3 December 2022 Versione CEI 2008

La lectio divina popolare

Descrizione e precisazioni

Per ottenere un buon risultato suggeriamo una metodologia semplice. Cerchiamo prima di tutto di capire ciò che vogliamo fare.

Cominciamo col chiederci: che cos’è una lectio divina? Potremmo descriverla così:

“La lectio divina è l’esercizio ordinato dell’ascolto personale della Parola”.

Esercizio: è qualcosa di attivo. Nella nostra esperienza religiosa ci sono parecchie cose passive, che facciamo condotti da altri o per abitudine. La lectio è un momento in cui uno si mette, si decide, cammina.

Ordinato: è un esercizio con una dinamica interna, semplicissima e che spesso dimentichiamo. Di conseguenza troviamo la Scrittura arida e concludiamo che non ci serve pregare.

Dell’ascolto: la lectio è un ascolto, un ricevere la Parola come dono. Le caratteristiche di questo ascolto sono quelle di Maria che, dopo aver ascoltato, obbedisce e dice: “si faccia di me secondo la tua parola”. Un ascolto, quindi, fatto in atteggiamento di adorazione e di sottomissione. Nella Scrittura non dobbiamo cercare qualcosa da dire agli altri o qualcosa che ci interessi: dobbiamo lasciare che ci parli Dio.

Personale: non è l’ascolto di una predica, di un’omelia, di una parola letta in chiesa. E il momento personale dell’ascolto che fa da corrispondente necessario al momento comunitario. Senza l’ascolto comunitario, la lectio divina diventa individualismo; senza la lectio divina l’ascolto comunitario cade nel genericismo.

Della Parola: è Dio che parla, Cristo che parla, lo Spirito che parla. Mi parla la Parola che mi ha creato, che ha il segreto della mia vita, la chiave delle mie situazioni presenti, che ha il segreto del cammino della Chiesa, la chiave delle situazioni storiche presenti. Mi parla lo Spirito che penetra ogni realtà economica, sociale, politica, culturale del mondo, E sempre ascolto della Parola con la maiuscola: della Parola che ha fatto il mondo, che lo sostiene, lo guida e lo regge» (C.M. MARTINI, Popolo in cammino, Milano 1983, pp. 13-14).

Noi desideriamo giungere a una lectio divina popolare. Fer- miamoci brevemente a considerare il secondo aggettivo, che a prima vista potrebbe suscitare qualche problema. Precisiamo anzitutto che con l’aggiunta di popolare intendiamo esprimere il desiderio che la lectio sia praticata da larghi strati di popolazione e proprio per questo sia facilmente praticabile anche da coloro che non figurano tra i fedeli più impegnati.

  1. Come accostarsi alla lectio

Essendo, come s’è detto, un esercizio che porta al dialogo e alla comunione con Dio, occorrerà avere alcuni atteggiamenti preliminari. I più importanti sembrano i seguenti:

* È importante evitare un certo estrinsecismo che ci farebbe concepire questo momento come uno dei tanti aggiunti, una cosa da fare in più senza capire il suo coinvolgimento con tutti gli aspetti della vita cristiana. D’altra parte occorrerà liberarsi dalla pesante ipoteca efficientistica che mortifica spesso la nostra lettura della Parola e che ci illude di raggiungere risultati immediati, quasi automatici, in conseguenza di certi strumenti messi a disposizione (cf. C.M. MARTINI, Dimensione contemplativa della vita, Milano 1980).

Occorre invece un ascolto «gratuito». Scrive Baroffio:

«Quando si legge la Scrittura, bisognerebbe fare in modo che l’unica preoccupazione fosse quella di ascoltare la parola dell’Amico. Il sentire la voce di una persona amata dona gioia anche al di là del contenuto delle parole e della loro comprensione” (Lectio divina e vita religiosa, p. 13). È a questa condizione che Dio si fa presente, rivela il suo cuore, quasi lo confonde con il nostro in una forte esperienza che ci matura e ci rende sempre più intelligibile la Scrittura nel suo messaggio più profondo.

  • Bisogna amare e accettare in anticipo la verità di Dio, qualunque essa sia, per subirne l’attrattiva, per accettarne le esigenze. Occorre quindi la disponibilità di Samuele: «Parla, Signore, poiché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,10).
  • Bisogna accostarsi quasi con la nostalgia di incontrare Dio e con il desiderio di eliminare tutto ciò che si oppone alla sua luce, alla sua verità, alla sua misericordia: l’egoismo, il peccato, il rifiuto del- la volontà di Dio.

I quattro momenti

    1. Osservazione

La Chiesa dà grande importanza a ogni parola, a ogni espressione della sacra Scrittura. Niente della ricchezza espressiva del testo deve andare perduta per superficialità o trascuratezza. Anche se non tutte le parole hanno la stessa importanza, vanno però accostate con grande rispetto ed attenzione. Il pericolo al quale si espone il lettore superficiale, che non «osserva», è di far dire allo scritto quello che non ha mai voluto dire. Ma soprattutto, se non ci si impegna, il testo dirà quelle poche cose che già si sanno e che poi si cerca di applicare, in qualche modo nella propria vita, ma non sprigionerà tutta la potenza vitale che racchiude.

Scrive il cardinal Martini:

«Se non do il testo per scontato, se non mi accontento di una prima lettura, mi rivelerà qualcosa di nuovo ogni volta che lo leggo. Mi verranno in mente passi analoghi o affini della Scrittura… Il brano diventa, allora, ricco, parlante e ci accorgiamo che non è stato scritto di getto o casualmente, ma è piuttosto il frutto di tutta la meditazione di Israele, il condensato della contemplazione degli apostoli e della Chiesa primitiva su Gesù. Tutti la possono fare perché non è l’esegesi propriamente detta». (Popolo in cammino, p. 15).

La lettura e la rilettura del brano porterà a rendersi conto:

  • di chi parla il brano;
  • a chi parla;
  • su che cosa parla;
  • come parla;
  • quando smette di parlare, ecc…

In maniera un poco più articolata diciamo che si incomincia col rispondere a due doppie domande:

La prima è: chi? che cosa?

* Ossia cerco i personaggi che compaiono nel brano.

Anche se alcuni saranno più importanti di altri, devono essere messi in luce tutti quanti, per quello che dicono, per quello che fanno, per come vengono presentati, per quello che si dice di loro.

  • I fatti e le gesta.

Ovviamente tutti i personaggi sono coinvolti nei fatti riportati.

Tali fatti vanno individuati, vanno cercate le relazioni tra i diversi fatti. Vanno rilevati gli atteggiamenti dei diversi personaggi di fronte ai fatti riportati, i loro sentimenti, le loro reazioni e la qualità dell’azione.

Le parole ed i discorsi riportati. Alcuni personaggi parlano e danno già una interpretazione dei fatti e dei gesti riportati. Tali parole o tali discorsi vanno attentamente osservati, perché normalmente esprimono il significato del brano. A questo proposito, e in genere per tutto quanto è contenuto nel brano, sono preziosi gli aggettivi e i verbi impiegati nel brano. Vanno interrogati, quasi spremuti per ottenere tutto il succo del divino insegnamento. Origene paragona la divina parola ad un metallo reso incandescente e le nostre interrogazioni alle martellate, che da esso fanno sprigionare scintille di verità.

La seconda domanda: dove e quando?

  • Ossia, con l’aiuto dell’animatore che fornisce brevi precisazioni, i partecipanti mettono in evidenza il contesto teologico, letterario e storico della narrazione.

Mettere bene in luce:

  • dove avvengono i fatti e dove vengono pronunciate le parole

Non si deve dimenticare che l’annotazione del luogo geografico am- micca facilmente a un significato simbolico: il monte può significare un rinvio alle teofanie dell’ A T; il lago richiama invece le vicende della vita quotidiana con le sue mille difficoltà. Un episodio collocato in Galilea avrà facilmente un significato diverso da un altro collocato in Samaria.

  • Annotazioni analoghe si possono fare sul quando. La notte evoca facilmente il momento tragico in cui gli ebrei si trovarono di fronte al mare senza riuscire a passarlo, e quindi evoca il momento in cui gli sforzi umani vanno a vuoto. La notte può avere anche un’allusione alla notte del cuore, mentre l’alba richiama facilmente il momento in cui Gesù pregava e quello nel quale gli ebrei videro la salvezza operata da Dio.
  • Similmente si deve dire della posizione di Gesù o di chi lo circonda.

Gesù seduto mentre parla alla gente può richiamare la sua posi- zione di maestro; così come l’essere circondato dai soli discepoli esprime raccolta intimità, cosa che invece manca quando il maestro si trova tra la folla. E ancora, seguire Gesù significa essere suoi discepoli.

  • Non essendo possibile dare una regola generale d’interpretazione sarà il contesto storico, teologico e letterario a suggerire la giusta interpretazione da dare a queste segnalazioni evangeliche.
  • Il «dove» riguarda anche lo sviluppo teologico dell’autore. Poi- ché, come è noto, ogni autore sacro ha una sua propria caratteristica nel parlare di Dio, egli sottolinea alcuni aspetti piuttosto che altri, oppure ordina la sua materia in un modo piuttosto che in un altro. Sappiamo infatti che Luca ordina l’attività pubblica di Gesù attorno al suo viaggio verso Gerusalemme, dove si reca per adempiere la volontà del Padre. Sappiamo che Matteo ordina la sua materia in cinque grandi libri, come i cinque libri attribuiti a Mosè, per di- mostrarci che Gesù è il vero e definitivo Mosè del popolo ebraico e di tutta l’umanità. Conoscere queste intelaiature teologiche potrà rivelarsi di non poca utilità.
  • Il «quando» riguarda anche la situazione psicologica: il salmo 22, per esempio, pronunciato da Gesù che sta morendo in croce, ha un sapore tutto diverso che se fosse proclamato in un’assemblea o da un fedele in condizioni normali. Le parole di Gesù, ad esempio, pronunciate durante l’ultima cena, a poche ore dalla morte, hanno un peso diverso che se fossero state pronunciate all’inizio della vita pubblica.
  • Il «quando» riguarda ancora la datazione cronologica. Non si può certo leggere uno scritto postesilico come se fosse uno scritto dell’epoca monarchica; non si può leggere un episodio degli Atti come se fosse invece del Vangelo, o tanto peggio, un episodio dell’Antico Testamento come se si leggesse uno del Nuovo.

Interpretazione

Tutto il lavoro di osservazione è in funzione di una corretta interpretazione del pensiero dell’autore sacro: che cosa ci ha voluto dire Matteo, Isaia, il Siracide, Malachia o altri in questo brano? Tutto quello che ci vuole dire ancora oggi Dio. Il lavoro interpreta- tivo è delicato ma fondamentale. E meno difficile di quanto si possa immaginare perché scaturisce con relativa facilità dall’osservazione di quegli strumenti linguistici che l’autore ha usato per comunicare il suo pensiero. In particolare, in tutta la strumentazione letteraria va individuato il versetto o la parola chiave, che non corrispondono sempre a ciò che più colpisce. Si può procedere avendo le seguenti attenzioni:

  • ricordare che gli autori amano in genere caricare alcune parole di un particolare senso, proprio per esprimere la propria interpretazione, che non manca mai nelle pagine sacre.
  • ricordare che in una medesima pericope le parole o i versetti che rivelano la chiave interpretativa possono essere anche più di uno, e che vanno presi tutti in considerazione ed eventualmente coordinati. Ma non dimenticare che anche di fronte a tanti messaggi, occorrerà trovare il principale, o il prevalente.
  • una domanda utile potrebbe essere, per esempio, la seguente: quale titolo potremmo dare al brano? Che significato potremmo dare al brano preso sia globalmente sia parzialmente? In proposito l’animatore deve ascoltare il parere di tutti e scegliere poi quello che sembra più adatto e non sempre quello che raccoglie il maggior numero di consensi. Spetta ancora all’animatore tentare di sintetizzare tutti i contributi in maniera oggettiva, ossia cercare assieme ciò che il brano vuol dire nella sua sostanza.
  • l’eventuale titolo o tema deve essere giustificato e non va mai ritenuto esaustivo, perché la Bibbia non è un libro teorico, non è assimilabile a un catechismo, bensì un libro di storia viva, nella quale si possono intrecciare diversi temi toccati o sviluppati.
  • Occorre inoltre stare attenti a non scambiare per intenzione dell’autore, e quindi per parola di Dio, il genere letterario usato per esprimere una determinata verità. Il genere letterario fa parte degli strumenti linguistici e non deve essere confuso con ciò che intende esprimere. In questo inconveniente cadono coloro che leggono la Scrittura in maniera letterale e che noi chiamiamo “fondamentalisti”. I più noti sono i Testimoni di Geova. Così si corre il rischio di far dire alla parola di Dio quello che essa non vuol dirci: si veda ad esempio la lettura di Genesi 1-11 dove si narra la creazione oppure quella dell’ Apocalisse con le supposte rivelazioni relative alla fine del mondo. Oppure si corre il rischio di trasformare delle leggi culturali ben «datate» in regole universalmente valide anche dopo il superamento dell’economia di salvezza antica. Tipico anche qui il caso della trasfusione di sangue.
  • In proposito sarà bene porre attenzione a quei termini che oggi hanno un significato diverso da quello biblico. Si veda ad esempio il termine «giustizia» applicato a Dio e che tende a esprimere la fedeltà di Dio alle promesse, piuttosto che un comportamento rigorosamente ligio a un codice di leggi. Molto utile sarà anche porre attenzione ad alcuni personaggi-ruolo, che il vangelo ci presenta supponendo che il lettore conosca bene la loro funzione e la loro personalità.

Bisognerà ricordare l’indicazione del card. Biffi:

«Gesù nella Scrittura parla prima di tutto di sé, Immagine del Dio invisibile (Col 1,15), del suo mistero di morte e di risurrezione, della sua azione di salvezza; poi parla del suo grande amore, la Chiesa, sua sposa, che è il disegno eterno di misericordia che sta attuandosi nella storia; poi parla dell’uomo, del suo straordinario destino, della sua vicenda di peccato e di redenzione, delle aspirazioni insopprimibili della sua anima.

Perché questa prospettiva cristocentrica non si sbiadisca, è importante ed essenziale leggere tutto l’Antico Testamento alla luce del Nuovo, e ricercare oltre il senso inteso dagli autori umani, il significato ultimo e pieno che Dio ha immesso in tutto il suo lungo discorso: un significato che si riassume nella persona adorabile del suo Unigenito fatto uomo» .

Applicazione

Dio non parla indistintamente a tutti, ma a ciascuno in particolare: egli vuole entrare in comunione personale con ciascuno dei suoi figli. Ecco il perché di questo terzo momento, che noi chiamiamo: applicazione. Ogni persona che desidera leggere la Bibbia come parola di Dio deve chiedersi ad un certo punto: che cosa vuole dire a me personalmente il mio Signore con questa pericope? Per fare l’applicazione ognuno deve mettere la propria vita in preciso riferimento alla Parola di Dio che si sta commentando. Occorre molta lealtà nell’affrontare la verità, nel permettere alla Parola di giudicare la propria vita e di spronarci a cambiare, a migliorare, in una parola: a convertirci.

E nota la scaltrezza dell’uomo nell’erigere mura di autodifesa di fronte a chiunque voglia entrare nell’intimo della sua vita. Siamo infatti gelosi dei nostri progetti e non vogliamo che, altri interferiscano nella nostra vita per timore che li sovvertano. E un motivo in più per affrontare il confronto con Dio con saggezza e con la coscienza

dei propri limiti e delle proprie autodifese, più o meno con- sapevoli. Ma questo confronto diventa indispensabile se si vuole accostare la Bibbia non come oggetto curioso bensì come un’occasione meravigliosa per incontrare Dio.

E di fronte alle non poche difficoltà che incontriamo in questo compito, vale la pena non dimenticare mai che Dio non viene a mani vuote, ma che è sempre ricchissimo di doni, il primo dei quali è la possibilità di convertirci a lui e al suo regno.

Consigliamo di far precedere qualche momento di silenzio a questa fase applicativa, per permettere a ciascuno di mettersi raccolto e disposto a lasciarsi muovere dallo Spirito di Dio.

Questo terzo passaggio del nostro metodo siamo invitati a far- lo comunitariamente come già per gli altri due precedenti.

Lode e supplica

Affinché il dialogo con Dio sia completo, occorre esplicitare la nostra risposta a Dio che ci parla. Lo sforzo applicativo si pone già in questa prospettiva, ma va esplicitato anche con Dio.

La nostra risposta può sfociare dunque nella lode che nasce dalla sorpresa, dall’ammirazione, dal ringraziamento sincero per quanto Dio è e fa per noi, anche se siamo indegni di essere al centro delle sue attenzioni.

Si manifesta in un’esplosione di gioia che si vuole esprimere a Dio, ma che si vuole comunicare ai fratelli. La lode anche quando è fine a se stessa diventa testimonianza delle meraviglie operate da Dio. La nostra risposta può farsi anche supplica. Di fronte all’impegno di incarnare nella nostra vita la Parola ascoltata, noi chiediamo a Dio il suo aiuto, lo supplichiamo di venirci incontro non solo con la sua luce, ma anche con la sua grazia. Insomma la supplica ci porta a metterci davanti a Dio come creature che confessano la propria fiducia nel Creatore.

La Parola che Dio ci avrà comunicato ci suggerirà anche i con- tenuti di tale preghiera. Se, ad esempio, ci ha fatto capire che ci desidera più abbandonati e generosi in un determinato settore della nostra vita, la nostra supplica riguarderà questo problema. Se la Parola ci chiede un salto di qualità nel campo della preghiera, oppure ci chiede di darle maggior spazio lungo la nostra giornata, la supplica sarà in questa direzione. Il terzo momento che abbiamo chiamato applicazione può essere fatto anche sotto forma di lode o di supplica e fondersi con queste. Ciascuno dei presenti, come nella pre- ghiera dei fedeli della Messa, potrà trasformare in umili invocazioni al Signore, la Parola che è stata seminata nel cuore e che si è ascoltata con disponibile obbedienza.

«Nella collatio ognuno scopre il fratello in una dimensione nuova. Il fratello è colui con il quale condivido un progetto di salvezza. Ognuno scopre che essere fratelli significa camminare insieme verso l’unico traguardo. Ognuno si sente responsabile della crescita dell’altro e del bene comune. Ognuno gode della gioia del fratello. Nella collatio non si emettono giudizi, ma si esprime accoglienza, attenzione, apprezzamento, gratitudine per l’altro. Nella collatio i fratelli condividono le proprie debolezze, ma anche le meraviglie che in essi compie la Parola di Dio” (G. DE ROMA, Mo- strami Signore…, p. 6).

A conclusione si raccomanda di essere molto attenti a seguire il metodo suindicato per riuscire a dare al fedele uno strumento di accostamento alla Bibbia anche al di fuori dei centri di ascolto.

Naturalmente occorre essere duttili ed elastici perché si tratta di un momento di evangelizzazione realizzato nel dialogo ed in un contesto di religioso ascolto della Parola, non di un momento di studio o di aggiornamento biblico.

Cf. G. BARBIERI, Alla scuola della Parola, LDC 1995.

Estratto dal sussidio dell’Ufficio catechistico e del Centro missioni al popolo della diocesi di Bologna. EDB, 1996, pp. 25-37.

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