25 May 2022 Versione CEI 2008

“Io sono la via” (Gv 14, 6)

Dagli appunti di ascetica di Padre Silvestrelli del 2000.

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove vado, voi conoscete la via.

Gli disse Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?

Gli disse Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto.

Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta.

Gli rispose Gesù: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse.

In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (Gv 14, 1-14).

Pirandello scriveva ad un amico che per lui la vita era un ‘labirinto’ inestricabile, costruito da eventi che confinano l’uomo nell’assurdo.

Veramente, non si trovano risposte facili ai grandi ‘perché’ della vita.

Fanno parte dei meandri del labirinto tutta una serie di inesplicabili eventi che lasciano smarriti.

All’ingresso delle cattedrali romaniche (come in quella di Lucca, per esempio), alla base di qualche colonna, si trova sovente scolpito il labirinto di Minosse. Le iscrizioni latine sottostanti suggeriscono l’idea che, dal labirinto della vita, si esce solo con il filo rosso del sangue di Gesù Cristo. Egli, l’UomoDio, è l’unico che può dare una spiegazione all’inestricabile mistero dell’esistenza umana.

Nel brano di Vangelo che fa da guida alla nostra meditazione, Gesù inizia con il raccomandare appunto di non lasciarci prendere dall’angoscia.

«Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14, 1).

Non esistono situazioni, per quanto ingarbugliate o ‘impossibili’, che Egli non sia in grado di risolvere.

Ma non è facile crederci davvero!

Quando uno si trova preso dentro un caos vorticoso, senza possibilità di intravedere una via di uscita, si sente irrimediabilmente perduto.

Subentra il panico e la disperazione.

Le parole di Gesù diventano come una fessura che squarcia il buio più fitto, lasciando penetrare un sottile raggio di speranza.

Noi siamo fatti per la luce: le tenebre soffocanti del dubbio non fanno che esaltare il nostro bisogno di verità.

Dal primo istante del risvegliarsi della coscienza fino a questo momento, abbiamo camminato, a volte inconsapevolmente, sempre protesi verso la verità. Che cos’è questa ricerca della felicità, di un amore che ci appaghi profondamente, se non l’ardente desiderio, inciso dentro di noi, di raggiungere il fine per cui siamo venuti al mondo?

Il filosofo pagano Plotino aveva spiegato che tutti veniamo dalla Luce infinita di Dio, e siamo stati lanciati in questo mondo tenebroso, lontani da lui. Ecco il perché della nostalgia di un paradiso perduto che c’è in tutti. La nostra vita non rappresenterebbe altro che il ritorno spontaneo verso il centro di Luce da cui proveniamo.

Idea questa che ha tanto affascinato il giovane Agostino in cerca di verità e l’ha poi orientato verso Cristo.

Questa «con-versione» in direzione dell’Origine passa attraverso i cunicoli intricati del labirinto della vita che sembrano impedirci da tutte le parti.

Agostino si era reso conto che le grandi domande che lo assillavano da tempo, trovavano nella sintesi plotiniana la loro soluzione più seducente.

Questa gli appariva come l’unica risposta appagante la sete che sentiva dentro: era il ritorno alla sorgente dalla quale si era paurosamente allontanato.

Su questa pista ancora tutta da percorrere, Agostino incontrerà più tardi Colui che incarna in se stesso la via, la verità e la vita per ogni uomo.

Non sarebbe stato possibile riuscire nell’impresa del ritorno, senza la guida di un Maestro che non fosse già uscito dal labirinto, superando il muro impenetrabile della morte.

«Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14, 1).

È aggrappandosi a Gesù che troviamo la gioia del cammino e la sicurezza della mèta.

Seguiamo le varie tappe di questo itinerario attraverso queste fasi:

  • C’è un posto preparato per noi.
  • La conoscenza di Gesù di Nazareth.
  • «Questa è la strada, percorretela» (Is 30, 21).

C’è un posto preparato per noi

Nella notte dell’addio, Gesù pronuncia parole che non si dimenticano, soprattutto se a registrarle nell’anima è «uno dei discepoli, quello che Gesù amava» (Gv 13, 23).

Gli altri conserveranno un ricordo commovente, forse drammatico, ma solo poche parole del Maestro rimarranno impresse nella memoria. Giovanni invece ricorderà tutto. Sotto il soffio dello Spirito, si era lasciato penetrare da ogni sillaba, aveva vissuto, con intensità tipicamente adolescenziale, il momento culminante del suo amore per il Maestro. Aveva intuito che lì si manifestava il mistero più grande che fosse mai accaduto: un Dio fatto uomo che dava la sua vita per tutti.

«Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Giovanni presenta Gesù con parole che travolgono dentro di noi ogni tristezza, ogni solitudine, ogni angoscia del nulla. Egli ci spalanca le profondità dell’essere: la corteccia dura del quotidiano esistere si fa trasparente e noi ‘vediamo’ l’aldilà, la radice da cui tutto proviene.

Gesù parla del ‘posto’ che ci compete e che è stato pre-definito dall’amore eterno del Padre.

«Io vado a prepararvi un posto» (Gv 14, 2).

Non c’è ragione al nostro turbamento.

Non siamo più scusati quando il cuore è in tumulto e sembra impossibile tutto.

Anche gli avvenimenti più dolorosi della vita, devono essere collocati al loro posto, sono connessi al ruolo che siamo chiamati a svolgere nel grande disegno di Dio.

Non accade nulla per caso.

Anche capitasse qualcosa che fosse attribuibile alla libera volontà umana o alla sua debolezza, alla fine tutto va integrato in quel ‘posto’ che ci è stato assegnato.

Un caro amico confida:

«Ti scrivo per rivelarti l’angoscia che mi opprime. Mia figlia è da mesi ammalata. I medici non danno speranza alcuna. Le terapie lasciano solo tracce negative nel suo corpo e nella sua anima. Io ho dato la mia disponibilità a Dio. Prenda me, ma lasci qui lei! Me la guarisca per favore! La mia voce mi ritorna indietro come un’eco sorda. Forse Dio si è dimenticato di me. Chissà quanti peccati ho fatto per meritarmi tutto ciò. Eravamo la famiglia più felice della terra. Era troppo bello: non ci mancava nulla.

Eppure, nonostante tutto, sento dentro di me che il buio non può vincere. Noi siamo fatti per la luce. L’amore non può essere vinto da nessuna cosa, neanche dalla morte.

Ma quanto è duro credere davanti alla non evidenza, davanti al crollo di ogni speranza umana. Mi aggrappo con tutte le forze all’unica parola che mi può salvare dalla disperazione. Apro il Vangelo così come viene: Non sia turbato il vostro cuore... Mi fermo a lungo e ripeto infinite volte queste parole. È l’unico balsamo che riesce a lenire il mio dolore. Lui mi parla dentro, Lui mi rassicura. Mi toglie veramente l’angoscia.

Non so più staccarmi dall’invocazione continua. Diventa il mio respiro, sai. Così le fitte dolorose del mio cuore si trasformano piano piano in speranza. Mi sento abbracciato da Lui. Ecco, domani verrà un altro giorno e sono sicuro che egli non mi abbandona…» (L. C., 19.5.99).

Gesù vuole la liberazione dalla nostra angoscia, dal senso terribile di impotenza, dalla paura che ci attanaglia per l’ignoto che incombe.

Non hanno neanche senso, in fin dei conti, tutti quei sussulti di millenarismo che serpeggiano qua e là, talvolta anche in campo cattolico.

Gesù, in quella notte, stava per affrontare con gli apostoli la fase veramente cruciale di tutta l’esistenza sua e del mondo. E quegli inermi discepoli sarebbero stati lanciati nella più drammatica avventura che sarebbe finita sulla croce.

C’era di mezzo il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, lo sbandamento di tutti gli altri, il «si salvi chi può» (cf. Gv 18, 5; Mt 26, 47-56; Mc 14, 43-52; Lc 22, 47-53).

Eppure, nelle parole del Maestro non c’è nulla che giustifichi il turbamento. E se turbamento ci sarà la ragione è una sola: la mancanza di fede in Dio e in Gesù (cf. Gv 14, 1-4).

Mancare di fede non si può mai.

Al primo posto, la fede in Dio Padre e nel suo Figlio Gesù. Ci sono loro! Sanno tutto, stanno qui! Non si vedono con gli occhi, ma sono qui con tutta

la loro presenza che riempie ogni atomo, ogni molecola vitale, ogni palpito di vita e ogni fruscìo di vento (cf. Mt 6, 25-34; Lc 12, 22-31).

«Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;

non abbiate dunque timore…» (Mt 10, 30-31).

Ebbene, anche succedesse il finimondo, anche sganciassero l’atomica… che importa?

Dio non può essere sconfitto da una bomba!

Se dunque ci attacchiamo a Lui, vinceremo con Lui. Siamo nelle sue braccia amorose.

Egli ha una cura speciale per i suoi figli.

Gesù assicura che nulla manca a coloro che cercano il suo Regno e la sua Giustizia (cf. Mt 6, 33).

«Nella casa del Padre mio ci sono molti posti» (Gv 14, 2).

Queste parole come dissetano la nostra arsura di sicurezza!

Non avete mai visto qualche giovane che finalmente è stato assunto e ha preso il posto di lavoro?

Qualche mese fa ne incontrai uno: era di una gioia incontenibile. Mi diceva entusiasta: «Sono stato al colloquio. Il principale mi ha assicurato che mi troverò bene. Sono felice. Adesso non sono più uno spiantato».

Gesù ci dice che ognuno di noi ha un posto.

Non c’è carenza di occupazione nel Regno di Dio. Non c’è pericolo di essere sfrattati nella casa del Padre.

Il mio posto è garantito, me l’ha assegnato Gesù in persona.

Da ciò risulta che io possiedo un ruolo di importanza unica.

Noi non siamo importanti per chissà quali doti. Siamo importanti perché siamo nel posto che Lui ha stabilito per noi.

Siamo importanti per Lui!

Ecco, questo ruolo singolare, questo ‘posto’ riservato mi garantisce una sicurezza infinita.

La gioia di essere stimato da Dio, di aver ricevuto un incarico da Lui.

Sono diventato un ‘dipendente’ di Dio.

Non è un ‘manager’ qualsiasi che mi guida, ma il migliore di tutti ha voluto prendermi con sé.

Seguirlo, obbedirlo, amarlo e parlargli dev’essere estremamente gratificante.

Alla fine la paga mi verrà da Lui stesso:

«Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre,
o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto
e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19, 29).

A questo punto le domande potrebbero moltiplicarsi spontaneamente: Quale sarà il mio compito? In quale luogo verrò ingaggiato? Sarò all’altezza della situazione?

Tutto passa in secondo ordine di fronte alla certezza del posto che Gesù ha già preparato:

«Con l’immagine dell’andare a preparare i posti si afferma che il Signore precede i discepoli nell’andare presso il Padre. È arrivata la fine della visibilità della presenza di Gesù sulla terra, ma la fine della visibilità della sua vicinanza non è la fine della vicinanza stessa, della sua presenza, della sua comunione, non è la fine della relazione di Gesù con i discepoli. Quando i discepoli non lo vedranno più presente, si ricorderanno che questo non significa lontananza di Gesù, ma soltanto che egli ha compiuto la sua missione e che essi sono già costituiti in relazione con Dio in forza di lui.

Ciò significa che nei tempi e nei modi che il Padre sa, anche se i discepoli non vedono e non sanno come, il compimento della loro esistenza sarà un compimento di comunione con il Padre in Gesù. In un certo senso, anche per i discepoli si tratta di andare al Padre» (S. Bastianel, Ho visto il Signore, ed. Piemme, p. 140).

Il posto è dunque accanto al Padre.

Tutto dipende da Lui, ogni dono perfetto viene da Lui. San Giacomo lo ripete con entusiasmo:

«Ogni buon regalo e ogni dono perfetto
viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione
né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17).

È questa la grande novità di Gesù: egli ci conduce al Padre e ci mette in un posto vicino a Lui.

È un dono stabilito dall’eternità nel mistero di Dio. È meraviglioso sentire che il Padre mi conosce, mi ama, mi predilige… come si compiace del Figlio. Nel Figlio io divento capace di conoscerlo e amarlo con la stessa confidenza filiale.

«Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).

Non avevo mai pensato che fosse possibile un dono così grande: essere introdotto nell’intimità del Padre, essere amato da Lui come il Figlio prediletto:

«Li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 23).

Nessuno viene al mondo per caso, ma su tutti aleggia una pre-destinazione divina che sta nel cuore del Padre.

Tuttavia rimane la possibilità, purtroppo, di eludere la sua volontà e rovinare il suo progetto.

Per questo motivo Gesù insegna a chiedere prima di tutto il compimento del disegno di Dio-Padre in noi:

«Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;

venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra» (Mt 6, 9-10).

Andando a prepararci un posto nella casa del Padre, il Maestro ci fa uscire dal labirinto del dubbio atroce che la vita sia «una inutile passione».

Sarebbe certamente ‘inutile’ se non fosse finalizzata all’incontro con il Padre.

Durante una missione-giovani mi sono trovato tra le mani questo foglio di un universitario che descrive cosa significhi il suo ritorno alla Fede:

«A me piace pensare che dopo tutto incontrare Gesù non sia così deludente o monotono. Il senso di gioia profonda che egli ti dona proviene, secondo me, dalla persuasione che egli rimane pur sempre la definitiva risposta al tuo esserci. Hai la sensazione che sia l’unica persona che esiste al posto giusto.

Quando scopri che Lui è il Figlio di Dio, dopo aver provato tutto quello che sta fuori di lui, hai la netta percezione di aver raggiunto la verità.

Quando lo incontri, avverti un profondo senso di benessere che promana dalle tue radici più intime. Quella beatitudine senza incrinature e pienamente pulita che ti invade, con il sapore della candida neve, dell’innocenza ritrovata, è quanto di più giovane e divino tu possa sperimentare sulla terra. Non trovi da nessun’altra parte una simile emozionante presenza.

Dopo un’esperienza del genere scopri come per incanto che il tuo universo, prima in frantumi, si ricompone in armoniosa unità. A Gesù sei disposto, adesso, a concedere un credito illimitato» (G. L., 23.10.2000).

Il ‘posto’ che Gesù riesce a preparare è frutto di una conquista pagata a caro prezzo, con la sua morte d’amore. Poi, con la sua Risurrezione, Lui ti dona gratuitamente il biglietto per essere portato, attraverso l’impenetrabile velo del Cielo, fin dentro il seno del Padre (cf. Eb 10, 20; Mt 13, 43).

Quello che Gesù ha fatto, non ti trasferisce subito in Cielo, ma ti collega intimamente al Padre, e pur rimanendo quaggiù, ti concede la caparra, cioè la certezza e la gioia anticipata che la tua dimora eterna è pronta e riservata unicamente per te (cf. Ef 1, 24).

San Paolo esprime lo stato d’animo di colui che ha scoperto il suo «destino eterno»:

«Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio

che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 13-14).

Io cammino per le strade polverose del mondo, con nel cuore la nostalgia di quel posto che Gesù mi ha già preparato. Lo so, devo tenermelo caro. Ogni giorno penso che si avvicina il tempo della presa di possesso di quel posto accanto a Lui (cf. Ap 3, 11).

Egli verrà! Non avverti il suo passo leggero? Non senti che già sta bussando alla tua porta? Egli viene: con impazienza lo attendo.

Egli viene per liberarmi dalle strettoie di questo mondo.

Egli viene per consegnarmi il regalo più bello: il mio posto accanto al suo.

E Lui starà per sempre con me. In eterno, alleluia!

La conoscenza di Gesù di Nazareth

Attraverso il Vangelo di Giovanni, entriamo anche noi nel Cenacolo dove Gesù sta spiegando ai discepoli, un po’ disorientati, che c’è una via per andare al Padre.

Essi la devono conoscere se vogliono seguire il loro Maestro ed entrare con lui nella dimora del Padre. È la via maestra della conoscenza del mistero nascosto da secoli (cf. Col 1, 26).

Nella lettera agli Ebrei viene specificato meglio in che consiste la «via»:

«Avendo dunque, fratelli,

piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù,

per questa via nuova e vivente

che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne;

avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero

nella pienezza della fede,

con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura» (Eb 10, 19-22).

C’è sempre, nel gruppo, qualcuno un po’ duro nel capire, che arriva dopo gli altri e necessita di spiegazioni suppletive.

Tra gli apostoli, Tommaso sembra appartenere a questa categoria, e confessa candidamente la sua ignoranza totale sia del posto dove Gesù sta per andare, sia della via che dovrà percorrere.

Del resto, in quella notte memorabile, anche gli altri discepoli dimostrano di non aver capito un granché degli insegnamenti del Maestro.

Tuttavia offrono a Gesù l’opportunità di approfondire il discorso, che Giovanni riporta a modo di dialogo tra Maestro-discepolo, una forma letteraria già utilizzata anche da grandi maestri del pensiero, come Platone.

Dunque, Tommaso nella sua ignoranza chiede a Gesù che gli spieghi dove sta andando e qual è la strada (cf. Gv 14, 5).

Il Maestro prende nel modo più serio la domanda e risponde con una profondità assoluta.

– Vuoi conoscere la via? Eccola: sono Io stesso.

Guardami bene, ricorda quanto ho detto e fatto: basta che tu metta in pratica quegli insegnamenti e ripeta quegli esempi, e giungerai là dove io sto per andare. Tu, come ogni uomo che possiede gli stessi interrogativi eterni, sei giunto a domandarti che senso ha la tua vita. Mi hai seguito per trovare questo significato. Hai camminato con me sulle stesse strade. Sei stato fedele nel seguirmi. Non mi hai abbandonato nemmeno quando ti domandavo cose impegnative (cf. Gv 6, 60).

Ora però c’è un salto da compiere, un passaggio oltremodo difficile, caro Tommaso. L’ho detto a tutti, nei giorni precedenti: vi sto preparando all’evento più grande e complesso della mia vita con voi. Io ritorno al Padre. Devo tornare là da dove sono partito. Io vengo da Dio, Dio è mio Padre, capisci? (cf. Gv 13, 1).

Lo so che voi non volete che vi lasci. Ma è necessario che io vada. Lo dovete comprendere bene. La nostra vita, che si snoda sulle strade del tempo, sfocia in un aldilà, in un Regno dello spirito, dove il Padre ha il primo posto: egli è la Fonte di ogni vivente (cf. Gv 14, 28).

Ora, mio caro, devi sapere che io soltanto ho il potere di condurvi a Lui. Non c’è alcun altro che possa fare da ponte tra questo mondo e il Padre: io sono l’unica strada che porta lassù e se non si passa at-

traverso di me, non si giunge là dove tutti sono chiamati ad arrivare, perché non si può continuare ad esistere oltre il tempo se non nel seno del Padre.

«Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6).

  • Ma Tu, chi sei per essere l’unica via al Padre?
  • Io sto alla destra del Padre perché sono il suo Figlio Unigenito, da lui generato da sempre. Non c’è un inizio in Dio. Io e il Padre esistiamo da sempre, e da sempre il Padre mi genera, mi dona tutta l’esistenza. Io mi ricevo tutto dal Padre. Per questo non faccio altro che la sua volontà. Per questo chi vede me, vede il Padre, perché io e il Padre siamo una sola cosa.

A questo punto interviene Filippo, un altro apostolo dalle domande curiose. Sentendo l’entusiasmo di Gesù per il Padre, sbotta spontaneo: «Mostraci il Padre e ci basta!» (Gv 14, 8).

Se il Padre è tutto, se Lui è la Fonte di tutto, basta Lui, no?

Il Maestro coglie il suo desiderio e gli risponde.

  • Io sono venuto esattamente per mostrare il Padre. La visione diretta del Padre non può esserci in questo mondo. Ma io ne sono l’immagine fedelissima. Conoscere me, quindi, è proprio come conoscere il Padre, tanto siamo simili.

Perciò non ha senso la tua domanda di vedere il Padre. Io e il Padre siamo uguali a tal punto che conoscendo me hai conosciuto anche il Padre.

Non ti sei accorto, in tanti anni, di questo? Non hai capito i miei discorsi, non hai visto quello che ho compiuto? Guardami bene ora: quello che sono, quello che ho detto e fatto, tutto è manifestazione del Padre. Talmente sono unito al Padre, talmente gli assomiglio che Io sono la sua attuale manifestazione e non ce n’è alcun’altra.

Le parole che vi ho detto le dovete accettare perché vengono dal Padre e ve ne ho dato la prova con le opere da me compiute, o meglio compiute dal Padre in me.

«Da tanto tempo sono con voi

e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.

Come puoi dire: Mostraci il Padre?

Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (Gv 14, 9-10).

Gli esegeti hanno fatto studi approfonditi su queste parole:

«Se Gesù è la via nel senso che egli è la verità e rende capaci gli uomini di conoscere la loro mèta, egli è la via nel senso che è LA VITA (zoè). Anche qui si tratta di una descrizione di Gesù in funzione della sua missione presso gli uomini: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10, 10).

La mèta del cammino è la vita col Padre; questa vita il Padre l’ha data al Figlio (5, 26), e solo il Figlio può darla agli uomini che credono in lui (10, 28).

Il dono della vita naturale a Lazzaro era un segno delle realtà eterne che stanno dietro alla proclamazione di Gesù di essere la risurrezione e la vita (11, 25-26): Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno.

Se Gesù è la via perché è la verità e la vita, ‘verità’ e ‘vita’ non sono semplicemente coordinate: la vita viene per mezzo della verità. Coloro che credono in Gesù come la rivelazione incarnata del Padre (e proprio questo significa ‘verità’) ricevono il dono della vita, sicché le parole di Gesù sono la fonte della vita: Le parole che vi ho detto sono Spirito e vita (6, 63), Chi ascolta la mia parola e ha fede in Colui che mi ha mandato ha la vita eterna (5, 24).

L’uso dell’articolo definito prima dei tre sostantivi nel v. 6 implica che Gesù è l’unica via per andare al Padre. Bultmann ha ragione nell’insistere che quando una persona va da Gesù per la verità, non si tratta semplicemente di imparare e andarsene: si deve appartenere alla verità (18, 37). Quindi non solo nel momento iniziale della fede ma sempre Gesù rimane la via» (R. E. Brown, Giovanni, ed. Cittadella, p. 759).

La comprensione di Gesù-via comporta il percorrerla.

Una strada è fatta per essere usata, per passarci sopra. Non ci si ferma davanti per contemplarla.

Noi abbiamo da seguire i suoi insegnamenti, da fare nostre le sue direttive e imitare i suoi esempi se vogliamo veramente percorrere la stessa via e giungere a possedere il posto che ci ha preparato presso il trono del Padre (cf. Rm 15, 5-7; Fil 2, 5; 1 Pt 2, 21).

Una strada può riservare delle sorprese.

In genere Gesù descrive la sua come stretta, in salita, aspra, piena di sassi e di difficoltà (cf. Mt 7, 13-14).

La lettera agli Ebrei, come abbiamo visto, ha spiegato molto bene la via che Gesù ha inaugurato sulla sua pelle, a prezzo del sangue sparso, con il sacrificio della sua morte.

È proprio con la sua morte che Gesù compie il cammino, traccia la via, diventa Lui stesso con la sua persona la nuova strada.

Ma in quale senso?

Gesù diventa la strada perché ha percorso, in tutta la sua profondità, il cammino senza speranza che l’uomo peccatore ha tracciato per sé, con la scelta radicale del proprio nulla, fino a raggiungere il fondo ineluttabile, conseguente alla ribellione a Dio.

Gesù ha compiuto questa discesa nell’abisso estremo della perdizione, è entrato nel cuore del labirinto, ha affrontato il mostro e ne è uscito vincitore. A questo titolo Egli non è una via qualsiasi, illusoria, che risolve soltanto apparentemente l’enigma dell’uomo, ma l’unica strada che porta alla salvezza e alla libertà.

La teologia moderna ha riscoperto il significato pregnante dell’espressione di fede che i cristiani proclamano nel Credo: «…è disceso agli inferi».

Un teologo condensa in poche righe il significato di questa proposizione:

«(Nella ‘discesa’ nel regno dei morti, Gesù) si è reso solidale per amore con tutte le sofferenze umane che il peccato ha portato nel mondo, con tutte le sofferenze dei peccatori, e non soltanto quelle che sono sulla terra ma anche quelle che affondano nelle tenebre dell’inferno; non soltanto quindi quelle dei viventi, ma anche quelle dei morti; non soltanto quelle del suo tempo, ma anche quelle di tutti i tempi; non soltanto quelle dei giusti, ma anche quelle dei reprobi.

Gesù è andato sino in fondo facendo l’esperienza di ciò che non si addice a Dio, affrontando e sperimentando la morte dell’uomo e la sua condizione di morto come condizione di rottura, oscurità, minaccia, irrelazionalità, freddezza.

La solidarietà di Gesù è qui la solidarietà del silenzio della morte, un silenzio che evoca solo l’esperienza dell’abisso.

Il ‘descensus’, tuttavia, in quanto evento che esprime il globale dinamismo del passaggio pasquale, annuncia anche la realtà-verità della risurrezione di Gesù. La solidarietà del Figlio di Dio con gli uomini non è solo dentro la morte ma anche oltre la morte. Gesù Cristo, infatti, non è rimasto prigioniero degli inferi, ma ne è uscito vincitore. Cristo ha vinto le potenze dell’inferno che tenevano gli uomini prigionieri; ha spezzato le catene della morte; ha vinto la morte e ha aperto agli uomini di tutti i tempi la via della speranza e della salvezza.

Volendo usare, nell’ottica del segno, un’immagine eloquente, si può dire che il sepolcro in cui Gesù era solidale con i morti ora si svuota per la vittoria della vita sulla morte. In tal senso la solidarietà di Gesù spinge gli uomini oltre la morte e permette loro di fare insieme a lui il “cammino verso il Padre” (cf. H. U. Von Balthasar).

L’annuncio della discesa agli inferi è, allora, l’annuncio di una salvezza dai confini universali, che abbraccia tutte le potenze cosmiche e tutti gli uomini da Adamo in poi. Gesù Cristo non sopprime il morire e la morte dell’uomo, ma offre allo stesso uomo la possibilità di entrare dentro e oltre la sua solidarietà salvifica.

Gesù disceso agli inferi, ha trasformato in cammino quello che era carcere; vittorioso sulla seconda morte, con la potenza del suo amore ha aperto nel profondo degli abissi un’uscita verso la Luce. Esploratore divino che tiene nella sua mano l’universo, ha aperto nel più profondo degli inferi un cammino verso il cielo» (G. Ancona, Disceso agli inferi, ed. Città Nuova, p. 120-122).

Dopo aver percorso l’itinerario pasquale di morte e risurrezione, Gesù diventa egli stesso il passaggio obbligato per raggiungere il Padre.

Noi siamo chiamati a percorrerlo con la piena imitazione di Lui: con-crocifissi e con-risorti.

Consoliamoci: Lui è andato a preparare il posto, ma poi è tornato per condurci là: il nostro non sarà un camminare da soli; ci sarà lui stesso a prenderci per mano, forse ci porterà sulle spalle, per i più piccini ci sarà un posto sulle sue braccia…

«Questa è la strada, percorretela» (Is 30, 21)

La strada che percorre il Figlio di Dio sulla nostra terra porta alla conquista di beni immensamente grandi e duraturi.

Questa è la strada, questo il viaggio. Questi è Gesù di Nazareth.

Vale la pena stancarsi e logorarsi, consumarsi e morire percorrendo la stessa strada, nutrendosi dello stesso cibo, mirando allo stesso traguardo finale.

Nel suo primo radiomessaggio natalizio papa Giovanni Paolo II così si esprimeva:

«Dio si è avvicinato. È in mezzo a noi. È l’Uomo. È nato a Betlemme… È “padre per sempre” (Is 9, 5); e, nonostante che duemila anni ci separino dalla sua nascita, egli è sempre davanti a noi e sempre ci precede. Dobbiamo “corrergli dietro”, e cercare di “raggiungerlo”. È la nostra pace!… Dio si è compiaciuto dell’uomo per Cristo».

È una strada, quella del Maestro, esigente, ardua, scabrosa: mena alla crocifissione delle passioni, allo spogliamento di ogni vanità, alla liberazione dal peccato. Chi la può percorrere, se non colui che dal Cristo rimane affascinato e afferrato?

Non con Lui per dei quarti d’ora, o per delle stagioni, o per motivi convenzionali, o per delle vampate di paglia.

Sempre con Lui, a costo di tutto lasciare, di tutto sacrificare.

Sulle orme di Cristo, dunque.

➥ Dove trovarlo Gesù, se non dentro la volontà del Padre? (cf. Gv 4, 34).

Quale il suo cibo se non il compiacimento del Padre (cf. Gv 4, 34)?

Dove il costante orientamento dei pensieri e degli affetti?

«Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto

e il mio giudizio è giusto,

perché non cerco la mia volontà,

ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5, 30).

Quando Gesù ci parla del Padre lo fa con una passione sconvolgente.

Egli vive per il Padre (cf. Gv 6, 57).

E per il Padre si consegnerà alla morte (cf. Lc 22, 42; Gv 19, 11.30; Lc 23, 46).

È immerso in una totale comunione con il Padre, come appare evidente da questa affermazione riassuntiva di tutti i sentimenti del Verbo fatto uomo:

«Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono

e non faccio nulla da me stesso,

ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo.

Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo,

perché io faccio sempre

le cose che gli sono gradite» (Gv 8, 28-29).

Non era venuto nel mondo da se stesso, ma il Padre lo aveva mandato (cf. Gv 8, 42): al Padre apparteneva ogni istante della sua esistenza creaturale umana; mai ne avrebbe speso un attimo per altri che per Lui. Lezione che non abbiamo mai imparato abbastanza. Un anziano sacerdote mi scrive la gioia di questa scoperta, dopo anni di ricerca e una vita vissuta all’insegna dell’autenticità.

«Non so che cosa succede agli altri, ma a me è capitata una cosa molto strana. Vediamo se riesco ad esprimermi alla meno peggio.

Non mi si dica che in tutti questi anni di vita sacerdotale io sia stato un superficiale. Riconosco che avrei potuto fare di più. Ma un amore vero, sentito e cercato per Gesù, questo proprio sento di averlo avuto. Mi è capitato qualcosa di unico qualche giorno fa. Mentre stavo pregando per una persona malata grave, che non si decide a dare segni di miglioramento, mi venne un’idea: e se pregassi il Padre? Non c’è un Padre, come tante volte ho pregato, recitando il “Padre nostro”?

È incredibile che cosa ho provato qualche minuto dopo. Tanti anni non erano stati sufficienti a rendermi conto che il Padre esiste davvero, e che assomiglia tutto al Figlio suo Gesù…

Chiamatela grazia, chiamatela illuminazione, chiamatela quello che volete, una cosa è sicura: io da quel momento non smetto di pensare al Padre. È tutto diverso, adesso, tutto si illumina di luce nuova. Sì, c’è un Padre che ama immensamente le sue creature. Tutto viene da Lui, egli è la Fonte di ogni bene, di ogni anche più piccola creatura, di ogni benché minimo granellino di sabbia. Non c’è proprio nulla che sfugga alla sua firma d’autore. È incredibile questa ‘presenza’.

E dire che tante volte ho parlato di Lui, ma non mi era mai successo di sentirlo così vero, di percepirne la paternità in modo così vivo e penetrante. Questo sentimento è accompagnato inoltre da un profondo gaudio filiale…» (G. V., 3.1.99).

Lo stupore di questo sacerdote anziano, va messo nel conto di tutta quella massa di argomenti teologici, che penetrano nella mente, ma non scendono nel cuore e rimangono come in soffitta, come scartafacci morti, pieni di polvere.

Sono veramente brutti gli scherzi che ci fa la poca fede!

Pensiamo con rammarico a quello che potrebbe essere la nostra esistenza, se davvero fosse vissuta insieme con Gesù: un dipendere vitale dalla presenza del Padre che cura i frammenti della creazione, come conta i capelli del capo, gli uccelli dell’aria e i nostri più piccoli e minuti desideri…

«Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.

Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 32-33).

Forse non abbiamo preso troppo sul serio l’esempio di Gesù, forse questa via – che è Lui stesso – non l’abbiamo percorsa con generosità… e così non viviamo in unione con il Padre, non assaporiamo quell’incanto d’amore che fa dire a Gesù autentiche tenerezze, da spezzare i cuori più aspri.

Per colui che cammina sulle orme di Gesù, il Vangelo diventa così chiaro nel suo significato complessivo, e la Rivelazione neotestamentaria converge verso il punto focale e vitale, che è il Padre.

Questo consentirebbe di raggiungere il massimo della nostra maturazione umana e spirituale, che corrisponde al programma dato da Gesù:

«È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori

adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).

Pavel Florenskij, il grande pensatore russo, convertito e diventato sacerdote, fatto fucilare da Stalin alle isole Solovskij nel 1937, viene riscoperto oggi come un gigante della scienza e della santità.

Nella sua opera fondamentale «Colonna e fondamento della verità» (a cura di E. Zolla, Milano 1974) dice:

«L’uomo desidera adorare Dio non come un’esistenza che si può semplicemente constatare, né come un’onnipotente potenza che può demolire tutto, e neanche come un suo Protettore e Signore; tale Potenza, tale Protettore, può essere l’obiettivo dell’adorazione solo nella sua Verità, e questa è che egli è il Padre» (p. 550).

Alla base di questa affermazione ci sta l’esperienza personale di p. Florenskij:

«Dio non è un’idea innata o trascendentale o un’idea qualsiasi, ma è lo Spirito vivo ed è nostro Padre ed egli ci guida; anche quando noi deviamo per seguire “le nostre strade”, Egli non ci abbandona, ma, permettendoci di fare a nostro modo, cerca di dirigere tutto a una meta migliore.

In un modo o in un altro, o per la via giusta e diritta o vagando sui bivi di tutto il mondo (…), Egli ci conduce verso gli “onori della conoscenza superiore”.

Questo lo so dalla mia esperienza e lo sperimento con tutto il mio essere, perché qualunque fosse stata la mia cattiveria non avrei mai perso la sensazione della presenza di Dio, ed è così perché Egli è Ens realissimum».

In tal senso è il Padre che ci attira e conduce a percorrere Gesù-via, ci concede la forza e l’ardire di afferrare la nostra croce, per giungere alla conoscenza perfetta della verità, che è la rivelazione della sua misericordia, sempre aperta ad accogliere.

È il Padre, quindi, il regista del nostro approdare alla verità, attirandoci nell’unica via del Figlio, che ci libera dall’eterno vagare nella perdizione.

Dice sempre p. Florenskij:

«È lo stesso Dio Padre, che è nei Cieli, ad attirare l’uomo e a dargli la forza di compiere un tale atto eroico. Ed è così perché Dio, che è amore incondizionato (cf. 1 Gv 4, 8), è Padre che genera l’uomo a una nuova qualità di esistenza».

Florenskij spiega tale ‘generatio’ partendo dalle parole della Prima lettera di Giovanni: «Amiamoci l’un l’altro, perché l’amore è da Dio, e chiunque ama è nato da Dio (ek tou Theou) e conosce (ghinoskei) Dio. Colui che non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4, 7-8).

«Che cosa significa: “Chiunque ama è nato da Dio?”. Qui non si pensa – sottolinea il nostro Autore

  • a un cambiamento morale, a un miglioramento o perfezionamento, ma a una vera provenienza “da (ek) Dio”, alla partecipazione del Santo. Chi ama ri-nasce a una “vita nuova”, quella di Dio stesso, diviene “figlio di Dio” (teknon Theou). Perché amando – entrando cioè in una comunione personale con Dio – nell’uomo avviene una “misteriosa transustanziazione”: egli diviene “partecipe della natura divina” (2 Pt 1, 4), acquistando un “essere nuovo”, una “natura nuova”, ricevendo una “nuova sostanza”.

Si tratta di un passaggio dalla morte alla vita, dal regno di questo mondo al Regno di Dio, di un’entrata nel “nuovo regno della Verità”, ove l’uomo può crescere e svilupparsi come uomo, perché in lui “permane il seme divino, il seme della vita eterna” (1 Gv 3, 9), il seme della stessa Verità e della conoscenza genuina.

Ma è anche un passaggio a un “nuovo regno dell’attività”. Infatti generato dal Padre, Creatore di ogni cosa, l’uomo, figlio di Dio, partecipa alla potenza creatrice divina divenendo anche lui una “personalità creatrice”: un ‘creatore’ del Regno di Dio» (Lubomir Zak, Verità come ethos, ed. Città Nuova, p. 279-281).

Se Dio ci ha fatti e a lui apparteniamo, se non possiamo vivere che per Lui… chi ci sarà strada per ritornare al Padre?

La strada è la persona di Gesù: dobbiamo esserne sicuri.

Il Cristo quando si definisce «la via» nello stesso momento si dichiara «la verità» e «la vita»: non lo dobbiamo pensare, dunque, come si pensa e si immagina una qualsiasi strada, che rimane al di là, al di fuori di noi, in certo senso a noi estranea, anche se utile e necessaria.

Via Verità e Vita definiscono la stessa persona del Verbo incarnato; sono sempre e solo Gesù di Nazareth, che si consegna all’uomo per farne un figlio di adozione del Padre, oggetto della compiacenza divina, coerede nel Regno dei cieli.

Una strada che si identifica nel Cristo, ripetiamocelo, che si comunica al credente, che ne educa i pensieri e gli affetti, ne illumina i giudizi, ne sostiene le scelte, ne realizza il destino eterno.

Quale altra preoccupazione, dunque, più importante e assillante di questa: far sì che il Cristo sia pienamente ‘nostro Signore’?

Facendolo nostra possessione, la strada al Padre e al suo Regno è già nostra.

➥ Ed ecco Gesù che si fa nostra strada e ci viene incontro nelle pagine del suo Vangelo: ce le ha date perché siano la nostra Legge, segnino il cammino per impossessarci di Lui.

Tu ne leggi una riga e il Verbo Incarnato, se glielo permetti con fiducioso abbandono, ti invade la mente e il cuore, ti trasforma in Sé ‘fortiter et suaviter’ e ti fa santo.

Santo! Chiunque tu sia.

E sarai spettatore e operatore di stupendi portenti, quali appunto sono e fanno una autentica santità evangelica.

Vedo con pena che molti Preti, troppi Religiosi e Suore, non apprezzano a dovere la meditazione del Vangelo, e che non gustano le gioie profonde dell’incontro con il Maestro dentro il Vangelo.

Non intendo dire che si debbano rifiutare altri libri, altri autori (meglio se dalla Chiesa riconosciuti ‘santi’): ma tutti mi devono stimolare a cercare l’incontro con Gesù, Via Verità e Vita, nel Vangelo.

Una riga ti può infiammare per tutta la giornata: fanne la prova.

Non dimenticando mai la condizione per entrare in quel dialogo, in quell’abbraccio: la povertà di spirito (cf. Mt 5, 3; 18, 3).

Un cuore insuperbito potrà mai sentire attrattiva amorosa verso il Vangelo di Gesù?

Il paralitico che da trentotto anni era infermo, risponde al Nazareno che gli domanda se vuole guarire:

«Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita…» (Gv 5, 7).

Chissà con quanta amarezza avrà confessato la sua crudele solitudine, il poveruomo: Gesù infatti, si commuove e riempie a meraviglia quel vuoto: una nuova vita rinasce, e finalmente può percorrere la sua strada, quella apertagli miracolosamente dal Cristo: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Gv 5, 8).

Mio Dio, quando avverrà che anch’io mi presenterò all’incontro con Lui nel Vangelo, con la coscienza della mia nullità, azzerato fino a terra?

Quello potrebbe essere il giorno più bello della vita. Finalmente avrei permesso al Maestro di farmi da strada e di transustanziarmi in strada per il passaggio del Popolo santo.

Fatto io stesso una pasqua di Risurrezione. Quando mi deciderò a fare il primo passo?

Quando mi affiderò al Vangelo senza condizioni? Quando, insomma, mi identificherò con il mistero di Cristo afferrato nel Vangelo?

➥ La Via che mi immerge nei piani del Padre diventa mio possesso nell’Eucaristia.

Se l’Eucaristia realmente mi nutre, è la Via che mi nutre di sé e mi fa vivere la sua stessa vita: ecco la conformità, ecco l’immedesimazione, mete altissime, supremo impiego della vita.

Divenuti concorporei e consanguinei con Gesù in forza di una carità ineffabile, ci è concesso, se veramente lo vogliamo, di condividere e rivivere ogni esperienza della vita di Cristo, poiché «tutta la sua vita è presente e donata nel corpo e nel sangue».

Il misterioso viatico per il cammino verso il Regno dei Cieli ci assicura forza, ardimento, coraggio, gioia… anche quando il passo si fa duro e rischioso; quando la stanchezza, la solitudine e altri infiniti guai sembrano abbatterci e finirci.

Se il nostro popolo è stolto e corre all’impazzata su strade che allontanano dal Regno dei cieli, lo dobbiamo richiamare al Cristo con tutte le forze di cui ci arricchisce natura e Grazia: l’energia e il fervore da profeta e da apostolo ci verrà sicuramente dal Tabernacolo… quando sarà diventato il centro focale di ogni nostra giornata, il cuore del nostro cuore: per esso passa la nostra strada.

Vivere in unità con Gesù è impresa impossibile senza l’effusione dello Spirito Santo: questa opera meravigliosa che ci colloca nel posto prestigioso di figli adottivi di Dio Padre, non è utopia, ma l’inaudita verità del nostro essere cristiani.

Una trasformazione che si rivela a livello esistenziale soprattutto nel percepire la presenza di Gesù che sempre ci accompagna e ci arricchisce di sorprendenti promesse:

«In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14, 12).

Nessun dubbio che i miracoli attestano la verità di queste parole.

Ma sarebbe un’interpretazione riduttiva se le opere si riducessero solamente ai fatti prodigiosi ed eclatanti. Ci sono dei santi che non hanno mai fatto nessun miracolo nella loro vita: il più grande prodigio non è forse vivere il terribile quotidiano secondo i parametri del Vangelo? Non sta nel rimanere dentro la strada e percorrerla fino in fondo? (cf. Mt 10, 22; Gc 2, 26).

Tuttavia non si può sminuire il valore dei prodigi di cui è intessuto il racconto evangelico e la vita di molti santi: la loro origine è in Cristo. Soltanto colui che è diventato come Gesù, può agire pienamente

«nel suo nome» e compiere quello che ha fatto lui. Quante volte nella predicazione ai sacerdoti ho sostenuto con forza che c’è veramente da meravigliarsi che noi, strumenti vivi di Cristo, non siamo capaci di «fare i miracoli».

È un’esagerazione?

Niente affatto se stiamo alle parole del Maestro:

«Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio» (Gv 14, 13).

Non abbiamo forse più il coraggio di chiedere?

Gesù è sempre lo stesso, non ha cambiato stile, non si è depotenziato con il passare degli anni.

Eppure c’è una sorta di paura che ci blocca, c’è il dubbio che veramente funzioni la nostra preghiera. È questione di fede.

Credere in Gesù significa condividere in pieno tutto il suo mondo. Soltanto se lo imitiamo in tutto, se la nostra condotta interiore ed esteriore corrisponde alla sua, allora possiamo dire di credere davvero.

In una parola, se camminiamo sulla sua via, se per noi Egli è diventato vita e verità, allora possiamo essere sicuri che non mancherà di corrispondere generosamente alle nostre attese.

Ecco perché i miracoli fioriscono nelle mani dei santi. Molte volte il Signore sembra sprecarsi con loro. È incredibile, ad esempio, quello che succede oggi nei confronti di Padre Pio (tanto per citare una figura nota a livello planetario).

Nella vita di questo umile cappuccino sono capitati ogni sorta di prodigi, compresa la resurrezione dai morti. Ma cosa è avvenuto nella vicenda umana e spirituale di quest’uomo, che per cinquant’anni porterà le dolorose stigmate nel suo corpo?

Si parla del mistero di Padre Pio.

Il fatto è che la radice di tutti i prodigi da lui compiuti in vita e dopo morte, sta nella piena identificazione della sua persona con Cristo morto e risorto.

Sta in questa sua ‘transustanziazione’ in Gesù, di cui parla Pavel Florenskij.

In concreto possiamo dire che questo frate ha percorso, con una fedeltà unica, la via che è nostro Signore, diventando come Lui, anche nel corpo trafitto dalle stesse piaghe.

Se non accettiamo di essere con-crocifissi con Gesù non possiamo applicare a noi quelle parole del Maestro: «Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome io la farò» (Gv 14, 14).

Per chiedere in modo giusto occorre prima aver percorso la via, essersi pienamente omologati al sentiero del rinnegamento di sé, e aver rinunciato a tutte le vanità, per essere rivestiti completamente di Cristo Signore (cf. Rm 13, 14).

Un esempio, straordinario fra tutti, lo ritengo il dramma vissuto dal grande filosofo Emmanuel Mounier, il fondatore del personalismo.

Egli e la moglie ebbero ad affrontare un acerbo dolore nei riguardi della loro piccola Françoise che «a pochi mesi dalla nascita, in seguito ad una encefalite acuta da vaccino, sprofonda irreversibilmente in uno stato di incoscienza« (N. Bombaci, Una vita, una testimonianza, Emmanuel Mounier, p. 223).

Mounier così scrive alla moglie Paulette:

«28 agosto 1940. Presenza di Françoise. Storia della nostra piccola Françoise, che sembra continuare la sua esistenza con dei giorni privi di storia. Il primo sforzo è stato quello di superare la psicologia della sventura. Questo miracolo che un giorno si è spezzato, questa promessa su cui si è richiusa la lieve porta di un sorriso cancellato, di uno sguardo assente, di una mano senza progetti, no, non è possibile che ciò sia casuale, accidentale. “È toccata loro una grande disgrazia”. Invece non si tratta di una disgrazia: siamo stati visitati da qualcuno molto grande. Così non ci siamo fatti delle prediche. Non restava che fare silenzio dinanzi a questo nuovo mistero, che a poco a poco ci ha pervaso della sua gioia. Ricordo i miei permessi a Dreux, ad Arcachon,

quest’ultimo avvenuto in una grande angoscia. Ho avuto la sensazione avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi ad un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava profondamente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno ad essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione…

Se è vero che ogni autentica preghiera si fonda sulla morte delle potenze, sensibili, intellettuali, volontarie, se la sottile punta dell’anima di un bambino battezzato, come ha scritto non so quale grande autore spirituale, è messa immediatamente in contatto diretto con la vita divina, quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla agli uomini?

Per molti mesi avevamo augurato a Françoise di morire, se doveva rimanere così com’era. Non è sentimentalismo borghese? Che significa per lei essere disgraziata? Chi può dire che essa lo sia? Chi sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca? Mia piccola Françoise tu sei per me l’immagine della fede» (Lettere e diari, Città Armoniosa, p. 322-323).

Condotti per mano dal dolore, quanti s’incontrano con il Cristo che libera, redime e trasfigura.

La via maestra che guida fino alla conoscenza e al possesso di Cristo e al suo Regno eterno è questa: non mancano, è vero, il Vangelo e i Sacramenti, la Liturgia e la Comunione ecclesiale, fortune soprannaturali di infinito pregio. Ma non bastano. Tutto rischia di venir vanificato, se ci si allontana dalla strada maestra, quella della santa Croce.

Partendo da queste altezze, non è difficile smascherare gli inganni che ci vengono propinati dalla invadente mentalità edonistica ed efficientistica.

Eppure senza accorgersene ci si ritrova a pensare e a desiderare una vita, all’insegna del massimo grado di fortuna e di benessere.

Una ‘tentazione’ dalla quale non vanno esenti nemmeno coloro che dovrebbero vivere per vocazione la pagina di Mounier, come i sacerdoti e i religiosi/e. La vita di comunità rivela sotto questo profilo il tipo di rapporto intimo che abbiamo con Gesù.

Chi vive in comunità da molti anni si è facilmente reso conto dell’incredibile varietà dei carismi che lo Spirito elargisce a tutti i membri della famiglia religiosa, e delle difficoltà a vivere in comunione.

Se si vuole conoscere in quale misura si è rimasti fedeli allo spirito genuino del fondatore, basta vedere come si vive la vita comunitaria.

Ognuno deve diventare via per l’altro, così la vita di amore fiorisce, e si ottiene la luce della verità.

Non esiste verità senza amore, ma non c’è via più sicura dell’amore per giungere alla verità e alla vita.

«Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione» (Col 3, 14).

Se Mounier riusciva a vedere nella piccola Françoise il volto del Padre e la presenza di Gesù con tutto il suo paradiso, che cosa noi non dobbiamo vedere nel fratello o nella sorella che ci è accanto?

Se il grande scrittore cattolico parlava di «adorazione» davanti alla sua piccola, che cosa dovremo dire noi per coloro che incontriamo ogni giorno come fratelli e sorelle?

Un cocente desiderio ci arda nel cuore: diventare veramente e stabilmente quella benedetta strada di cui vicini e lontani hanno sempre più bisogno per non smarrirsi nei labirinti del secolo presente.

Se la strada, che è il Cristo, è dentro di me, non un passo andrà perduto: ogni passo segnerà una migliore realizzazione della mia persona cristificata, e una folla di anime entrerà per me alla Vita.

«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1, 39).

Aveva le ali ai piedi, scoppiava di gioia indicibile e sapeva che avrebbe portato alla sua cugina il tesoro più grande: Gesù incarnatosi in lei.

La visita eccezionale lasciò il segno: l’irruzione della Vita nel cuore di Elisabetta e di Giovanni, che sussultò nel suo grembo.

È proprio Maria di Nazareth che ci viene incontro nel nostro oggi e ci porta Gesù, ce lo dona con tutta l’anima sua.

Questo è il regalo più bello che lei possa farci. Questa è la sua missione.

O Madre, tu vieni perché accogliamo Gesù, e lo portiamo in noi con lo stesso amore tuo.

Gesù poteva venire da solo, ma ha voluto aver bisogno di te.

Lui ha voluto che tu fossi la sua via per entrare nel mondo.

Ha preferito essere guidato da te, Lui che è l’unica Guida capace di portaci al Padre.

È veramente un mistero d’amore e di predilezione questa scelta.

Grande gioia per tutti, o Maria, la tua maternità divina: senza di Te Gesù, che è la Via di ogni uomo, che è la Vita e la Verità, non sarebbe giunto fino a noi.

Tu sei salita con Lui lungo il cammino verso il Padre. Sei salita anche tu sull’alto monte dell’immolazione, congiungendoti nell’offerta al Padre.

Hai voluto associarti alla morte del Figlio, per diventare veramente, nel dolore, la Madre di ogni creatura sotto il cielo.

Per questo tu sola puoi capire il nostro cuore quando è affranto dal dolore.

Tu sola sei capace di renderci il cammino gioioso, nel seguire il tuo Figlio fino al dono totale.

Vieni, o dolce Madre, ad asciugare le lacrime del nostro sconforto.

Accoglici sotto il tuo manto, e proteggi la nostra purezza d’amore.

Tu portaci a Gesù, perché in Lui salvati e redenti dagli abissi del labirinto infernale, possiamo giungere alla visione del Padre, nella vita senza fine. Amen. Alleluia!

8 dicembre 2000
direttore responsabile

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