27 January 2023 Versione CEI 2008

Perchè il dolore? La risposta nella Bibbia

A cura del prof. Carlo Miglietta

Perchè esiste il male? E se c’è un Dio che sia buono, perchè lo permette? Perchè Dio non lo elimina, se ci vuole bene? Perchè la malattia, perchè la sofferenza, perché il coronavirus COVID-19? Perchè soprattutto il dolore del giusto, del bambino innocente? Che cosa ho fatto di male per meritarmi questi patimenti? E se Dio c’è, perchè non mi guarisce, perchè non ascolta le mie preghiere? E perchè la morte, che tutti ci attende, e che distrugge i nostri sogni e le nostre attese, i nostri amori e le nostre opere, che stronca ogni felicità? Dopo Auschwitz ed Hiroshima, è ancora possibile credere?

Tutti gli uomini da sempre hanno cercato una risposta al problema del male, perchè dalla soluzione o meno al problema del dolore dipende se la nostra vita ha un senso oppure no, se la possiamo affrontare con speranza ed ottimismo oppure se essa è solo una tragica illusione, un terribile scherzo di cui siamo vittime impotenti.

LE RISPOSTE DEGLI UOMINI

Nella storia, vari sono stati i tentativi di risposta all’atroce dilemma sull’origine del male.

1. La soluzione dualistica

L’attribuire a Dio l’origine del male è la roccaforte dell’ateismo contemporaneo: se Dio è colui che permette la sofferenza dell’innocente, i campi di sterminio, le torture delle donne e dei bambini, allora è meglio rifiutarlo, e cercare la nostra salvezza non in lui, ma nei nostri sforzi e nei nostri mezzi…

2. Il pessimismo metafisico

Il pessimismo metafisico è’ la posizione intellettuale che tanto ha presa ai nostri giorni, specie tra i giovani: la vita non ha un senso, la storia non ha un fine; e allora è inutile che lotti per valori che non esistono, o che mi impegni per cambiare le cose. Tanto vale che mi faccia i fatti miei, e che mi cerchi i miei “paradisi artificiali” in una musica assordante ed alienante, nella droga, nell’alcool, negli psicofarmaci.

3. L’ottimismo metafisico

Per l’ottimismo metafisico, il male non esiste in sè, è solo esperienza soggettiva dell’individuo: esso è cancellato dalla presa di coscienza della propria identità con l’Assoluto. Ciò è affermato da tutte le ideologie panteiste: lo stoicismo, il brahamanesimo, lo gnosticismo. Condividono in fondo questo ottimismo anche coloro che affermano che il male è solo “assenza di bene”, e quindi non è qualcosa di oggettivo: il male nasce da un giudizio soggettivo, dal confronto che noi facciamo tra la situazione concreta che viviamo e la situazione ideale che immaginiamo. Si può superare il male solo cambiando giudizio, senza lasciarsi guidare dalla corta ottica naturale, ma fideisticamente affermando che qualunque cosa capiti è sempre il vero bene che Dio manda all’uomo, anche se all’individuo ciò non è immediatamente comprensibile.

4. L’evoluzionismo

Nell’evoluzionismo comprendiamo tutte le ideologie che affermano che il mondo va verso un superamento del male, verso una società perfetta, che la storia sta camminando verso la perfezione dell’umanità e del creato. Il marxismo afferma il materialismo dialettico: l’uomo è strumento passivo della dialettica storica fin quando non si è impossessato della “scienza” ma, una volta divenutone padrone, la scienza stessa lo mette in grado di determinare attivamente gli avvenimenti. Con la scienza, l’uomo diviene il demiurgo della natura, e quindi di se stesso come essere naturale: alla fine della storia, l’uomo non sarà più schiavo dei bisogni naturali, ma sarà padrone di ogni natura, e quindi anche di sè. Abbiamo però visto come questo progetto di un mondo perfetto alla fine della storia sia naufragato miseramente… E poi, come diceva Roger Garaudy, quand’anche il marxismo o altre ideologie riuscissero a creare la società perfetta, resterebbe ancora il problema della morte…

Secondo il positivismo, come dice Spencer, per l’uomo, “l’evoluzione può terminare solo con lo stabilirsi della massima perfezione e felicità”. Il male è solo uno stadio intermedio, frutto dell’oscurantismo e dell’ignoranza, ma che sarà superato dal progresso della scienza e delle forze dell’umana intelligenza. Anche la moderna psicanalisi afferma che qualsiasi comportamento umano e contenuto psichico può essere spiegato, in tutti i particolari, perchè al di sotto di un’assurdità apparente vi sarà sempre un significato comprensibile: basta solo fare una terapia corretta e sufficientemente prolungata. E’ questo un atteggiamento imperante ai nostri giorni, in cui si pensa spesso che le scoperte scientifiche risolveranno tutti i mali dell’uomo ed elimineranno la stessa morte: se hai un problema, devi cercare lo scienziato giusto che sappia risolverlo, o al massimo… fatti ibernare, programmando il tuo risveglio fra qualche centinaio di anni quando certamente la soluzione sarà stata trovata… E il modello di uomo e di donna che la pubblicità ci presenta è sempre quello dell’individuo giovane e bello, sano e felice, che trova, per la soluzione di ogni suo bisogno, il prodotto commerciale adatto. Ma ogni tanto i Gerontologi e i Genetisti ci spaventano affermando che la fine del nostro ciclo vitale è inscritta nei nostri cromosomi, e che ciascuno ha nel suo DNA un “orologio biologico” che prevede un determinato numero di ricambi cellulari, e non oltre, e che quindi la morte è un fatto ineludibile della nostra esistenza… E la pandemia da coronavirus COVID-19 ci ha ben convinto dei limiti della scienza…

5. L’esistenzialismo ateo

L’esistenzialismo nasce dalla sfiducia verso la metafisica tradizionale: è impossibile arrivare a una risposta sui grandi problemi dell’essere. Accontentiamoci quindi di riflettere sull'”esserci”, sull’esistenza. Ma se distolgo il mio sguardo dal piano degli enti per chiedermi il senso dell’esistenza, scopro che l’uomo è un “essere per la morte” (Heidegger): “vivere per la morte”, comprendendo cioè la possibiltà che tutte le possibiltà dell’esistenza non ci siano, è allora il senso autentico dell’esistenza. Tale esperienza non si compie intellettualmente, ma attraverso uno specifico sentimento, su cui già si era soffermato Kierkegaard: l’angoscia. Di fronte all’irraggiungibile totalità dell’essere, l’uomo, dice Jaspers, fa l’esperienza dello “scacco”, del “naufragio”. Sartre afferma che la coscienza anela ad “essere Dio”: ma, non riuscendovi, non prova che la “nausea”, riconoscendo che l’uomo è “passione inutile”. E Camus concluderà: “C’è un solo problema veramente importante per la filosofia, il suicidio. Decidere cioè se valga la pena di vivere o no”.

6. La rimozione del problema

Di fronte alla difficoltà di rispondere al problema del dolore, molte persone, e questo è l’atteggiamento di buona parte dei nostri contemporanei, preferiscono… non pensarci. Assistiamo soprattutto oggi non solo ad un rifiuto della metafisica e delle sue grandi questioni, ma ad una rinuncia al pensiero, alla ricerca di valori e motivazioni profonde. Di fronte al grande interrogativo sull’origine e il senso del male, si preferisce rimuovere il problema e buttarsi nel cogliere quel poco o tanto di buono che la vita può offrire: “carpe diem”, cogli l’attimo fuggente, vivi l’oggi, e poi… chi vivrà vedrà. Alla ricerca della salvezza si sostituisce la ricerca della salute: il vero problema è essere sempre belli, in forma, possibilmente… giovani. E pertanto ecco la palestra, l’istituto di bellezza, la moda, la chirurgia estetica, la clinica per il relax. Il modello televisivo è quello delle telenovelas o degli spots, con i loro protagonisti eternamente giovani, ricchi, sani e pieni di voglia di vivere.

Il problema del dolore viene rimosso: avete mai visto una pubblicità fatta da un handicappato? Se uno è ammalato, lo si ritira nel Centro specializzato. Se è vecchio, subito lo si segrega nelle apposite Case di Riposo. Se è vicino alla morte, lo si porta a spegnersi in Ospedale, nascosto dietro un paravento, mentre i vicini di letto guardano la partita alla TV, o leggono il giornale mentre sentono musica con la radiolina. Chi può ancora morire a casa, nel proprio letto, attorniato dai figli, dagli amici e dai nipoti, come si era soliti fare fino a qualche decennio fa? E poi se il nonno o la nonna stanno morendo, prima di tutto si portano via i bambini, “perchè sa, dottore, non è bello che vedano morire”. Si perde così l’occasione di dare ai nostri figli l’opportunità di confrontarsi personalmente con il momento forse più importante della vita, la cui meditazione forse può dare un senso più vero a tutta l’esistenza. Una volta la morte era presentata come “magistra vitae”, veniva insegnato fin da piccoli a prepararsi ad essa, a pregare per avere celeste conforto “nell’ora della nostra morte”. Ora non c’è più un confronto “personale” su questi temi, anzi, si è contro di essi quasi “vaccinati” fin dall’infanzia, sorbendo migliaia di disgrazie e di morti “in diretta” tramite i mezzi di comunicazione: il dolore divenuto spettacolo è sempre dolore “degli altri”, dolore “godibile”. E si arriva così alla “propria” malattia e alla “propria” morte senza essere minimamente preparati, e quindi con un tragico carico di sbigottimento e di angoscia.

LA RISPOSTA DELLA BIBBIA

Di fronte all’insufficienza delle risposte degli uomini al fondamentale problema del dolore, solo la divina rivelazione può illuminarci. Solo la fede può dare un senso al dolore, e quindi alla morte e alla stessa vita. E la Sacra Scrittura ci presenta un vero “Evangelo del dolore”, un lieto e rasserenante annuncio che ci riscalda e ci conforta nei momenti dell’angoscia e della prova, e che dà un valore autentico alla nostra esistenza in tutti i suoi momenti, anche in quelli più tristi e drammatici. A prima vista sembrerebbe che la Bibbia ci dia più risposte al problema del male, ma in realtà è una sola la risposta che la Parola di Dio ci offre, pur se presentata in molte sfaccettature. Analizzeremo i vari tentativi di soluzione che la Scrittura ci propone, tenendo presente che ciascuno di essi ci darà degli elementi importanti, e che nella Bibbia c’è una progressione di comprensione del mistero di Dio tra l’Antico e il Nuovo Testamento, e che solo in Gesù, il Verbo vivente del Padre, si ha la Rivelazione definitiva: tutto l’Antico Testamento altro non è che profezia di Gesù, che dell’Antico Testamento è l’esegesi ultima.

1. Il male frutto del peccato dell’uomo

La Sacra Scrittura è subito preoccupata di non porre al male un’origine cosmologica o metafisica come nei miti babilonesi o cananei: Dio non è la causa del male del mondo! E fin dalla Genesi si avanza un postulato: è l’uomo, con il suo peccato, che si è procurato la malattia e la morte. E’ questa la proposta che parte dai libri del Pentateuco, continua nei Libri Storici e che ritroveremo poi in molti scritti neotestamentari, soprattutto paolini.

Quando la Bibbia risponde che il male deriva dall’uomo ci dà alcune fondamentali rivelazioni, anche se ci presenta alcune difficoltà. Innanzittutto viene affermata l’assoluta bontà del creato: Dio ha fatto un mondo perfetto. In ogni meraviglia del cosmo noi possiamo e dobbiamo cogliere una traccia della sua bellezza e benevolenza infinita. L’esistenza dell’uomo e dell’universo sono un grande dono, la vita è veramente una realtà stupenda, la cui contemplazione non può che farci esplodere in una lode senza fine per il Creatore. Un altro concetto molto importante è il misterioso legame che ci lega tra di noi e con l’intero creato. Esiste una solidarietà nel castigo come nella salvezza: nessuno di noi è un’isola! E’ questo un forte richiamo alla fratellanza universale, all’attenzione agli altri. Ma è anche un fondamento importante per una teologia dell’ecologia: tutto il creato partecipa al destino dell’uomo (Rm 8,19-23), e dall’uomo dipende quindi la conservazione e la salvaguardia di tutta la natura.

Il rapporto tra l’errato agire umano e il dolore è ben presente alla sensibilità contemporanea. Le scienze moderne sottolineano come tante malattie siano frutto di un dissennato uso dei beni naturali da parte dell’uomo: a tutti è noto il rapporto tra fumo di sigaretta e tumori dell’apparato respiratorio, tra abuso dell’alcool e cirrosi epatica, tra l’esposizione alle polveri di asbesto e il mesotelioma pleurico, la relazione tra lavorazione dei coloranti e il carcinoma della vescica, tra uso di sostanze chimiche nella conservazione o preparazione degli alimenti e tumori del digerente, tra eccessi alimentari e l’iperlipidemia, causa di patologie cardiocircolatorie. Tutti sanno che c’è un legame tra il consumo di certe sostanze in gravidanza, come droghe o come medicamenti, e la nascita di bimbi malformati; che il vizio (tossicodipendenze, prostituzione…) è connesso ad un gran numero di malattie e di morti; e che il disagio psichico si radica sul disagio sociale… Abbiamo ancora tutti bene in mente la tragedia di Cernobil, che ci ha portato a riflettere sui terribili pericoli del nucleare. Siamo ormai consapevoli che tante malattie nascono dalla povertà e dalla denutrizione, e queste da un’iniqua distribuzione delle ricchezze. E che la sete di dominio che si esprime nella guerra è sempre causa di tragedie dalle immani proporzioni; che la violenza, la sopraffazione (basti pensare alla mafia o alla criminalità…) producono ogni giorno vittime innocenti. Sappiamo anche che catastrofi naturali, terremoti, alluvioni, sono spesso frutto del dissennato utilizzo della natura, sempre spinti da sete di guadagno: che il Sahel africano avanza per lo sfruttamento senza regole del sottosuolo, che fa precipitare in profondità le falde acquifere, e che i deserti aumentano in tutto il mondo per il famoso “effetto serra”, provocato da tanti nostri inquinamenti. La lettura di qualunque quotidiano o l’ascolto di qualunque radiogiornale ci esemplificano con tragica abbondanza questa realtà…

Anche l’attuale pandemia di coronavirus COVID-19 vede implicate tante responsabilità umane: la deforestazione selvaggia ha portato gli animali, che forse erano la prima fonte del virus, ad avvicinarsi alle megalopoli, diffondendolo tra la specie umana; le misure di contenimento dell’infezione sono state ovunque tardive per paura dei riflessi sui mercati; tanti hanno disatteso alle norme di isolamento sociale pensando solo ai propri comodi; ci si è trovati impreparati a fronteggiare l’emergenza perché da anni all’altare del Dio Denaro sono state sacrificate la sanità pubblica e la ricerca scientifica, con tagli dissennati… E si potrebbe continuare.

La Parola di Dio ci richiama con forza alle nostre responsabilità collettive nei riguardi del creato e alla necessità di un corretto rapporto con esso, nel segno del rispetto e dell’equilibrio. Ma ci ricorda anche che ogni nostra singola azione, anche se apparentemente insignificante e compiuta nella propria intimità, ha delle valenze positive o negative nei riguardi degli altri uomini e dell’intero cosmo: può essere un passo verso la crescita della concordia, verso un maggior benessere, verso il progresso, o può essere momento di distruzione, di violenza, di limitazione del bene. Il messaggio della Genesi è quindi di estrema valorizzazione delle possibiltà umane, perchè presenta l’uomo come capace, nel retto utilizzo della sua libertà, di collaborare con Dio alla costruzione di un mondo ed un’umanità migliori: ma ricorda anche all’uomo la sua possibilità di operare un male che misteriosamente non si ritorcerà solo contro di lui, ma su tutti i suoi simili e su tutto il creato. Sono i risvolti, meravigliosi e terribili, dell’umana libertà…

Se la Genesi riesce quindi a spiegarci una parte del dolore, tanto male nel mondo resta però ancora senza un significato. La sofferenza del giusto, i patimenti dell’innocente, a chi saranno da ascriversi? Spesso non è visibile, in tante afflizioni o tormenti dell’uomo, nessun collegamento con colpe o peccati umani: il male, la catastrofe piombano così, improvvise, su teneri bambini o su persone che hanno dato la vita per gli altri, e che magari proprio a causa del loro servizio contraggono malattie e sofferenze. Il bambino che muore di leucemia a quattro anni, che colpe ha? Quello che nasce malformato, che cosa ne può, e che cosa spesso ne possono i suoi genitori? Il sanitario che si infetta curando un malato di COVID-19, o il missionario che si prende la lebbra o la malaria nello svolgere il suo apostolato, chi potranno accusare? Rispondere semplicemente che è il peccato di altri a produrre ogni dolore non soddisfa di certo. Anzi, viene spontaneo chiedersi perchè si deve portare le conseguenze di colpe altrui, e se il permettere ciò non sia una profonda ingiustizia da parte di Dio. Anche Gesù si ribellò a questa concezione: “Si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico… O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete forse che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico…” (Lc 13,1-5). E ai discepoli che, passando di fronte ad un uomo cieco dalla nascita, “lo interrogarono: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perchè egli nascesse cieco?”, Gesù rispose: “Nè lui ha peccato nè i suoi genitori…” (Gv 9,1-3). E ancora: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato” (Gv 9,41).

Anche la tradizionale teologia dell’espiazione pone non pochi problemi alla sensibilità moderna: per molti è ripugnante l’idea stessa di espiazione, che cioè esista un Padre irato e cattivo che esige soddisfazione dell’affronto subìto con il peccato, e si placa solo con la terribile immolazione del Figlio. E’ difficile comprendere la morte in croce di Gesù come l’esigenza irrevocabile della giustizia di Dio. Questo Dio che per un senso assoluto di equità diventa vendicativo e sanguinario, giudice crudele pronto a chiedere conto dei suoi crediti fino all’ultimo centesimo, contrasta vivamente con il Dio “Padre” (Mt 6,9), anzi, “Papalino, “Papi” (Rm 8,15), il Dio che “prova più gioia… per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7), il “Dio Amore” (1 Gv 4,8) rivelatoci da Gesù Cristo.

La concezione del male del mondo come causato dal peccato dell’uomo, se da una parte ci sottolinea alcuni importanti dati rivelativi, dall’altra lascia irrisolti molti problemi, su cui solo altre pagine della Sacra Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento, porteranno illuminazione definitiva.

2. La teoria della retribuzione

La concezione del male come frutto delle scelte dell’uomo si rafforza anche dall’esperienza quotidiana, che scopre che il pigro impoverisce, che il lavoro porta ricchezza, che spesso una condotta integra e operosa vengono premiate: “Il cuore dell’uomo cambia il suo volto, o in bene o in male” (Sir 13,25). Ma soprattutto trova il suo fondamento teologico nell’esperienza dell’Esodo, in cui Dio “ascolta il lamento di Israele” (Es 2,24), “osserva la miseria del suo popolo e ode il suo grido…, conosce le sue sofferenze… e scende per liberarlo” (Es 3,7-8): dall’evento storico della liberazione dall’oppressione nasce la rivelazione di Dio come il Go’el, Colui che salva, che redime, che riscatta, e la consapevolezza dell’Alleanza di Dio con il suo popolo.

In tale contesto viene elaborata la “teologia delle due vie”, esplicitata nella teofania sinaitica: stare dalla parte di Dio, Fonte della vita, porta al bene e alla felicità; allontanarsi da lui significa votarsi alla negatività e alla morte. Ma questa sicurezza è tutt’altro che assoluta: essa si scontra contro il dramma della scoperta quotidiana della prosperità di molti empi e della sofferenza di tanti giusti. Di fronte a questa drammatica contestazione, la teologia della retribuzione viene modulata in maniera differente: talvolta il premio o il castigo delle loro azioni è dato qui e ora (retribuzione immediata personale), altre volte si riversa sul popolo o sulla discendenza (retribuzione collettiva), altre volte la sanzione è differita alle soglie della morte (retribuzione terrena finale), e infine si fa strada la possibilità che Dio possa dare ricompensa o punizione al singolo dopo la sua morte (retribuzione escatologica).

2. La teoria della creaturalità

Il modello di comprensione elaborato invece secondo la mentalità greca pare più consono alla rivelazione di Gesù intorno al Padre e ai testi neotestamentari che enfatizzano il ruolo del Cristo già nella creazione. Tale concezione parte da questa riflessione: Dio ha creato l’uomo per amore: ma essendo, secondo la metafisica greca, infinito, illimitato, eterno, per creare qualcuno che potesse essergli partner nell’amore e che fosse quindi altro da sè lo ha dovuto creare finito, limitato, mortale. Il dolore, la malattia, la morte, non sono perciò una “punizione”, ma fanno parte dell’ordine biologico, del nostro essere creature e quindi “non-Dio”, e perciò privi della sua perfezione.

L’idea che la morte sia stata introdotta nel mondo dal peccato dell’uomo era stata messa già da tempo in discussione dalle acquisizioni scientifiche. Il big bang primordiale, circa quindici miliardi di anni fa, avrebbe segnato l’inizio di un universo in espansione. Circa cinque miliardi di anni fa si forma la terra, e il vivente lentamente vi compare ed esplode nel Cambriano, meno di seicento milioni di anni fa; circa quattrocento milioni di anni fa divengono presenti i vertebrati, e tra i cinquanta e i quindici milioni di anni fa compaiono i bipedi; risalgono a circa due milioni di anni fa i primi utensili, che ci permettono di dire che esiste ormai un bipede con attività “spirituali”: l’ homo sapiens.

Ma ben prima della comparsa dell’uomo, nel corso della storia della terra e dell’evoluzione, milioni di individui viventi hanno sperimentato la morte, milioni di specie si sono estinte, tra cui i famosi dinosauri. Questa riflessione, che talora chiamo… “Jurassic Theology”, o “teologia dei dinosauri”, ci porta ad affermare che il peccato dell’uomo non può essere stato la causa della morte fisica: l’invecchiamento, la sofferenza, la morte sono parte integrante della natura biologica, sono caratteristiche del modo di essere delle creature. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che Dio ha voluto una creazione incompiuta: “La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. E’ creata “in stato di via” (in “statu viae“) verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta” (Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Vaticana, 1992, n. 302). “Perchè Dio non ha creato un mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finchè la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione” (Catechismo della Chiesa Cattolica, op. cit., n. 310).

Ma Dio sa che creare significa far sorgere un “altro da Sè”, cioè un “non-Dio”, imperfetto e incompleto: fa questa scelta perchè è per lui valore supremo coinvolgere la sua creatura in un grande progetto d’amore, farla sua compagna nell’amore, poterne diventare, dice la Bibbia, l’Amante e lo Sposo! “Volendo uscire da sè per essere totalmente fuori e autocomunicarsi pienamente all’altro, Dio crea il differente. Questo differente creato trova la sua ragion d’essere nel fatto di diventare luogo d’accoglienza della Divinità. Nell’unirsi al differente Dio partecipa alla nostra storia cosmogenetica e permette alla nostra storia di partecipare a quella divina” (L. Boff, Grido della terra grido dei poveri, Cittadella, Assisi, 1996, pg. 322-323).

Proprio perchè Dio non ha bisogno di noi per esistere, ma ci crea solo per amore, noi possiamo “essere noi stessi” davanti a lui. Paradossalmente, questa diversità da Dio è anche la nostra più grande rassomiglianza con lui: noi possiamo “essere noi stessi” davanti a Colui che “E’ Sè stesso” per eccellenza! Così ciò che ci differenzia da Dio è al contempo ciò che più ci unisce a lui: l’essere persone autonome ci permette di relazionarci con lui, di entrare in dialogo con lui. Quindi la diversità da lui, l’essere altri da lui, è il più grande dono che poteva farci, perchè ci costituisce suoi interlocutori, ci dà la possibilità di essere suoi partners nell’amore.

Dio però “soffre” nel vedere il suo amato sottomesso alla finitudine e alla morte: è una rivelazione sconvolgente, che ci allontana dal concetto aristotelico di un Dio “motore immobile”, ma che ci presenta Dio veramente come colui che è “il misericordioso e pietoso, ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). Dio si commuove in profondità per la nostra condizione, e nel momento stesso in cui ci crea finiti, limitati, mortali pensa per noi il modo di farci partecipi della sua vita infinita, illimitata, immortale: per questo, nel momento stesso in cui crea, Dio progetta l’incarnazione del Figlio, per mezzo della quale Egli stesso si farà finito, sussumerà il limite dell’uomo e del creato fino alla morte e, per il mistero della sua resurrezione, porterà la finitudine umana nell’eternità e nell’immensità della sua vita divina, facendoci suoi figli ed eredi (Rm 8,17). Come dice S.Atanasio, “Dio si è fatto uomo perchè l’uomo si facesse Dio” (De incarnazione Verbi, n. 54).

L’incarnazione del Figlio non è quindi un “incidente di percorso” dovuto al peccato dell’uomo, ma è gesto creazionale, il compimento dell’attività creatrice di Dio, la realizzazione del suo progetto d’amore sull’uomo, che diventa al contempo in Cristo capace di relazione personale con Dio e partecipe della sua stessa vita e beatitudine. Ecco perchè “in principio era il Verbo, … e il Verbo era Dio… Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” ( Gv 1,1-3); ecco perchè “in lui tutte le cose sono state create…, e tutte sussistono in lui” (Col 1,16-17); ecco perchè “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo” (Ef 1,4)!

Se la creazione è in divenire, la Genesi non ci presenta la situazione iniziale, rovinata poi dal peccato dell’uomo: la Genesi è profezia della situazione finale, del punto di arrivo di tutto il progetto creazionale di Dio, che solo si compie in Cristo: la Genesi coincide in realtà… con l’Apocalisse, la rivelazione della situazione finale a cui tutti tendiamo. E’ l’annuncio velato (e Apocalisse deriva da apo-kaluptein, s-velare, togliere il velo), proclamato fin dalle origini del mondo, del progetto di Dio della vita eterna presso di lui, della Gerusalemme celeste, del Regno dei cieli. Ma tale progetto non può che realizzarsi in Cristo. “Il giardino di Eden… in cui Dio colloca l’uomo secondo Gen 2,15 non è un luogo geografico, ma una situazione di rapporto e comunione con Dio: è Cristo, è la vita con Dio, la vita eterna a cui siamo chiamati” (E. Bianchi, op. cit., pg. 15). Il paradiso di cui ci parla la Genesi è pertanto simbolo di Cristo!!! Perchè “questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

Solo il Cristo è il luogo della nostra comunione con il Padre, colui che ci dà la vita eterna, che trasporta la nostra finitudine nell’infinito di Dio ( Ef 1,3-12). “Si può dire semplicemente che il paradiso della Genesi è il Cristo stesso: Dio creò Adamo e lo collocò nel paradiso, cioè nel Cristo (Creavit Deus Adam et posuit eum in paradiso, id est in Christo), in cui tutto è creato e pertanto l’uomo stesso in primo luogo” (G. Martelet, op.cit., pag. 49).

E’ poi opportuno ribadire che l’insegnamento della Genesi sul peccato originale non vuole esprimere che esso causò la morte biologica: il dato biblico è che esso provocò la “morte spirituale”, la perdita della familiarità con Dio, e che certamente il peccato influì anche sulla morte fisica, obbligando l’uomo a subire la trasformazione in essere glorioso e divino per il tramite della separazione dal corpo, e non tramite la subitanea metamorfosi dell’intero individuo, nella sua dimensione materiale e spirituale. L’incarnazione di Cristo ha valore sia a livello del superamento della corruttibilità naturale o terrestre dell’uomo (phtorà) nell’incorruttibilità (aphtarsìa) spirituale o celeste della sua resurrezione (1Cor 15), sia a livello della distruzione del peccato (hamartìa) con la sua giustizia personale (dikaiosyne) (Rm 5).

4. Il dolore, pedagogia divina

La Bibbia ha anche un altro tipo di approccio al problema del dolore: spesso infatti rinuncia alla speculazione sulla sua origine, ma si interroga sul suo scopo. E conclude che talora il dolore è il metodo pedagogico con cui Dio, Maestro e Padre, educa l’uomo, lo distoglie dal male, lo avvia al bene, lo mette alla prova per saggiarne e fortificarne la fede, e quindi più profondamente introdurlo al mistero e all’intimità di Dio.

L’esperienza del deserto e di tutta la sua storia insegna comunque ad Israele che talora Dio ci priva di beni per darcene di più grandi, che talora le situazioni di povertà e di bisogno sono momenti privilegiati per un incontro più intenso con Dio, per fare una più profonda esperienza di lui e del suo amore. Questo è il senso della “prova” di Abramo (Gen22,1), di Ezechia (2 Cr 32,31), di tutto Israele (Es 15,25; 20,20; Dt 8,2; 13,4; Gdc 2,22; 3,1; Sl 81,8), di tanti giusti (Sl 26,2; 66,10). Il dolore può quindi diventare importante momento di purificazione. Considerare il dolore come intervento pedagogico di Dio ci può aiutare a scoprire che anche il tempo della sofferenza può essere per noi tempo di grazia e di benedizione: il dolore può portare l’uomo a chiudersi in se stesso, nella disperazione, ma può anche essere occasione di maturazione e di crescita.

Il dolore può essere la condizione in cui, privati dei beni della salute, delle ricchezze o delle persone care, volgiamo lo sguardo al solo Bene; infatti “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sl 49,13-21). Può essere un momento in cui, nel deserto della vita, diventiamo capaci di ascoltare Dio che a noi si rivela, di gustare la sua presenza al nostro fianco, di affidarci totalmente a lui: può essere la situazione in cui la nostra fede aumenta, diventa più forte. Ma il tempo della sofferenza può anche essere un’occasione in cui diventiamo più capaci di amare, di accogliere, di capire, di aiutare gli altri: quanti di noi, da tristi esperienze vissute hanno trovato forza e insegnamento per meglio essere di conforto e di sostegno ai fratelli in situazioni analoghe!

Nel tempo della prova e del dolore, il credente è colui che afferma, sulla parola della Scrittura, che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28), anche se ciò talora sembra assurdo, e non ne scorgiamo affatto le modalità. Ma ad altro non dobbiamo pensare che sempre siamo immersi nell’amore di Dio: e che, come diceva il Manzoni, Dio “non turba mai la gioia de’ suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Promessi Sposi, cap. VIII).

5. Il dolore diventa preghiera

Quando siamo nel dolore, la tentazione è di chiuderci in noi stessi, soli con la nostra pena. Nella Bibbia, il dolore è portato fuori dall’individuo, è esteriorizzato, fino ad essere lanciato verso Dio stesso, presentato a lui nella preghiera. Questo perchè c’è la certezza che il grido dell’uomo che soffre è sempre accolto da Dio. Nella Scrittura infatti c’è una vera e propria “teologia del grido del povero” che sempre viene ascoltato da Dio. Tale certezza nasce ancora una volta, per Israele, dall’esperienza dell’Esodo: Dio non è restato insensibile di fronte alla situazione di schiavitù del suo popolo, ma è intervenuto a liberarlo con braccio forte: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…; conosco infatti le sue sofferenze” (Es 3,7).

Ma la certezza fondamentale, che motiva la preghiera del sofferente a Dio, è che comunque, in ogni circostanza, Dio è colui che è sempre fedele all’uomo e a Israele. “E’ per questo che il Salterio è la celebrazione di una relazione, di un hesed: vocabolo che ricorre almeno un centinaio di volte e che scandisce antifonalmente il Grande Hallel (Sal 136) e copre un’area semantica molto ricca e personalistica (amore, fedeltà, fiducia, intimità). E’ per questo che nel Salterio trionfano l’aggettivo possessivo, il pronome personale e i vocaboli di possesso. Il “mio-nostro” rivolto a Dio ritorna per 75 volte; per una cinquantina di volte Israele è chiamato “suo” popolo, per dieci volte “sua eredità”, per sette volte “suo gregge”. Una relazione interpersonale che è espressa anche col “ricordo” di Dio (una trentina di volte). Il “ricordarsi” di Dio è l’atteggiamento fondamentale dell’Alleanza nei cui confronti egli è costantemente fedele (105,8); un “ricordarsi” che è sperimentabile nelle sue azioni storiche (78,4-5; 105,1) e cosmiche” (G. Ravasi, in op. cit., pg. 1409).

Nel Salterio vengono portate a Dio richieste concrete; ma nel “Padre nostro” Gesù ci ha insegnato che la preghiera è essenzialmente lode e richiesta della nostra conversione. Alla luce della rivelazione di Dio in Cristo, che senso ha ancora la preghiera di domanda, se Dio è un Padre buono che a tutti provvede con un piano di infinita misericordia? Infatti Gesù ci dice: “Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di essere ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perchè il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,7-8). Ma d’altra parte lo stesso Gesù ci esorta: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perchè chi chiede ottiene, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto” (Lc 11,9-10); e perciò racconta la parabola dell’amico importuno, che ottiene esaudimento dall’altro, già a letto con i bambini, non “per amicizia, … ma per la sua insistenza” (Lc 11,5-8). Gesù ci invita a “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), e racconta a proposito la parabola del giudice disonesto che dà udienza alla vedova solo perchè questa non smette di importunarlo (Lc 18,2-8).

Ma allora come conciliare l’invito a non sprecare parole, perchè il Padre sa già tutto, con quello di pregare incessantemante? E poi: Dio ha bisogno di essere “stancato” dalle nostre preghiere per esaudirci? E ci esaudirà solo per la nostra cocciutaggine e non per amore? Anzi, è un “disonesto” (Lc 18,6), che ascolta solo chi lo stressa e non per giustizia? Con che criterio allora Dio esaudisce le nostre preghiere? Conta quindi la loro quantità, se non addirittura le “raccomandazioni” di questo o di quel Santo più “potente” degli altri? Anche i rapporti con l’Altissimo viaggiano con la logica perversa delle relazioni umane, spesso improntate solo sulla petulanza quando non addirittura su bustarelle e tangenti?

Solo Dio sa qual è il supremo bene per noi. E la nostra preghiera non cambia il suo parere, nonostante alcuni antropomorfismi dell’Antico Testamento, come in occasione dell’episodio in cui Abramo parrebbe voler distogliere Dio dall’intenzione di distruggere Sodoma (Gn 18,18-32), o quando Mosè fa recedere Dio dal proposito di sopprimere il popolo idolatra (Es 32, 9-14): “Io sono il Signore, non cambio” (Ml 3,6). Inoltre se Dio cambiasse idea per la nostra preghiera, o avrebbe pensato qualcosa di non bene per noi prima della nostra supplica, o avrebbe deciso qualcosa che non è il massimo bene per noi dopo la nostra invocazione: è ciò è impossibile, perchè l’Amore non può che volere il massimo bene per l’amato. “Noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare…, ma lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Spesso quindi non siamo esauditi perchè non chiediamo a Dio “i beni per noi convenienti”, anche se quella grazia a noi pare indispensabile per la nostra felicità. Durissimo è al proposito l’apostolo Giacomo: “Non avete perchè non chiedete; chiedete e non ottenete perchè chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele!… O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande” (Gc 4,2-6). Questo Dio che ci ama alla follia, che addirittura è “geloso” di noi, ci esaudisce sempre, ma talora con “una grazia più grande” di quella che noi gli chiediamo. La fede è proprio credere al suo Amore, che la sua volontà altro non è che il massimo bene per noi: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). Abbandonarsi quindi totalmente a lui è giungere quindi al sommo bene, alla più vera realizzazione di noi stessi.

Il credente può anche quindi chiedere a Dio il “miracolo”, di intervenire sospendendo per un attimo il limite creaturale, in qualche modo la nostra alterità da lui: ma deve credere che proprio questa alterità ci permette di amare Dio, e soprattutto che in ogni caso il vero “miracolo” che Dio sempre opera per tutti è il dono del Figlio che ci fa risorgere con lui. La vera preghiera del credente, nel dolore, è allora di essere incorporato al mistero del Cristo Salvatore, di aderire cioè al progetto di Dio, alla sua “volontà”. Pregare è quindi chiedere a Dio l’accettazione della sua volontà. Il criterio fondamentale della preghiera cristiana è proprio: “Sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10). La preghiera di essere capaci di compiere la volontà di Dio, che quindi è l’unica autentica orazione, sempre viene esaudita: “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che abbiamo chiesto” (1 Gv 5,14-15). Giovanni ci dice quindi che ciò che noi domandiamo a Dio secondo la sua volontà, Dio ce lo ha già concesso: ciò significa che chiedere di compiere la volontà di Dio è in realtà interrogarsi se si sta facendo o no il suo volere, è mettersi di fronte a Dio per disporsi ad obbedirlo, certi di ottenere da lui la forza divina per fare quanto egli richiede. Pregare è quindi chiedere a Dio la conversione, l’accettazione del suo piano su di noi, l’obbedienza alla sua Parola: e nella misura in cui la nostra preghiera è sincera scopriamo che Dio ci ha già dato questa grazia.

Nella preghiera quindi apriamo il nostro cuore e ci lasciamo trasformare dalla potenza di Dio. E’ per questo che di fronte al brano di Matteo: “Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano” (Mt 7,9-11), Luca, il medico (Col 4,14), forse più attento al grande tema del dolore, cambia, nel suo testo parallelo, “le cose buone” in “lo Spirito Santo”: “il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,11-13); la vera preghiera di domanda è richiedere lo Spirito Santo che ci trasformi secondo il piano di Dio!!! Preghiera è quindi chiedere la trasformazione del cuore di chi prega perchè sia conforme alla divina volontà: nella preghiera non chiedo a Dio di cambiare i suoi piani, chiedo che Dio mi cambi secondo i suoi piani! La vera preghiera è quindi sempre richiesta dello Spirito Santo perchè ci plasmi, ci trasformi secondo il piano di Dio, incorporandoci al Cristo, realizzando in noi “i disegni di Dio”; “Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili: e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poichè egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

Dio quindi sempre esaudisce la nostra preghiera dandoci non questo o quel bene, ma il sommo bene, lo Spirito Santo, pienezza di ogni dono, che ci fa comprendere ed amare il mistero di Dio: “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26); “Convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16,8). Veramente la preghiera è allora “cercare il regno di Dio e la sua giustizia”, cioè lo Spirito stesso di Dio, certi che “tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33).

6. La fiducia nell’amore di Dio anche nel dolore: il libro di Giobbe

Scriveva il drammaturgo tedesco Georg Bùchner nella “Morte di Danton”: “Perchè soffro? Questa è la roccia dell’ateismo” (Opere, Milano, 1963, pg. 50). Dio accoglie la sfida e nella Bibbia ispira un intero libro a trattare del problema del male: il libro di Giobbe. In esso ci è presentato il prototipo di ogni sofferente: Giobbe, nostro contemporaneo e contemporaneo degli uomini di tutti i tempi per l’universalità della situazione, del grido contro Dio, della ribellione, dell’ansia di guarigione, pieno di contraddizioni, in preda a schizofrenia spirituale, tra disperazione e speranza, maledizione e invocazione, lotta e rassegnazione. Giobbe siamo noi, Giobbe sono io: tutti siamo passati o passeremo nelle sue vesti, provati nella nostra carne o in quella dei nostri cari, moglie, figli, genitori, amici.

In origine era un’antica storia folkloristica, del secondo millenio a.C., che parlava di uno sceicco arabo, un certo Ijjov, del paese di Hus, forse in Edom, a sud-est del Mar Morto, ricordato nel libro di Ezechiele in una triade mitica insieme a Noè e Daniele, eroe ugaritico (Ez 4,14). Egli, messo alla prova dal suo Dio, gli resta fedele e viene premiato. Ma al tempo dell’esilio, dopo il 587, i Giudei sono in piena crisi di fede e di speranza, e si interrogano sul senso della loro tragica sorte: un poeta della seconda generazione di esuli riprende la storia di Giobbe e la trasforma quasi in una tragedia, sullo stile di quelle greche, per offrire agli esiliati un tentativo di risposta al perchè del dolore e della prova.

Giobbe, prototipo del sofferente di ogni tempo, non accetta la teoria della retribuzione, si professa innocente davanti a Dio, e lo accusa di essere ingiusto con gli uomini, sordo al loro grido di aiuto, dispotico e assente dalle vicende umane: e invita Dio a rivelarsi.

Preparata dall’incapacità dei discorsi degli amici di rispondere a Giobbe, dal suo grido disperato e dall’inno alla Sapienza, che sottolinea il mistero della trascendenza di Dio (Gb 28), giunge la Teofania. In verità, non è propriamente una Teofania, quanto una Logo-fania, una manifestazione della Parola divina: ma essa è per Giobbe, come deve essere per ogni credente, contemplazione di Dio stesso, al punto che, dopo i discorsi di Dio, Giobbe potrà affermare di averlo “visto con i suoi occhi” (Gb 42,5). Dio gli rivela che tutto l’universo è retto dalla Provvidenza amorosa di Dio, capace di pensare anche al parto delle camosce (39,1-3) e ai piccoli del corvo (38,41). Il libro di Giobbe anticipa quanto dice Gesù, che ricorda che Dio pensa e provvede agli uccelli del cielo e ai gigli dei campi (Mt 6,25-30), così come vigila sulla sorte dei passerotti (Mt 10,29-31). All’uomo che chiede a Dio il perchè del dolore, Dio risponde sciorinando la sua presenza salvifica e benedicente nel creato, mostrandogli come egli sia l’amore che a tutto provvede. Se Dio pensa così anche alla più piccola delle sue creature, tanto più ha a cuore il destino dell’essere umano, e anche nella sofferenza più profonda l’uomo deve essere sicuro di stare al centro di un progetto meraviglioso, seppur imperscrutabile, di Dio su di lui.

Giobbe così “conosce” Dio: la sua fede non si basa più sul “sentito dire”, ma sulla personale esperienza di lui: come è avvenuto questo? Giobbe ha capito che Dio è amore innanzittutto perchè Dio stesso, nel suo discorso, gli ha insegnato a leggere la sua provvida presenza nel creato: Giobbe, uscendo per un attimo dall’isolamento in cui lo aveva imprigionato la sua disgrazia, è diventato capace di contemplare la creazione, ed in essa ha scoperto l’orma e lo stile del suo Creatore. Ma soprattutto Giobbe ha personalmente incontrato Dio: un Dio, notiamo bene, che non è venuto a guarirlo, ma che è sceso dall’alto dei cieli per venire accanto a Giobbe, per sedersi al suo fianco sul sul suo mucchio di cenere (Gb 2,8), sul letamaio su cui giace, come vorrà la tradizione posteriore. Giobbe ha sperimentato cioè la presenza di Dio al suo fianco nel dolore, un Dio che si pone accanto all’uomo per ascoltarlo, per consolarlo, per condividerne le pene e le sofferenze: è già l’esperienza del “Dio-con-noi”, l'”Emmanuele” (Mt 1,23), che vedrà la sua massima esplicitazione nell’incarnazione del Figlio, per la quale Dio non solo diventerà uno di noi, ma prenderà su di sè tutto il male, tutta la sofferenza, tutto il limite del mondo. “Perciò” ( ‘al ken: Gb 42,6), cioè proprio in virtù di questa esperienza stupefacente e meravigliosa di Dio, Giobbe “ritratta le sue parole e si pente” (Gb 42,6) o, come altri traducono, “vuole sprofondarsi in atteggiamento di umiltà e cambiare atteggiamento”, “sopra polvere e cenere” (Gb 42,6). La “cenere”, che nel prologo (Gb 2,8) era il luogo della sofferenza e dell’afflizione, diventa ora il luogo del pentimento e della conversione: il dolore è diventato luogo dell’esperienza di fede più profonda, il luogo privilegiato dell’incontro con Dio stesso, il momento-forte in cui scoprire Dio nella sua dimensione più intima, quella dell’innamorato che si svuota per donarsi, dell’Infinito che viene a condividere fino in fondo la nostra finitudine.

Il libro di Giobbe originariamente finiva qui, con Dio e Giobbe insieme sullo stesso letamaio, e Giobbe che in ciò scopre Dio e il senso del suo dolore; tale proposta parve però scandalosa per i successivi redattori biblici, che vi aggiunsero un “happy end”, un epilogo a lieto fine (Gb 42,10-17), in cui non solo Giobbe veniva reintegrato nei beni di prima, ma li riotteneva in grande sovrabbondanza. Ma questo è solo un segno della difficoltà dell’uomo, che si evidenzierà drammaticamente nel Nuovo Testamento e poi sempre nel corso dei secoli successivi, ad accettare il mistero di Dio, ad accettare che Dio non sia il tappabuchi dei nostri limiti e della nostra debolezza, ma che sia il Dio che si fa uno di noi, e che addirittura soffre con noi e per noi, per un’insondabile economia d’amore.

7. Gesù Cristo, la risposta definitiva di Dio

Preparata dal libro di Giobbe e dai testi di Isaia sul “Servo sofferente”, nella “pienezza dei tempi” (Gal 4,4; Ef 1,10; Eb 9,26) giunge all’uomo attanagliato dal male e dal dolore la risposta definitiva di Dio: Gesù Cristo, il Figlio amatissimo (Mt 7,13; 17,5), unigenito (Gv 1.14.18; 3,16.18; 1 Gv 4,9). In lui Dio stesso scende definitivamente dai cieli, assume fino in fondo la nostra condizione creaturale, facendosi veramente uno di noi, fino alla morte, e alla morte di croce. D’ora in poi, l’unica e definitiva risposta di Dio al perchè del dolore sarà la croce del Figlio. “La sola fonte di chiarezza abbastanza luminosa per illuminare il dolore è la croce di Cristo. Non importa in quale epoca, non importa in quale paese, dovunque ci sia un dolore, la croce di Cristo non è che la verità” (S. Weil, citata da G. Ravasi, op. cit., pg. 92).

Mentre nelle “Vite degli Eroi” in auge nell’antichità si raccontavano con dovizia i successi e i prodigi dei grandi personaggi, e fugacemente si accennava alla loro fine, i primi Cristiani dedicano la maggior parte dei Vangeli a raccontare il tragico trapasso del loro Maestro e Signore, la sua passione, morte e resurrezione. Fu questo un tema che turbò profondamente la prima comunità: era inconcepibile che un Dio potesse soffrire e morire. E le prime eresie contestarono proprio che il Figlio di Dio avesse potuto soffrire e morire. Inoltre i primi credenti furono sconvolti dal vedere non solo la morte di Dio, ma che Dio moriva in una maniera tragica, “annoverato fra i malfattori” (Lc 22,37, cfr Is 53,12; Gv 18,30). I primi cristiani meditarono quindi profondamente sul mistero della centralità della sofferenza nella vita di Cristo: e compresero allora bene che tutta la sua vita, e non solo la sua morte, era stata un Evangelo, un lieto annuncio sul tema del dolore e del male.

Gesù fu certamente uno straordinario taumaturgo: “Gli portavano tutti i malati… Guarì molti che erano afflitti da varie malattie…” (Mc 1,32-34); “E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano” (Mc 6,56). Tra i malati, trovano posto speciale, per Gesù, due categorie “tabù” nel giudaismo, un po’ come i malati di AIDS oggi: i lebbrosi (Mc 1,40-44) e gli “indemoniati”, probabilmente malati psichiatrici ( Mc 1,21-28; 5,1-20; 7,24-30; 9,14-26). Ma le sue meravigliose guarigioni non erano solo un beneficio per i fortunati che ne potevano godere: erano soprattutto espressione della sua potenza di Salvatore, del senso più profondo della sua missione; egli era venuto per sconfiggere definitivamente il male e la morte, e la sua vittoria iniziava proprio nel limite spazio-temporale della povera umanità ammalata che a lui accorreva. Perciò Marco li chiama dynamis, potenza (Mc 6,2.5.14; 9,39), e mai sèmeion, segno, o tèras, prodigio. I miracoli nei Vangeli non sono quindi, di per sè, segni propagandistici compiuti per dimostrare che Gesù è Dio, ma momenti rivelativi della divina sollecitudine per i sofferenti: restano infatti, nella Scrittura, come segni in sè ambigui, che lasciano talora perplessi i testimoni, che di per sè non inducono gli astanti alla fede in Gesù (Gv 12,37). Anzi, Gesù ammonisce che “segni e portenti” potranno essere compiuti anche da “falsi cristi e falsi profeti” (Mc 13,22). Perciò Gesù rifiuta ogni segno ai farisei che gliene chiedono uno di prova (Mc 8,11-13). Si spiega allora perchè il Signore spesso imponga il silenzio a quelli che guarisce (Mc 1,34; 3,12; 5,43; 7,36; 8,26): solo infatti il segno supremo della sua morte e resurrezione (Mt 16,4) farà dei miracoli un Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Solo alla luce del mistero pasquale essi saranno letti come anticipazione della potenza di Dio che si manifesta nella resurrezione. Si comprende allora come i miracoli siano quasi sempre accompagnati da discorsi che, partendo da ciò che Gesù ha operato, vogliono portarci oltre i suoi gesti, per cogliere il mistero d’amore di Dio che si china sull’umanità sofferente. E si capisce l’insistenza della fede richiesta a chi viene guarito: “La tua fede ti ha salvato”, dice Gesù all’emorroissa e al cieco di Gerico (Mc 5,34; 10,52; cfr 7,29;); “Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,22-24). Gesù ribadisce che la salvezza totale viene solo dall’adesione a lui, e l’evento di guarigione, seppur miracoloso, altro non è che un epifenomeno del totale superamento del limite creaturale che la sua incarnazione realizza.

Il Figlio di Dio non solo sta dalla parte di chi soffre: egli stesso soffre, condivide l’esperienza umana di finitudine, sussumendone tutto il male e il dolore. Di fronte ad ogni infermità o sofferenza, Gesù “si commuove”, “sente compassione” (Mc 1,41; 6,34; 8,2; Mt 9,36; 14, 14; 20,34; Lc 7,13); di fonte alla morte dell’amico, addirittura “scoppiò in pianto” (Gv 11,33-38).Il Figlio dell’uomo prova la sete: “Le disse Gesù: “Dammi da bere”” (Gv 4,7), la stanchezza: “Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo” (Gv 4,6), il sonno: “Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta…: ed egli dormiva” (Mt 8,24). Il medico Luca (Col 4,14) rileva in Gesù, di fronte alla sua Passione, un fenomeno derivante da un grado eccezionale di angoscia: il sudore di sangue: “In preda all’angoscia, … il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc 22,44). Nella sua Passione Gesù prova ogni sorta di violenza fisica: schiaffeggiato, bastonato (Mt 26,67), flagellato (Mt 27,26), deriso (Mt 27,29.31.41), insultato (Mt 27,39.44), percosso (Mt 26,67; 27,30), colpito da sputi (Mt 26,67; 27,30), incoronato di spine (Mt 27,29), denudato (Mt 27,31), crocifisso (Mt 27,35). Gesù muore solo, sperimentando l’abbandono da parte degli uomini e anche da parte di Dio: “Gesù gridò a gran voce:… “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). La sua è una fine tragica: “Gesù, emesso un alto grido, spirò” (Mt 27,50). Un Dio che muore urlando: ci turba quel grido di Dio! Avremmo preferito che morisse in silenzio, che fosse davvero “pecora muta” (Is 53,7), e non che ci lasciasse con un urlo che attraversa la storia fino a noi: ma in quel grido Dio raccoglie tutte le grida dei milioni, dei miliardi di uomini che soffrono disperati, impotenti, sfiniti, perchè il grido è l’espressione di chi non ne può più. Veramente Gesù provò fino in fondo la sofferenza dell’uomo! E così egli condivise davvero la nostra condizione rendendosi “in tutto simile ai fratelli… Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,17-18). In lui si adempì “ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie”” (Mt 8,16, cfr Is 53,4).

La Croce è la massima espressione dell’amore di Dio per noi, il momento culminante del chinarsi di Dio sull’umanità per abbracciarla e per salvarla. Purtroppo però, per noi, il Crocifisso non è più “scandalo, … stoltezza” (1 Cor 1,23), e insieme meraviglia di fronte a cui cadere in commossa adorazione: ormai ci siamo abituati alla vista di questo simbolo sacro, che molti ormai portano al collo come un portafortuna qualsiasi, tra un cornetto e un quadrifoglio. Anche nelle nostre chiese, spesso i Crocifissi sono pie raffigurazioni su cui il nostro occhio è abituato a posarsi: il Gesù che vi è infisso è magari sereno e quasi glorioso, e ci sfugge così la comprensione del massimo miracolo dell’amore di Dio. Il Gesù crocifisso non è più colui che “non ha apparenza nè bellezza per attirare i nostri sguardi… Disprezzato e reietto dagli uomini… come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,2-3). Dovremmo saper ancora inorridire davanti al Crocifisso; il Crocifisso dovrebbe farci ancora ribrezzo, come quando vediamo le fotografie dei martirizzati con le torture più efferate nei lager nazisti, o nelle prigioni dell’America Latina o della ex-Jugoslavia. Siamo l’unica religione al mondo che ha come emblema un torturato con le più crudeli sevizie, con ogni macabro e folle mezzo inventato dalla cattiveria umana. Ma proprio per questo ogni uomo, anche quello che ha subito le violenze più terribili, che è colpito dal male più atroce, può volgere al Crocifisso lo sguardo a trovare in quel Dio che vi è infisso la massima comprensione, la più piena solidarietà. Non vi è dolore che non sia compreso nelle sofferenze di Cristo, non vi è male che egli non abbia assunto su di sè: ecco perchè egli è veramente il “Dio con noi” (Mt 1,23). Nel Venerdì Santo la liturgia fa dire a Gesù dalla croce: “O voi tutti che andate per la strada, guardate e vedete se c’è un dolore pari al mio dolore!”. Sul suo “volto sfigurato, disfatto, … sono stampate le impronte di tutte le miserie del mondo. Un volto che raccoglie la documentazione di tutte le torture che gli uomini di ogni tempo dovranno subire. Il Corpo di Cristo diventa il continente smisurato del dolore umano. Su quella croce c’è il peso di coloro che non ne possono più… Davvero, con la croce Cristo riceve il sacramento del dolore umano. Ecco Colui che “porta, sopporta, porta via la nostra angoscia” (K. Barth). E riceve anche il peso dei nostri peccati… (2 Cor 5,21)… Che parafulmine, quella croce… E’ pesante la croce. Perchè è pesante la croce di milioni di creature. E Cristo, che le porta tutte, diventa “Colui che non ce la fa più”… (Lc 23,26). Da quel momento chiunque può gridare “non ne posso più!”. Sa che c’è Qualcuno che lo comprende. Perchè ha provato” (A. Pronzato).

Solo se ogni volta che guardiamo un Crocifisso sappiamo ancora emozionarci, provare disgusto per quell'”uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3), piangere di rabbia e di tristezza, allora siamo in grado “di comprendere… quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perchè siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,18-19).

La sofferenza di Gesù è salvifica: secondo la teologia dell’espiazione, essa ci redime dal peccato e ci riconcilia con Dio, facendoci partecipi della sua vita divina; secondo la teologia del dolore come limite insito nella creaturalità, Dio stesso prende sù di sè, nel Figlio, la sofferenza del cosmo e, nella resurrezione di Gesù, la supera e la sconfigge, portando l’uomo nella vita stessa di Dio e compiendo così il progetto crezionale. Comunque si voglia esprimere questo mistero, Dio in Cristo, per amore immenso, divinizza l’uomo e lo fa suo figlio e partecipe della sua stessa vita.

La resurrezione di Gesù è la grande e definitiva sconfitta del male, della sofferenza, della morte. E’ l’evento centrale della nostra fede, il fulcro della storia. Inoltre è il “segno” unico dato da Gesù (Mt 16,4) che quell’uomo morto trucidato su di una croce non era uno dei tanti derelitti della vicenda umana, ma Dio stesso che si caricava del limite del mondo per annientarlo e donarci la sua stessa vita divina. Ecco perchè il nucleo della fede cristiana, il kèrigma, è che Cristo è risorto. Ecco perchè la Pasqua è la festa cristiana fondamentale! Nel trionfo della resurrezione del Signore, è stata annientato per sempre il male, il dolore, la morte: per la sua resurrezione siamo introdotti in un “nuovo cielo e una nuova terra”, in cui “(Dio) dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno, perchè le cose di prima sono passate… Ecco, io faccio nuove tutte le cose… Queste parole sono certe e veraci. Ecco, sono compiute!” (Ap 21,1-6). Perciò l’Apostolo canta, citando i profeti (Is 25,8; Os 13,14): “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Cor 15,54-55).

Ma nella resurrezione di Cristo si è compiuto per noi un evento ancora più grande: non solo il dolore e la morte sono stati annientati, ma addirittura abbiamo ricevuto “l’adozione a figli” (Gal 4,5; Ef 1,5), e siamo diventati “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4)! “Quelli che (Dio) da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perchè egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30); “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perchè lo vedremo cosi come gli è” (1 Gv 3,2). Ormai noi in Cristo viviamo della vita stessa di Dio: si è compiuto il progetto creazionale e partecipiamo della sua immortalità, della sua infinitezza, del suo essere più profondo. Si compie per noi la profezia della Genesi e Dio diventa a noi accessibile, passeggia con noi nella brezza del giorno, chiacchierando amabilmente con noi (Gen 3,8-9), di cui è infinitamente innamorato, con noi ormai fatti “figli … ed eredi” (Rm 8,17)!

Qui le nostre povere parole tacciono, e solo la contemplazione nello Spirito Santo può in qualche misura introdurci in un così stupendo mistero.

8. Il cristiano, chiamato alla sequela di Gesù Crocifisso e Risorto

Il discepolo è chiamato a prolungare nel mondo l’incarnazione del Figlio di Dio facendosi segno concreto del suo amore verso chi soffre, diventando egli stesso, per chi è nel dolore, la prima esperienza della bontà e della salvezza di Dio. Noi siamo il primo sacramento di Cristo per chi è nell’afflizione: le nostre gambe sono le gambe con cui Gesù arriva al malato, le nostre braccia sono le braccia con cui Gesù lo soccorre, la nostra bocca quella con cui il Cristo lo consola e gli annuncia la salvezza. Il credente è, per il fratello, il tramite, il mediatore della salvezza. Egli aiuta il sofferente nella lotta contro il dolore, prodigandosi con ogni mezzo per alleviarne le pene. Ma soprattutto gli si fa “prossimo”, con una presenza effettiva ed affettiva: spesso è la solitudine l’aspetto peggiore della malattia e del dolore, e la condivisione è già potente medicina. Per questo il credente non sentirà mai la malattia e la stessa morte un fatto privato, ma li vivrà e aiuterà gli altri a viverli come evento familiare, comunitario, ecclesiale: sono sempre l’amore e la solidarietà, autentiche esperienze del Cristo, che devono “colorare” anche i nostri momenti più bui. Il credente aiuta il sofferente a mantenere la sua libertà, a poter fare le sue scelte in ogni momento, a vivere in profonda umanità la sua esperienza di dolore. In tal senso, è fondamentale il dire la verità al malato, rispettando però la sua capacità di comprensione e senza mai negargli in senso assoluto una speranza di guarigione anche terrena, che la scienza sa essere possibile talora anche in casi estremi. Infine, il credente si fa “prossimo” al malato soprattutto portandogli quanto ha di più bello e prezioso, la salvezza di Cristo (At 3,6): al sofferente il cristiano annuncia l’Evangelo della gioia, della guarigione e della risurrezione, gli proclama il nome di Cristo che solo è la risposta unica e definitiva al dramma del male, all’interrogativo del dolore. Ecco perchè il credente aiuta il sofferente ad incontrare Dio nella sua storia, invitandolo alla preghiera, alla meditazione della Scrittura, all’unione con lui nei Sacramenti.

Il trionfo di Cristo sul male e sulla morte si è già realizzato una volta per tutte. Noi attendiamo ancora, “gemendo interiormente” (Rm 8,23), di “vedere” (Rm 8,24) questa gloria, quando usciremo dal nostro limite spazio-temporale per entrare nell’eternità del regno di Dio: ma “fin d’ora siamo figli di Dio” (1 Gv 3,2), partecipi della sua vittoria e dei beni del Regno! Siamo già ora certi che il bene ha vinto una volta per sempre sul male, la gioia sul dolore: le nostre sofferenze, le nostre angosce hanno comunque un senso, perchè in Dio sono già state annientate. E’ questa la “speranza” dei Cristiani, un fatto reale, già attuato, al punto che Paolo parla della “speranza che vi attende nei cieli” (Col 1,5), e ci invita a “vivere… nell’attesa della beata speranza” (Tt 2,13): “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: “Ho creduto, perciò ho parlato”, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui” (2 Cor 4,13-14); “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste… Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e, sapendo che finchè abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore” (2 Cor 5,1-8)

Ecco perchè il cristiano è l’uomo della gioia: perchè sa che Dio lo ama sempre, e che lo libererà. La gioia non è un elemento accessorio nell’esperienza del credente, ma sta al cuore del cristianesimo: “Il regno di Dio è… gioia” (Rm 14,17).

Ecco perchè i cristiani dovranno essere “pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13,52) anche nella tribolazione, anche nel dolore: “(Gli apostoli) se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (At 5,41). Paolo è testimone di questa gioia anche nella sofferenza: “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Cor 7,4); “E se anche il mio sangue deve essere versato in libagione… sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me” (Fil 2,17-18); “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” (Col 1,24); “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1,6); “Siate sempre lieti!” (1 Ts 5,16); “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi!… Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4-5). E la lettera agli Ebrei: “Avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze” (Eb 10,34). E Pietro: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perchè anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4,13). E Giacomo: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1,2). La gioia “sempre” è dunque il distintivo del cristiano, la cartina al tornasole di una fede autentica, che riposa sull’amore di Dio e che a lui si affida. Il cristiano dovrebbe essere riconoscibile ovunque per la sua serenità, per il suo ottimismo, per il suo cuore pacificato e pacificante, per la sua speranza, per la sua allegria: questa dovrebbe essere la migliore testimonianza dell’Evangelo, la “Gioiosa Novella”. E una fede non a parole, ma nei fatti, è quella che riesce a tradurre nella concretezza della vita le verità professate con la bocca, è quella che cala il divino annuncio di liberazione nelle profondità del cuore, nei meandri della psiche, accendendo nell’intimo dell’uomo, in ogni circostanza, una festa senza fine.

A questo mondo che ormai ha sostituito il concetto di salute a quello di salvezza, e che insegue ovunque guru e santoni che promettono guarigioni, dobbiamo con forza predicare che solo Gesù è il terapeuta. Ogni guarigione, in Israele, è sempre opera solo di Dio, Rapha-el (= Dio guarisce: Tb 12,15); è Dio il medico per eccellenza (Es 15,26; Dt 32,39; Ger 20,17; 2 Re 20,5; Sl 103,3). Guai ai medici che credono di guarire con la loro arte: sono “imbalsamatori di cadaveri” (Gn 50,2), “ciarlatani ed incapaci” (Gb 13,4); lode invece ai medici che riconoscono che “dall’Altissimo viene la guarigione” (Sir 38,1-15); guai a chi ricorre solo ai medici e non al Signore (2 Cr 16,12). Ora, Dio ci guarisce definitivamente solo in Gesù Cristo: “in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Ma questa “Lieta Novella” non riguarda solo l’escatologia, gli ultimi tempi: Gesù ci sana già oggi! Egli è la luce (Gv 1,9) che disperde le nostre tenebre, è la verità, che vince la nostra ignoranza, è la vita, nemica di ogni malattia e di ogni disarmonia (Gv 14,16). Il suo amore già oggi scioglie le nostra paure (Mt 6,25), le nostre ansie per il domani (Mt 6,34); il suo perdono ricompone la nostra unità interiore, superando le nostre schizofrenie e dissolvendo le divisioni tra di noi; riempiendoci “del suo pensiero” (1 Cor 2,16), ci fa deporre la “tristezza del mondo” (2 Cor 7,10), e ci dà la sua pace (Fil 4,7-9) anche nella sofferenza; e soprattutto egli è sempre al nostro fianco (Mt 28,20), con la sua potenza meravigliosa (Mc 16,17-18), nel momento di ogni nostra malattia e della nostra morte. E’ a noi oggi che Gesù dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28-29).

9. Conclusione

La rivelazione di Dio al mondo altro non è che la risposta al grande interrogativo dell’uomo sul dolore e sulla morte. E la Bibbia ci articola vari aspetti di questa risposta, che tutti concorrono alla meditazione su questo angosciante problema, dalla cui soluzione dipende il senso dell’esistenza.

La teoria del dolore come frutto della colpa umana chiarisce anzitutto che Dio non è l’origine del male, e che invece il dolore spesso deriva dall’umana cattiveria, per i risvolti sociali e cosmici che misteriosamente sempre trascendono anche ogni singolo atto.

La teoria della retribuzione ci rassicura che, pur se su questa terra non c’è giustizia, e spesso i buoni soffrono e gli empi prosperano, il giusto avrà comunque il suo premio, e le azioni malvage la loro sanzione.

La teoria della creaturalità ci ricorda che il dolore, la malattia, la morte fanno parte della finitudine umana: Dio, l’Infinito, volendo creare per amore un altro da sè, ci ha creati finiti; ma egli “soffre” per questo, e da sempre progetta l’incarnazione del Figlio per sussumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina. La Scrittura ci rivela che questo piano è certamente il migliore per noi, perchè Dio è puro Amore.

Certo, il dolore può anche essere pedagogico, momento in cui l’uomo può scoprire, spogliato dai beni di questo mondo, l’assoluto di Dio: la sofferenza può quindi diventare momento di maturazione e di crescita.

Può anche essere occasione forte di preghiera, di dialogo con Dio, di introduzione nel suo mistero nella contemplazione e nell’ascolto della sua Parola.

La Bibbia ci rivela quindi che il dolore può essere anche “utile”, sia in senso escatologico, perchè esperienza in ogni caso da passare l’avvento del Regno, sia come forte testimonianza di fede, sia perchè ha una misteriosa forza dilagante di bene, di salvezza per tutti.

Ma soprattutto la Sacra Scrittura ci rivela che Dio non è impassibile al grido dell’uomo: Dio è Provvidenza, Amore tenero per tutte le sue creature. Pertanto la sua risposta all’uomo che soffre è scendere dai cieli e porsi accanto all’uomo, al suo letto di dolore, nella sua prigione, sul suo cumulo di cenere, persino nella sua tomba, per soffrire con lui, per condividerne il dolore e anche la morte. La grande risposta al perchè del dolore è quindi Gesù Cristo, il Figlio incarnato. La sua croce è il nuovo nome del dolore, il segno della risposta d’amore di Dio alla sofferenza umana. In essa sono assunti tutti i nostri tormenti, tutte le nostre angosce, le nostre ansie, i nostri terrori. E non solo i dolori dell’uomo, ma di tutta la creazione, che “geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22), e che “attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).

Preso sulla sua croce tutto il dolore dell’universo, Dio nella resurrezione del Figlio lo distrugge per sempre, lo annienta, e compie così il progetto della creazione e il piano d’amore di renderci addirittura suoi figli, partecipi della sua stessa vita divina. E questo non solo nell’escatologia, alla “fine dei tempi”: ma già nell’oggi storico Dio in Gesù Cristo si pone accanto al sofferente, al morente, con la sua forza guaritrice e di salvezza integrale.

Solo in “Gesù…, l'”immagine” di Dio, da scandalo intollerabile qual è il male può trasformarsi in mistero, sia pure insondabile: il mistero di un’Onnipotenza che si presenta alle sue creature come schiavo crocifisso” (V. Messori, Ipotesi su Gesù, SEI, 1976, pg. 295). Gesù non distrugge la croce: vi si sdraia sopra; e risorgendo diventa “speranza della nostra gloria” (Col 1,27). Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più il perchè del dolore: l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione, è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci “figli; e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,17)!

Bibliografia minima

  • Bianchi E., Genesi, Quiqajon, Bose, 1990
  • Boff L., Grido della terra grido dei poveri, Cittadella, 1996
  • Boros L., Mysterium mortis, Queriniana, 1979
  • Carretto C., Perchè Signore?, Morcelliana e Dehoniane, 1993
  • Iragui M., Guarite gli infermi, RnS, 1987
  • Martelet G., Libera risposta ad uno scandalo, Queriniana, 1987,
  • Miglietta C., Perchè il dolore? La risposta della Bibbia, Gribaudi, 1997
  • Miglietta C., La famiglia secondo la Bibbia, Gribaudi, 2000
  • Miglietta C., Condividere per amore, Gribaudi, 2003
  • Pronzato A., Coraggio gridiamo, Gribaudi, 1970
  • Quinzio S., La sconfitta di Dio, Adelphi, 1992
  • Ravasi G., Giobbe, Borla, 1994
  • Tyrrel B. J., Cristoterapia, Paoline, 1988
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