regno di Dio e che, dal ricco tesoro della tradizione , avevano saputo ” tirar fuori cose nuove e cose antiche ” ( 13,52).

L’attuale vangelo sarebbe stato scritto dopo il 70 cioè in un periodo successivo alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio ( cf Mt 22,7 e Lc 14,24) . Ignazio di Antiochia già lo conosceva, e questo dato confermerebbe che la composizione non può risalire a dopo l’anno 100. Alcuni indizi interni, mostrano un interesse per la Galilea e la Siria ( 4,12-16; 4,23.24; 17,22; 28,16). Nell’ambiente antiocheno potrebbe radicarsi la tradizione petrina che, assieme a quella fatta risalire all’apostolo Matteo, ha contribuito a dare autorevolezza e prestigio al primo vangelo; pertanto esso è stato scritto in greco da un giudeo-cristiano verso la fine degli anni 80 per la Chiesa di Siria.

Piano dell’opera

Il consenso tra gli antichi commentatori e gli studiosi moderni sulla sistematicità del primo vangelo è unanime. Le divergenze cominciano tra i moderni quando si tratta di ricostruire il piano del vangelo. Le ipotesi proposte dipendono dalla diversità dei criteri assunti per tali ricostruzioni: criterio bio-geografico, storico drammatico, teologico-dottrinale o tematico-letterario14. La scoperta della organizzazione della narrazione può essere fruttuosa nella misura in cui riesce a far emergere le caratteristiche del vangelo. E’ evidente la progressione drammatica alla base del vangelo, incentrato su due poli, da una parte Gesù, il Figlio di Dio, che annuncia il Regno e dall’altra i destinatari suddivisi in due gruppi: i discepoli ossia la Chiesa, il vero Israele, che prolungano la missione di Gesù e dall’altro il giudaismo ufficiale che lo contesta e rifiuta. Tale progressione porterebbe il vangelo ad essere strutturato, dopo i capitoli 1-2 introduttivi, in due grande parti: 3-18 e 19-28. La presente divisione vuole rispondere ad una traccia di lettura che tenga conto dell’alternarsi di discorsi e racconti.

  • Introduzione (1,1-4,16).

I capitoli 1-2 , chiamati ” vangelo dell’infanzia ” costituiscono la grande ouverture cristologica. Dal punto di vista narrativo corrispondono alla nascita, all’infanzia ed alla preparazione del ministero di Gesù, precedute dalla genealogia messianica. Le formule di compimento ne segnano i momenti ( 1,22-23; 2,15.17.18.23; 4,14). Questo prologo inquadra, per la sua coerenza teologica, l’identità di Gesù di Nazareth , Messia e Figlio di Dio. Il successivo racconto del battesimo e delle tentazioni indicano come debba essere compresa la sua missione.

  • prima tappa (4,17-9,34)

Il Regno dei cieli, preparato da Giovanni Battista e proclamato da Gesù è accolto dai primi discepoli. Il primo lungo discorso chiamato ” della montagna ” ( 5-7) è un discorso programmatico che specifica il tipo di salvezza portato da Gesù. Seguono le opere salvifiche: 10 miracoli ( 8,1-9,34). Nell’ attività di Gesù si mostra come le sue parole le azioni manifestino la reale presenza del Regno dei Cieli.

  • seconda tappa (9,35-12 )

Nel discorso di invio ( c. 10) Gesù associa alla sua missione i discepoli che prolungano la sua. Essi sono invitati a prendere parte al suo destino di servo sofferente. L’opposizione a Gesù, segnala l’inizio del dramma della crescente ostilità di Israele che lo rifiuta .

  • terza tappa (13-17,27).

Comprende il grande discorso in parabole ( 7 parabole) con cui è rivelato il mistero e la crescita Regno di Dio . Esso è centrato sull’ascolto della parola che matura in comprensione. I misteri del regno sono accessibili ai discepoli, mentre le folle rimangono sorde e cieche, ed è per questo che Gesù le guarisce e le nutre. Solo dai suoi discepoli, e in particolar modo da Pietro che ne è il principale portavoce, è riconosciuto Messia e Figlio del Dio vivente ( 16,13-19); su di loro può fondare la sua Chiesa, il nuovo Israele: il Regno di Dio, rifiutato dal suo popolo, passa alle genti ( 13,53- 17,27). Ad essa appartengono tutti coloro che si pongono sulla roccia di Pietro ed insieme con lui confessano Gesù come il messia e Figlio diletto.

Matteo associa la messianicità alla figliolanza divina, a differenza di Luca e Marco che ne affermano la sola messianicità ( cf Mc 8,27-30; Lc 9,18-21). Il racconto della trasfigurazione conclude questa tappa.

  • quarta tappa ( 18-23)

La sezione conduce geograficamente al luogo dove si consumerà il dramma. In essa è inserito il ” discorso comunitario ” perché inteso a regolare i rapporti all’interno della comunità e ad inculcare l’ideale di fraternità come esigenza di vita da realizzare. Agli scribi e ai farisei, Gesù rimprovera la non coerenza con quanto insegnano ( 19,1-23,39).

  • Quinta tappa ( 24-28)

La Chiesa è invitata , nel discorso escatologico, a prepararsi al ritorno del Figlio dell’Uomo ( 24-25): è un discorso rivolto ai discepoli incentrato sulla vigilanza. Il dramma ormai raggiunge il culmine. Gesù è condannato a morte, ma in realtà nella sua passione e risurrezione si rivela giudice e Signore.

La missione universale dei discepoli costituisce la Chiesa, testimone della presenza attuale del Regno dei cieli nella storia degli uomini.

Prospettiva teologica:

La narrazione matteana è una grande sinfonia, attraversata da un unico tema ricorrente , ma sviluppato in differenti movimenti. In 1,22-23, prima citazione di compimento, di cui l’evangelista si serve per interpretare la vicenda umana di Gesù, afferma…” Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi”. Al centro del vangelo, nel discorso di invio ( 18,20) vi è la medesima realtà: ” …dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” . Ed infine le ultime parole date dal Risorto ai discepoli : ” …Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo “( 28,19-20).

Il tema ricorrente della narrazione è l’essere di Dio con noi in Gesù Cristo. La predicazione del Vangelo del Regno è il punto focale, in cui vi è la manifestazione della continuità della storia della salvezza, che va dalla promessa profetica al suo compimento e da Gesù ai discepoli. La prospettiva teologica che l’evangelista intende mostrare è lo stretto legame tra l’evento del Regno di Dio portato da Gesù e la sua preparazione nell’Antico Testamento; la stretta connessione tra ecclesiologia e cristologia, e l’intimo legame tra etica ed escatologia.

La rivelazione della presenza salvifica e trasformatrice di Dio in Gesù, manifesta la fedeltà di Dio alle sue promesse. La speranza messianica si inserisce nella linea abramica e davidica, ma si qualifica nella fedeltà al progetto di Dio che conduce alla morte in croce. Gesù, nelle sue azioni e nelle sue parole porta a compimento il piano salvifico di Dio che mette tutti gli uomini in relazione filiale con Dio. La Chiesa , comunità messianica e popolo di Dio, definita dal rapporto degli uomini credenti con Gesù, Figlio di Dio e Signore, atteso come giudice glorioso ed universale della storia umana, è lo spazio in cui si vivono i rapporti di fraternità sul modello dell’amore mi- sericordioso di Dio così come Gesù lo ha rivelato ed attuato. Il regno dei cieli, predicato e realizzato da Gesù significa la sovranità di Dio sull’uomo che si realizza mediante il compimento della sua volontà, che è volontà di salvezza. La prassi del regno è prassi dell’amore senza limiti che si realizza e si anticipa nella chiesa, la comunità dei salvati, ma che sarà compiuto solo alla fine dei tempi.

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  • Schniewind J., Il Vangelo secondo Matteo, Paideia, Brescia 1977. Trilling W., Il vangelo secondo Matteo, Città Nuova, Roma 19803.

L’OPERA LUCANA: VANGELO ED ATTI

Il vangelo e gli Atti degli apostoli di Luca possono essere considerati due tavole di un medesimo dittico poiché rappresentano due parti di un’unica opera. Il vangelo riguarda l’evento di Gesù di Nazaret , il tempo in cui Dio porta a compimento le promesse di salvezza annunciate nell’Antico Testamento , una realtà questa inscindibile dall’attività missionaria attuata, grazie al dono dello Spirito , dagli apostoli del Risorto e narrata negli Atti degli Apostoli. Dal punto di vista letterario e teologico è molto importante recuperare l’unità e la continuità dei due libri così come fu concepita dall’autore. Tale continuità può essere facilmente intravista confrontando il prologo dei due scritti ( cf Lc 1,1-4 e At 1,1-3), e la finale del vangelo ( 24,44-53) dove si sottolinea il clima di attesa del dono dello Spirito – ripreso in Atti 1,4-9.12ss – e poi effuso nel giorno di Pentecoste ( At 2): l’opera di Gesù, compimento definitivo del piano salvifico di Dio, si prolunga nel tempo della Chiesa attraverso la missione evangelizzatrice in forza dello Spirito.

Nel II secolo il vangelo di fu separato dagli Atti per formare, insieme agli altri vangeli, un’unico corpo secondo un’unità tematica: l’annuncio della salvezza portata da Gesù Cristo.

L’opera lucana ha avuto un grande influsso sulla formazione del ciclo liturgico ( il ciclo del Natale; il ciclo Pasqua-Ascensione-Pentecoste) e di molte festività importanti per la vita della Chiesa ( Annunciazione, Visitazione ecc.); inoltre determinate è stato l’apporto per lo sviluppo del culto mariano.

1 IL VANGELO

Prefazione metodologica

Le prime battute del vangelo, il prologo ( Lc 1,1-4), per la loro accuratezza sono al pari delle migliori introduzioni della produzione letteraria storiografica dell’epoca ellenistica. Il prologo delinea il programma, il metodo di lavoro e la finalità dell’opera. I fatti di Gesù, fondamento storico della fede cristiana, sono oggetto di ricerca sulla base delle notizie offerte dalla tradizione per renderne credibile il messaggio. La garanzia storica che Luca vuol dare ha la funzione di rafforzare la fede cristiana. La nascita di un nuovo testo evangelico, accolto dalla Chiesa, trova così la sua piena motivazione.

Bisogna precisare, tuttavia, che il vangelo lucano non risponde a criteri puramente biografici; il suo obiettivo è la lettura in profondità degli avvenimenti realizzatisi nella persona di Gesù, con cui si dispiega nella storia un piano che ha come fine la salvezza degli uomini. Non ha torto Luca è stato definito il teologo della storia della salvezza.

Luca, nella redazione del suo vangelo, ha utilizzato la parte narrativa di Marco , ha assunto la cosiddetta fonte ” Q” ( i detti di Gesù, comuni con Matteo) e vi ha aggiunto il materiale in proprio possesso. E’ significativo però, che dal vangelo di Marco siano ripresi solo 350 versetti su 661 , e ciò indica che il testo lucano si presenta con una propria originalità.

La versatilità dello scrittore

Tutti gli studiosi riconoscono all’autore del terzo vangelo la capacità di aver armonizzato con abilità, competenza e creatività le diverse fonti a sua disposizione: la versatilità dello scrittore è la caratteristica fondamentale dello stile lucano.

a) lingua e vocabolario

Se il prologo è degno di un grande letterato, subito dopo lo stile e la lingua del vangelo accusano un brusco mutamento; infatti, si riavvicina agli altri sinottici ma, nello stesso tempo, mantiene la sua originalità.

Il greco di Luca è molto scorrevole nei racconti, mentre ha un andamento più semitizzante nelle parole di Gesù, a volte maggiore rispetto a quello di Matteo ( cf Lc 9,28-29.33.38.39 e Mt 17,1-2.4.15). Il terzo evangelista possiede la lingua greca ed evita la giustapposizione di proposizioni collegate con la semplice congiunzione ” e ” (paratassi) tipico di Marco, introducendo frasi subordinate, participi ed infiniti ( cf Lc 3,2 e 11,33 con Mc 1,10 e Mt 5,15.

L’autore, da una parte elimina il più possibile dal suo testo le espressioni o le parole ebraico-aramaiche ( Abbà, Osanna, Eloi Eloi lamma sabactani: cf Mc 5,41 e Lc 7,11.34), dall’altra ne riporta alcune ( Beelzebul, satana, geenna) . Sono adoperate espressioni elevate ( 8,15) e popolari ; compaiono anche latinismi come in Marco (legione, sudario ecc.). Il vocabolario, però, è molto più ricco e vario rispetto a quello degli altri sinottici. Gli studiosi vi hanno rintracciato i cosiddetti ” settantismi ” cioè uno stile simile a quello usato nella Bibbia greca della LXX ( il 90% dei vocaboli ricorrono nella LXX).

L’evangelista si mostra alquanto pudico nel linguaggio cercando di attenuare o di evitare di porre in bocca a Gesù espressioni che ne possano mostrare l’ira ( cf Mc 3,5 e Lc 6,8), le emozioni ( Mc 1,41 e Lc 5,13; Mc 1,43 e Lc 5,14), l’indignazione ( cf Mc 10,14 e Lc 18,16), la tenerezza ( cf 9,36 e Lc 9,47); elimina le espressioni troppo familiari ( Lc 18,25; 21,14; 22,46 e paralleli con Mc). Si osserva la capacità di Luca di adattarsi all’ambiente ellenistico a cui si rivolgeva. Ad esempio, ” la casa costruita sulla roccia ” diviene ” la casa di cui si scavano le fondamenta ” ( 6,47-49). Nell’episodio della trasfigurazione sostituisce il verbo greco ” metamorfein ” ( trasformarsi) per motivi teologici e per non suscitare confusioni nell’ambiente greco, con il giro di parole ” il suo volto cambiò aspetto ” ( cf Mc e Lc). In definitiva, Luca si permette ritocchi e cambiamenti che danno al vangelo quell’atmosfera che gli è propria.

b) racconti

Nel terzo vangelo i racconti raggiungono, a volte, livelli di particolare efficacia, non tanto per l’immediatezza di Marco, quanto per l’arte stessa della narrazione ( cf le parabole della misericordia al cap. 15; il brano dell’incontro dei discepoli di Emmaus con Gesù Risorto) .

I racconti si presentano scorrevoli poiché sono adeguatamente preparati ed introdotti ; ( 8,4) sono sviluppate le conclusioni con cui si sottolinea il senso di stupore ( 4,36; 5,26), di lode a Dio ( 2,20; 5,25; 7,16; 13,13; 17,15; cf At 4,21; 11,18;

21,20) per gli avvenimenti realizzatisi nella persona di Gesù ( 24,50-53). I racconti seguono, per lo più, l’ordine dei fatti e delle parole riportate da Marco, però il discorso diretto è sostituito da quello indiretto: i continui interrogativi che in Marco danno l’avvio ai discorsi sono eliminati. Da questo punto di vista lo stile risulta un po’ impoverito e meno immediato.

Luca non ama le ripetizioni, i doppioni o i racconti affini: delle due moltiplicazioni dei pani ne ignora la seconda ( Mc 8,1-10); Gesù che cammina sulle acque ( Mc 6,45-52) sembra essere un doppione con l’episodio della tempesta sedata oppure l’unzione di Betania con quello del perdono della peccatrice ( Lc 7,36-50). Nel vangelo sono privilegiati gli incontri personali di Gesù, una tendenza simile a quella del quarto vangelo.

Si notano, nel corso della narrazione, indizi di preoccupazione storica ( 2,1-3; 3,1- 2); precisazioni di cronologia relativa in aggiunta ai dati presentati dagli altri evangelisti ( 22,66; 9,28; 1,56; 3,23; 9,14; 22,59; 23,44) ed informazioni di carattere geografico ( 4,31; 1,26). Alcuni dettagli, però, lasciano emergere una conoscenza non diretta della Palestina (5,19; 6,47-49), dei costumi ( 6,29; 7,14).

La continuità della trama narrativa, tipica caratteristica di Luca, è ottenuta con l’artificio delle ” transizioni ” ( Cf Lc 8,11 e Mc 4,13; Lc 8,16 e Mc 4,21; Lc 8,40 e Mc 5,21) cioè con lo stabilire continui passaggi di ciò che segue con quanto è stato precedentemente esposto.

La comunità di Luca

Luca è il portavoce dei cristiani della seconda o della terza generazione per i quali sottolinea la quotidianità della salvezza: le situazioni di ogni giorno costituiscono il presupposto perché Dio continui ad operare salvezza.

Nel momento in cui Luca compone in suo vangelo la realtà storica è mutata rispetto ai primi tempi del cristianesimo. Il centro del mondo giudaico non esiste più dopo la distruzione del Tempio e della città di Gerusalemme avvenuta nel 70 ad opera di Tito, esso viveva nella diaspora. Di conseguenza, la preoccupazione dell’evangelista, non è più la polemica con gli scribi ed i farisei dell’ambiente giudaico e palestinese.

La distanza dai fatti narrati portava il rischio di apatia, di riflusso e di un cristianesimo stanco. L’attesa di una imminente venuta del Signore non era più vissuta con l’ansia spasmodica dei primi tempi. L’interesse, allora, dell’autore del vangelo e degli Atti è rivolto verso quei cristiani provenienti dal paganesimo per i quali sottolinea l’importanza di un un impegno nella storia. Essi vivevano fuori della Palestina, dunque in un diverso contesto culturale, e costituivano la componente di maggioranza delle nuove comunità. Nel vangelo, l’autore, vi immette tutta quella carica per rilanciare il presente: Gesù è presentato con tratti umani così vicini al modello della quotidiana esistenza del cristiano. Luca, pertanto, sottolinea l’importanza di un impegno vigile nella storia, la libertà nei confronti dei beni materiali, la sollecitudine verso i fratelli più poveri e bisognosi attraverso la comunione dei beni, la necessità della vita di preghiera individuale e comunitaria: la salvezza implica un impegno continuo nella perseveranza. E’ pienamente illustrativa la nota lucana del detto della sequela : ” Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua ” ( Lc 9,24; cf Mc 8,34 e Mt 16,24).

Paternità letteraria

La più antica testimonianza che attribuisce il Vangelo e gli Atti a Luca risale ad Ireneo ( 180), una testimonianza attestata anche nelle altre chiese del mondo mediterraneo. L’evangelista non appartiene al gruppo dei testimoni oculari, è un uomo di cultura ellenistica non residente in Palestina. Questo dato è evidenziato dalla conoscenza che egli ha della letteratura greca, dal suo stile, dal suo modo di scrivere, dalla familiarità con la bibbia greca della LXX e dalla sua mentalità. Luca è stato messo in relazione con l’attività di Paolo ed in particolare con quelle sezioni degli Atti degli Apostoli dove il narratore sembra parlare in prima persona, mostrando così di essere stato un testimone diretto ( le cosiddette ” sezioni noi ” cf 16,10-17; 20,5-15; 21,1-18; 27,1-28,16) . Luca è menzionato nelle lettere paoline ( Col 4,14; 2 Tm 4,11; Fm 24). Tuttavia il vangelo e gli Atti sono posteriori all’attività di Paolo di circa un ventennio e sono databili tra l’80 e il 90. Il pensiero del terzo van- gelo e degli Atti, inoltre, diverge dalle lettere paoline autentiche. Non si può attribuire, pertanto, con certezza l’opera lucana ad un diretto discepolo del grande apostolo, anche se vi sono tracce di collaborazione.

Varie sono le ipotesi circa la localizzazione del luogo di composizione del vangelo e degli Atti: forse Corinto o Antiochia. In ogni caso l’opera di Luca riflette l’ambiente greco-ellenistico.

Piano dell’opera

La narrazione del vangelo è tutta incentrata su Gerusalemme. L’itinerario di Gesù, a tale scopo, è stato semplificato: omissione dei percorsi di Gesù nei dintorni della Galilea ( cf Mc 6,48-8,20), della città di Casarea di Filippo ( cf Mc 8,27); l’incontro stabilito da Gesù in Galilea ( Mc 14,28) e ricordato dall’angelo dopo la risurrezione è cambiato in : ” Ricordatevi quello che vi disse quando era in Galilea ” (Lc 24,6 e Mc 16,7). Nell’ottica lucana Gerusalemme è il centro di tutto il vangelo, il luogo dove nell’evento della morte e della risurrezione di Gesù si realizza il compimento della salvezza. E ciò è sottolineato dall’inizio alla fine del vangelo ( Lc 1,5 e 24,52-53).

Il piano dell’opera seguendo questo criterio teologico-geografico, può essere così presentato:

  • Prologo: prefazione metodologica ( 1,1-4).

Introduzione ( 1,5-4,13): due distinte sezioni presentano le origini di Gesù ed il preludio alla sua missione.

a) 1,5-2,52: le origini di Gesù

Luca condivide con Matteo l’idea di condurre il lettore, nei primi capitoli, a scoprire l’identità di Gesù. La presentazione lucana, a differenza di quella di Matteo, pone in parallelo la figura di Giovanni Battista e quella di Gesù, seguendo lo schema tipologico dell’Antico Testamento degli annunci e delle nascite. Il parallelo manifesta l’unità dell’azione di Dio in Giovanni e Gesù, ma di quest’ultimo ne sottolinea l’originalità: Gesù è il Figlio di Dio e Signore.

Il ruolo dello Spirito Santo è presentato con un’insistenza fin dalle prime pagine ( cf 1,5.35.67; 2,25-27); esso sarà sempre presente nell’attività di Gesù per esprimerne la realtà divina e la relazione unica con il Padre.

b) Preludio alla missione di Gesù ( 3,1-4,13)

Il capitolo 3 si ricollega alla narrazione di Marco e Matteo, e ciò costituisce il fondo comune della tradizione evangelica antica. I tre sinottici aprono la missione di Gesù con la predicazione di Giovanni Battista, il battesimo e le tentazioni . La missione del Battista è collocata nella cornice della storia universale ( 3,1-2a), sottolineando così la portata universale che avrà l’annuncio di Gesù. E’ da osservare come la predicazione del Battista sia stata particolarmente ampliata rispetto agli altri sinottici: le esigenze di radicalità per una vita conforme al vangelo, sono applicate ad una maggiore categoria di uomini.

La genealogia , collocata prima delle tentazioni, ha la funzione di sintetizzare la storia della salvezza: essa ha origine in Dio, comincia con Adamo ed in Cristo raggiunge il suo culmine.

  • Prima parte : la missione iniziale ( 4,13-9,50)

La missione di Gesù in Galilea si apre a Nazaret ( 4,16-30) , espressione paradigmatica dell’annuncio di Gesù e del modo con cui sarà accolto. Seguono la chiamata dei primi discepoli, le controversie ed i discorsi in parabole sul Regno di Dio. Dei diciotto miracoli operati da Gesù nel corso della narrazione evangelica, quattordici sono presentati in questa prima parte: nelle opere di Gesù si manifesta la potenza dell’ irruzione della salvezza universale e definitiva nella storia.

Alla fine della prima parte i discepoli cominciano a percepire il mistero di Gesù. Ciò è posto in risalto nella confessione di Pietro ( 9,18-22) e nell’episodio della Trasfigurazione ( 9,26-36). Ma se in Marco la confessione di Pietro costituisce il passaggio dalla prima alla seconda parte del suo vangelo, in Luca appare come una conclusione parziale: resta ancora un lungo camino da percorrere.

  • Seconda parte: il viaggio verso Gerusalemme ( 9,51-19,28)

Il cammino che porta Gesù a Gerusalemme, centro della storia della salvezza, rappresenta la parte originale del terzo vangelo: Marco dedica un solo capitolo ( Mc 10), Matteo due ( Mt 19-20); Luca, invece, lo prolunga in dieci capitoli collocandovi il materiale proprio ( La parabola del buon samaritano, l’incontro di Gesù con Marta e Maria, le parabole della misericordia del cap. 15) .

I frequenti ritornelli scandiscono il procedere del viaggio di Gesù verso Gerusalemme ( 9,51.53; 13,22.23;17,11;18,31; 19,11). Gli insegnamenti di Gesù ai discepoli prendono una nuova valenza poiché preparano il tempo della chiesa attraverso il mistero della Pasqua ( il comandamento dell’amore 10,25-28; istruzioni sulla preghiera 11,1-13; invito alla vigilanza e alla fedeltà 12,35-48; 18,1-14; le condizioni per seguire Gesù 14,25-35; l’uso delle ricchezze 16,1-31)

  • Terza parte: Il compimento della salvezza: ( 19,28-24,53).

L’arrivo di Gesù a Gerusalemme comprende tre momenti: a) l’ingresso messianico, la sua attività e le dispute con gli avversari; la parabola dei vignaioli omicidi, le istruzioni sulla la venuta del Figlio dell’uomo e l’invito alla vigilanza e alla preghiera ( 19,29-21-38); b) Il racconto della passione e della morte ( 22-23); c) Il giorno di Pasqua ( 24).

Luca, in questi capitoli, pur seguendo la narrazione marciana, l’arricchisce con ulteriori elementi. Si notano, in queste sezioni, frequenti contatti o somiglianze con la tradizione giovannea ( Lc 22,25ss e Gv 13,4-15; Lc 22,42 e Gv 12,27-30; Lc 23,4ss e Gv 18,33-38).

L’episodio dei discepoli di Emmaus così suggestivo e carico di messaggio è un programma per i credenti di tutti i tempi che nel porsi alla sequela di Gesù hanno come realtà fondamentale la Parola di Dio e l’Eucaristia ( 24,13-35).

La sezione si conclude con un clima di attesa per la promessa del dono dello Spirito, preludio alla seconda parte dell’opera: gli Atti degli apostoli. Inoltre negli ultimi versetti ( 24,50-53), si registrano il tema della gioia e della lode-benedizione a Dio per l’opera di salvezza compiuta da Cristo.

Prospettiva teologica

In tutti i vangeli il tema centrale è l’opera e la persona di Gesù. Il contributo originale che Luca vi apporta nella sua narrazione è la presentazione del progetto salvifico di Dio attraverso tre momenti: il tempo dell’annuncio o della preparazione che comprende il tempo di Israele, il tempo di Gesù che costituisce la realizzazione definitiva dell’opera di salvezza ed il tempo della Chiesa in cui tale opera si proroga.

Gesù è visto come profeta ed è presentato con i tratti caratteristici dell’inviato di Dio per portare la rivelazione; su di lui scende lo Spirito che lo guida e ne realizza così le profezie nel senso annunciato da Is. 61,2 e 58,6. Gesù è al vertice di tutta la rivelazione profetica ( Lc 24,24).

Luca applica a Gesù il titolo di ” Signore “, un titolo riservato nell’Antico Testamento solo a Dio e che esprime l’invocazione della comunità cristiana. La teologia lucana pone in rilievo che Gesù è il Salvatore, e come tale è al centro di tutta la storia umana: egli è il nuovo Adamo, capostipite di una nuova generazione. La salvezza ha un carattere universale, è offerta a tutti: uomini, donne, peccatori, poveri, emarginati. Gesù mostra il volto misericordioso di Dio, colui che porta agli uomini il perdono dei peccati , la liberazione dal male e produce nel cuore dei credenti gioia, pace ed il dono dello Spirito.

Il Cristo di Luca è il più immerso nella storia degli uomini: è coinvolto, si identifica con gli umili, i poveri, prega, soffre. La morte non è considerata come una espiazione ma un momento necessario per entrare nella gloria e coinvolgere tutti gli uomini.

L’esaltazione di Gesù come Signore è la manifestazione di come egli sia anche Signore della storia. Il Cristo entrato nella gloria dona lo Spirito, il dono dei tempi messianici, attraverso cui guiderà la storia fino al suo compimento. In tale contesto prende corpo l’invito alla vigilanza: la salvezza è già operante, ma essa non è acquisita una volta per tutte. Il presente è legato alla dimensione escatologica futura. Di conseguenza, la quotidianità è fatta di impegno attivo, di preghiera. Gesù il Cristo è colui che da’ significato al presente, un presente che ha consistenza nella quotidianità , in vista della sua definitiva venuta .

ATTI DEGLI APOSTOLI

Il titolo

Il Titolo ” Atti degli Apostoli ” è una denominazione che risale al II secolo e corrisponde solo in parte al contenuto; infatti, non sono narrate le vicende di tutti gli apostoli, ma alcuni fatti di Pietro, Giovanni, Giacomo e vi sono narrazioni riguardanti persone non appartenenti al gruppo dei dodici come Stefano, Filippo, Barnaba e Paolo.

L’autore non è guidato da un intento biografico nella composizione dello scritto, ma vuole sottolineare che l’opera di Gesù continua nella missione della Chiesa mediante il dono dello Spirito. Il vero protagonista degli Atti è lo Spirito: gli uomini sono mediatori della sua azione attraverso la testimonianza della Parola. Nell’antichità gli Atti avevano ricevuto la denominazione di ” Vangelo dello Spirito “.

Si è già sottolineato come lo scritto costituisca la seconda parte di un’unica opera. Il punto di riferimento ideale è costituito da Atti 1,8 ” …avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra “. Gerusalemme nel vangelo era era stata al centro degli eventi salvifici, negli Atti degli Apostoli diviene il centro da cui si irradierà l’annuncio di Cristo per raggiungere gli estremi confini del mondo. Ancora una volta è sottolineata l’universalità dell’evento salvifico.

Destinatari

Gli Atti vogliono sottolineare la continuità spirituale tra la chiesa delle origini e le nuove chiese sorte fuori della Palestina grazie all’attività missionaria di Paolo. Pertanto, proprio per quei cristiani provenienti dal paganesimo e dall’ambiente greco ellenistico, Luca vuole far loro riscoprire le proprie radici storiche e spirituali. Per essi sottolinea l’unità del disegno salvifico di Dio, dalla sua preparazione e compimento fino alla Chiesa. L’ azione di Dio nello Spirito e nella Parola si manifesta e diventa storica mediante il ruolo dei missionari e dei pastori.

Luca stabilisce nel corso della narrazione un confronto tra l’Antico Testamento ed il Nuovo testamento, tra l’attività di Cristo e la vita della Chiesa; tra i giudeo-cristiani ed i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito, inviato da Cristo risorto, e garanti visibili sono gli apostoli e coloro che continuano legittimamente la loro opera.

E’ evidente la finalità teologica dello scritto che tuttavia viene fondata sulla storia.

Composizione

a) lo stile

La lingua e lo stile degli Atti seguono per lo più le stesse caratteristiche del vangelo, distinguendosi per varietà e ricchezza di vocabolario. Si notano contatti di vocabolario con autori profani dell’epoca, in particolare Giuseppe Flavio.

I modelli a cui probabilmente l’autore si è potuto ispirare sono stati ripresi dalle opere ” storiche ” della tradizione biblica ( 1-2 Mac; 1-2 Re, 1-2 Sam) e dall’ambiente profano , in particolare quelle opere che vanno sotto il nome di Atti ( Atti di Annibale, Alessandro, Ercole ecc.).

Luca, non essendo testimone oculare di tutto ciò che descriveva, si servì di differenti fonti: informazioni raccolte dalle antiche comunità, notizie raccolta dai testimoni della missione di Paolo, appunti di viaggi missionari. Il materiale raccolto dalla tradizione riceve un’ impronta unitaria nella composizione del libro.

b) racconti

La parte narrativa si presenta con una varietà di forme letterarie. Sono presentati racconti di missione ( 8,4-40) e di viaggi ( 9,31-11,18) attraverso cui si segnala lo sviluppo dell’espansione della chiesa; racconti di miracoli, derivati dalla tradizione evangelica e dove appaiono elementi della tradizione biblica: apparizioni, teofanie, visioni; di episodi drammatici: l’arresto e la prigionia di Paolo, sommosse e tumulti popolari; il processo di Paolo a Gerusalemme e a Cesarea. E’ da osservare come nei racconti sia stabilito un parallelismo tra i vari personaggi: la figura e l’attività di Pietro con quella di Paolo ( 2,14-36 e 13,16-41; 8,9-24 e 13,6-11; 5,15-16 e 19,11-12) ; il martirio di Stefano e la morte di Gesù ( 7,59-61 e Lc 23,34-36). L’autore , attraverso questa disposizione parallela, intende far riflettere sulla continuità del progetto di Dio che si svolge nella storia per mezzo dei diversi protagonisti.

c) discorsi

I discorsi occupano circa un quarto di tutto il libro ( 24), seguono sempre un racconto e servono per spiegare gli avvenimenti narrati. Si possono distinguere discorsi missionari di Pietro ( 2,14,20; 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43) di Paolo agli ebrei (13,16-41), ai pagani ( 14,15-17; 17,22-31) in cui sono riprodotti gli elementi fondamentali della catechesi; ricorrono formule fisse e citazioni bibliche per sottolineare la continuità e unità della tradizione storica che va da Israele alla Chiesa; discorsi di difesa ( 22,1-21; 24,10-21; 26,2-9).

d) sommari

I sommari presentano in forma sintetica avvenimenti in cui si sottolinea la crescita della Chiesa mediante la forza dello Spirito e della Parola ( 2,43-47; 4,4; 9,31; 11,21;24; 16,57) oppure formule che indicano la libertà, la franchezza , l’audacia da parte missionari ( 4,31;5,42), la gioia dei convertiti ( 2,46; 8,8.39; 13,48.52; 16,34). Essi segnano una pausa ed una riflessione nell’andamento della narrazione.

Si distinguono i cosiddetti sommari maggiori che presentano brevemente la vita della comunità primitiva, soprattutto in ambiente giudaico e nella città di Gerusalemme ( 2,42-47; 4,32-45; 5,12-16).

Piano dell’opera

La struttura letteraria e tematica degli Atti è definita dalla frase programmatica di Gesù risorto, posta all’inizio del libro, come suo testamento spirituale prima dell’Ascensione ( 1,8). Il criterio che guida la composizione è costituito dalle differenti fasi con cui si presenta lo sviluppo della Chiesa primitiva: da Gerusalemme a Roma, simbolo degli estremi confini del mondo di quel tempo. E’ possibile, pertanto, dividere l’opera in tre periodi fondamentali.

– Prologo 1,1-4: l’autore si ricollega al vangelo e ne sintetizza i tratti fondamentali.

In 1,5-14 è segnalato il passaggio da Gesù agli apostoli

Primo periodo: (1,15 -5)

E’ narrato il momento storico decisivo delle origini della prima comunità a Gerusalemme, la Chiesa, mediante l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste: essa è costituita dai dodici, testimoni del Risorto. Pietro, portavoce degli apostoli ha un ruolo fondamentale nella comunità cristiana. Egli non solo interpreta l’evento salvifico di Pentecoste ma pronuncia il primo discorso missionario con cui annuncia ad Israele il messaggio centrale della fede cristiana: Gesù morto e Risorto. Pietro, ripercorrendo gli eventi dell’Antico Testamento, mostra che tutto é finalizzato a Gesù. In Gesù si realizzano le profezie, di cui il dono dello Spirito ne è l’ulteriore conferma ed inaugura l’era della missione, una missione aperta a tutto il mondo , capace di superare le divisioni del genere umano . Alla salvezza si accede attraverso la conversione ed il battesimo dell’acqua e dello Spirito.

La consapevolezza di essere una nuova comunità è vissuta nella memoria della morte e risurrezione di Gesù. Essa si caratterizza per l’ascolto della Parola, la comunione fraterna, la frazione del pane, la preghiera e la comunione dei beni.

Luca nel presentare il primo miracolo ad opera degli apostoli, cioè il racconto della guarigione di uno storpio, mette in risalto che è sempre la fede in Gesù morto e Risorto a produrre prodigi e guarigioni. Gli apostoli sono i mediatori della salvezza annunciata e portata da Gesù. Pertanto ogni miracolo può accadere solo nel nome di Gesù. Il miracolo, tuttavia, non è fine a sé, ma diviene l’occasione per annunciare il Cristo.

L’attività missionaria di annuncio che Gesù è il Messia porterà ad una frattura con il giudaismo, provocando una continua opposizione, ma gli apostoli con franchezza e coraggio continuano l’opera intrapresa guidati dallo Spirito.

periodo intermedio: da Gerusalemme verso i pagani ( 6-15)

Nella parte centrale del libro è narrata da Luca la progressiva espansione della prima comunità cristiana .

La comunità delle origini era formata per lo più da giudei di Gerusalemme, ma con l’adesione dei giudei della diaspora e di uomini appartenenti ad altri popoli, la Chiesa prende sempre più le distanze dal giudaismo, acquistando una propria identità. Tale graduale consapevolezza è registrata negli ” Atti degli Apostoli ” da al- cuni eventi decisivi.

Luca, presenta il martirio di Stefano, uno dei sette diaconi, descrivendo il suo annuncio coraggioso all’interno dell’ambiente giudaico: dichiara la provvisorietà della legge e del Tempio ed afferma il compimento del progetto di Dio in Gesù. L’annuncio gli procura la morte per lapidazione, considerata, nelle ultime parole di Stefano non una conseguenza dell’odio dei suoi persecutori, ma la testimonianza resa a Cristo anche con la vita ( c 6-7).

Filippo annuncia il messaggio del Risorto in Samaria. Il successivo arrivo di Pietro e Giovanni procura, anche su coloro che avevano accettato la nuova fede, l’effusione dello Spirito: la nuova Pentecoste segnala l’entrata di costoro nella comunità cristiana ( c 8).

L’opera di annuncio del Vangelo ai pagani e di diffusione verso gli estremi confini del mondo si prepara con la ” conversione “, sulla via di Damasco, di Paolo di Tarso ( c 9).

L’apertura ufficiale ai pagani è sottolineata dalla narrazione della conversione del pagano Cornelio ad opera di Pietro . Egli aderisce al cristianesimo senza seguire tutte le osservanze giudaiche. Anche sui pagani si rinnova l’effusione dello Spirito: la Pentecoste dei pagani.( c.10)

Ad Antiochia di Siria, per opera degli ellenisti, nasce la prima comunità di cristiani provenienti dal paganesimo. La città sarà il centro della attività missionaria di Paolo rivolta ai pagani ( 11,19-26).

A Gerusalemme, gli apostoli e gli anziani, riuniti in assemblea per dirimere alcune questioni decisive ascoltano il discorso di Pietro: Dio non fa differenza tra pagani e giudei perché tutti sono salvati nel nome di Gesù: coloro che aderiscono alla fede nel Risorto provenienti dal paganesimo, non dovranno sottoporsi alle osservanze della legge mosaica e alla pratica della circoncisione ( c. 15) A questi ultimi si richiede un rispetto per le tradizioni dei giudeo-cristiani.

Nell’assemblea di Gerusalemme è definita l’identità della comunità cristiana: essa è consapevole, grazie all’azione dello Spirito, della sua missione universale di annuncio del Vangelo a tutti i popoli. La strada verso il mondo intero è ormai aperta.

Secondo periodo: verso gli estremi confini del mondo ( 16-28)

Definita oramai l’universalità della Chiesa a Gerusalemme , Luca, nell’ultima parte degli ” Atti “, presenta l’estensione della comunità cristiana sul piano geografico. Attraverso Paolo il Vangelo giungerà sino agli estremi confini del mondo ossia fino a Roma, centro del del mondo di quel tempo.

Tale diffusione si attua attraverso alcune tappe segnate dall’attività missionaria di Paolo: in Grecia ed in Asia minore ( 15,36-21,9) e da Gerusalemme verso Roma ( 21,17-28,28).

L’arrivo di Paolo a Roma, simbolo dei confini della terra, nell’ottica di Luca segna che ormai la Buona Notizia ha raggiunto gli estremi confini del mondo.

Gli Atti degli Apostoli terminano senza ulteriori descrizioni e costituiscono un’opera aperta, in cui la Chiesa di ogni tempo è chiamata a scrivere i propri ” Atti ” perché sempre protesa a diffondere e a testimoniare la salvezza nel nome di Gesù il Cristo, sorretta dalla forza dello Spirito.

Valore storico

Gli Atti degli Apostoli più che uno scritto storiografico rappresentano una riflessione teologica sull’origine e sull’espansione della Chiesa. I criteri storiografici sono quelli degli autori del tempo, che non trasmettevano solo narrazioni ma ne offrivano contemporaneamente la loro interpretazione. I discorsi degli Atti rispondono alla storiografia del tempo e non possono essere applicati i nostri criteri: tendono a fare il punto teologico e spirituale della situazione e dello sviluppo storico. In essi si avverte la continuità essenziale della predicazione cristiana.

Il quadro storico-geografico offerto dagli Atti rivela un buon livello di conoscenza e di informazioni. Vi sono menzionati personaggi attestati in altre fonti storiche ( cf Gallione At 18,12); vi è il riferimento a città, luoghi reali e strade percorribili in quell’epoca. Dunque vi è una sostanziale attendibilità nelle notizie fornite. Vi sono anche alcuni dati convergenti tra le lettere paoline e gli Atti ( la comunità di Gerusalemme, il ruolo di Pietro, l’attività di Paolo).

Prospettiva teologica

La prospettiva teologica emerge dalla struttura narrativa degli Atti degli apostoli, in cui sono presentate le tappe della diffusione della comunità cristiana. Luca, attraverso il racconto opera una riflessione di fede sulla Chiesa.

La Chiesa è la comunità dei credenti salvati da Cristo ( il giusto, il santo, l’autore della vita), soltanto per la fede in lui e per il battesimo nel suo nome è possibile ottenere la salvezza e la remissione dei peccati. Nella Chiesa, in forza dello Spirito, si prolunga l’opera di Gesù nella storia: ciò rappresenta il terzo momento nella visione storico-salvifica di Luca. La salvezza si attua per quelli che accolgono la Parola di Dio dentro la storia, in un cammino di comunità.

Lo Spirito è il dono inviato dal Risorto, quel dono dei tempi messianici promesso dai profeti, che oramai pervade con la sua forza e guida con il suo influsso tutta la vita comunità cristiana. La novità rispetto all’Antico Testamento è che esso nel passato era donato solo ad uomini investiti di una particolare missione ( profeti, sapienti) , nel tempo della Chiesa a tutti i credenti viene data la pienezza dello Spirito.

Lo Spirito è l’anima della Chiesa, il principale protagonista attraverso cui la salvezza si diffonde in tutto il mondo realizzando così ciò che già nel vangelo era stato affermato: ” Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ” ( Lc 3,6 e At 28,28) .

Luca sottolinea i diversi aspetti della presenza dello Spirito lungo il corso della narrazione: sorregge i missionari, assiste nel momento della prova, è segno di unità, i suoi doni riempiono il cuore dei credenti, fa superare le divisioni culturali e razziali. Il frutto dello Spirito è gioia , carità, prontezza ad accogliere tutti, coraggio, apertura a nuovi orizzonti.

Il dono dello Spirito apre al futuro di Dio, per cui la tensione tra presente e futuro è individuato nel cammino storico dei battezzati che richiede un cammino di vigilanza, di perseveranza, di preghiera, di partecipazione alla frazione del pane, in vista di quella pienezza di vita di comunione con il Risorto. Luca mette in rilievo che l’evento di Pentecoste è l’ultimo grande evento escatologico prima della parusia; esso già realizza gli ultimi tempi ed inaugura la nuova epoca per portarla fino al suo totale compimento.

Bibliografia:

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Fonte del testo: http://www.ecclesiamater.org

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