11 August 2022 Versione CEI 2008

Introduzione al Vangelo di Marco – Rosalba Franchi

Il Vangelo di Marco è il Vangelo più antico, si pensa sia stato scritto circa 50 anni dopo Cristo. Potremmo dire che sia stato Marco ad inventare questo genere letterario, anche se in realtà gli autori dei Vangeli sono più di uno per ogni testo e poi la tradizione ha dato un nome per ciascun Vangelo. Ricordiamo che i Vangeli non sono la biografia della vita di Gesù, non sono un pezzo giornalistico, di cronaca. I Vangeli sono delle opere letterarie nelle quali gli Evangelisti, partendo da fatti oggettivi, da episodi di vita vissuta, costruiscono e spesso stravolgono, trasformano il fatto stesso per portare un messaggio su Dio. Lo trasformano tanto che in realtà non sappiamo realmente cosa sia accaduto, ma quello che conta per l’Evangelista non è riportare una cronaca quanto far arrivare la verità. È vitale comprendere questo per sperare di riuscire a leggere i Vangeli nella loro ricchezza. Spesso, partendo dall’errore che gli Evangelisti ci raccontino la vita di Gesù, restiamo perplessi davanti a delle incongruenze o discordanze tra i quattro Vangeli. Anche per questo motivo il Vangelo di Marco, per diversi anni, è stato considerato la cenerentola dei Vangeli; considerato sgrammaticato e grezzo, incompleto, come se fosse stato scritto male. In realtà si è compreso che quelli che venivano considerati ‘errori’ erano delle tecniche di lettura di Marco. Di questo Evangelista troviamo traccia nel Nuovo Testamento. Negli Atti, al capitolo 12, troviamo il racconto di Pietro che, libero dalla prigione, deve scegliere dove andare. Ha due possibilità, perché a Gerusalemme c’erano due chiese, non è mai esistita un’unica chiesa, nemmeno agli inizi: la chiesa guidata da Giacomo, tradizionalista, gerarchica, agganciata alla Legge e al Giudaismo, oppure la comunità di Marco. Sceglie quest’ultima, bussa alla porta ed entra in una comunità che è la Chiesa ideale secondo Gesù. È la casa di Maria che è la madre di Giovanni soprannominato Marco e ad accoglierlo alla porta c’è Rosa, la serva. Questa chiesa è governata dall’amore incondizionato, la madre; al centro c’è il Vangelo, la Buona Notizia rappresentata da Marco e la chiesa si esprime attraverso il servizio, Rosa. Lo stesso Giovanni detto Marco comparirà nella missione di Saulo (che poi diventerà Paolo) e Barnaba. Tra Saulo e Giovanni detto Marco scoppierà una grossa lite e Marco se ne tornerà a Gerusalemme perché Saulo, non ancora convertito alla novità di Gesù, gli impedirà di esprimerla. Infatti in questi episodi Giovanni non compare mai col nome dell’Evangelista, Marco. Il Vangelo di Marco è radicale e senza sconti. Maggi afferma che il suo Vangelo si potrebbe sintetizzare in: “Vino nuovo in otri nuovi”. Gesù è il Signore ed è una novità assoluta, tale che per accoglierla si deve lasciare andare tutto il vecchio, Legge compresa. Infatti nel Vangelo di Marco, fatto scandaloso, non comparirà mai il termine ‘legge’. Si capisce quindi quanto sia stato eversivo e coraggioso Marco. In un mondo totalmente fondato sulla Legge, lui scrive il suo Vangelo ignorandola completamente perché quello che conta è l’accoglienza dell’amore di Dio, di Gesù.

Inizio della Buona Notizia Mc 1, 1-15

 La Buona Notizia, il Lieto Annuncio: parole dal sapore di speranza, parole che irrompono nella nostra storia portando una novità, suscitando una curiosità. Buona Notizia: allora sta succedendo qualcosa di buono che è annunciato in queste pagine. Marco è il primo Evangelista a dare come titolo del suo scritto “Inizio del Vangelo”, che significa appunto Buona Notizia. Già dalle prime parole definisce il cuore di questa Notizia: Gesù Cristo, figlio di Dio. L’argomento, dunque, è forte e chiaro. Chi si appresta a leggere queste pagine, non ha bisogno di arrivare a metà libro per comprendere chi è il protagonista. Il nome di Gesù, in ebraico “Yehoshu’a”, significa “Dio è salvezza, Dio salva”. Cristo, in ebraico “Masiah”, significa “Unto”. Nell’Antico Testamento, l’Unto è l’eletto cui viene versato sulla testa olio consacrato, unzione riservata particolarmente a Re, Sacerdoti e Profeti. Marco aggiunge la dichiarazione di Gesù Cristo come figlio di Dio. Questo Vangelo, infatti, è scritto con lo scopo principale di dimostrare questa figliolanza come verità. Per noi che conosciamo l’intera storia di Gesù, viviamo come un fatto normale il considerarlo figlio di Dio, ma è importante porre l’accento, per capire meglio la portata del messaggio di questo primo scritto, che solo nella nostra fede cristiana c’è questa verità del “figlio” di Dio. In nessun’altra religione esiste questo principio. Per esempio Maometto è considerato un profeta, sigillo dei profeti e messaggero di Dio, non figlio.

Stabilendo subito un ponte profetico tra Antico Testamento e Nuovo Testamento, Marco si aggancia a quanto scrive Isaia a proposito di Giovanni il Battezzatore, messaggero inviato da Dio. Giovanni, il cui nome significa “Dio ha avuto misericordia”, vive nel deserto, veste di peli di cammello, con una cintura di pelle intorno ai fianchi, e mangia miele selvatico e cavallette. Analizziamo il senso di alcune parole, nella circostanza descritta.

Il deserto: luogo di passaggio dalla terra di schiavitù alla Terra Promessa. Luogo d’incontro e innamoramento. Luogo di battaglia e scelte interiori. Luogo di raduno dei rivoluzionari.

Peli di cammello: tessuto impermeabile che ci riporta a uno stile di vita semplice, essenziale contro l’opulenza e gli abiti evidenti e sontuosi dei Sacerdoti, come anche dei romani potenti.

Cintura di pelle: messa intorno ai fianchi rende più agevoli i movimenti, più veloce il camminare rispetto agli abiti fluenti che indicano una vita comoda e “molle”.

La cintura, in questo caso, indica il desiderio di servire Cristo.

“Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.”. Lc 12,34- 36

Sottolineo, inoltre, che cibarsi di miele selvatico e di cavallette è caratteristico di chi vive nel deserto ed è un cibo consentito dalla Legge. Giovanni sceglie la “provvidenza del luogo” anche nel modo di alimentarsi, non è un tipo un “po’ strano” per questo.

Marco presenta così Giovanni, non ci dice nulla sulla sua nascita, sulla sua famiglia, ma evidenzia che di lui parlava il Profeta Isaia. Una conferma divina per la sua chiamata: “Ecco dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.” Mc 1, 2-3

Giovanni predica un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati.

Battezzare significa immergere nell’acqua. Un rito esteriore che serve a dichiarare un desiderio interiore di appartenere alla famiglia di Dio. Non è un’invenzione di Giovanni, ma un rito già usato in altre credenze. L’abluzione, cioè un lavaggio a scopo espiatorio, è praticata in molte religioni, soprattutto nei riti d’iniziazione. I Sacerdoti egiziani, devoti alla dea Iside, secondo alcuni studi, furono i primi a celebrare il rito del battesimo. Lo stesso rito, tra i V e il VI sec. a.C., fu adottato in Frigia per il dio Attis, in Babilonia per il dio Marduk, in Grecia per Dioniso e Demetra, in Persia per il dio Mitra. Per entrare a far parte di sette, praticanti culti a vari dei, era obbligatorio sottoporsi al rito del battesimo. L’iniziato, dopo un periodo d’indottrinamento, veniva immerso in una vasca contenente acqua. Con questo gesto si otteneva la cancellazione di tutte le colpe del passato, ricevendo la possibilità di avere la vita eterna se, e dico se, avesse rispettato le regole della religione. Pertanto ciò che accomuna il rito del battesimo, celebrato nelle varie credenze, è la cancellazione delle colpe, dei peccati e l’apertura alla possibilità della vita eterna.

L’uomo ha in se stesso questo desiderio, indipendentemente dall’epoca in cui vive, dalla religione che professa, dalla fede in cui crede, anche quando dichiara che non esiste niente dopo la morte, vuol dire che comunque ha riflettuto ed è giunto a una personale convinzione.

Giovanni battezzava nel deserto presso il fiume Giordano. Marco non specifica il punto esatto, ma a nostro beneficio, prendo spunto da Giovanni Evangelista, il quale scrive:

“Questo avvenne a Betania al di là del Giordano, dove c’era Giovanni che battezzava.” Gv 1,28 .

Tutta la gente della Giudea e di Gerusalemme andava da lui, scrive Marco. Situazione piuttosto strana, cosa offriva Giovanni tanto da attirare la folla? Perché farsi battezzare da lui? Giovanni non aveva niente, nessun potere, nessuna bellezza apparente, nessun abito regale e sacerdotale, non frequentava la tavola dei potenti. Giovanni appare come uno del popolo comune, pur appartenendo a una famiglia sacerdotale. Egli, infatti, è il figlio di Elisabetta e Zaccaria, Sacerdote che prestava servizio nel Tempio di Gerusalemme, ma Marco non ne fa cenno. Ciò che è evidente è il servizio profetico di Giovanni: egli è voce di uno che grida nel deserto perché si apra la via per il Signore. La gente era in attesa del Messia, immaginato come il liberatore capace con il suo esercito di togliere di mezzo il potere romano, capace di ridare libertà e potere al popolo prescelto da Dio. La gente attendeva il Re che definitivamente avrebbe portato Israele in una posizione di supremazia. Che sia Giovanni a dire definitivamente quando è l’ora della venuta del Messia o addirittura che sia Giovanni il Messia? Tutti a correre nel deserto a vedere cosa sta succedendo. Il popolo, ricordiamolo, era abituato a dover offrire e fare qualcosa per Dio per ottenerne il favore e per essere sicuro di poter godere delle sue promesse. I Sacerdoti del Tempio, che si consideravano intermediari fra Dio e il popolo, pretendevano un pagamento per la remissione dei peccati e per cancellare l’impurità, che prima imponevano per poi toglierla, magari anche a modico prezzo: due colombe, due piccioni, purché si pagasse. Vien da “ridere per non piangere”, perché, chissà come mai, anche oggi circola spesso questo sistema. Santo subito il nostro Papa Francesco per come si sta spendendo per spezzare certe mostruose catene, costruite in secoli di menzogne ed egoismo con contorno di fame di potere.

Giovanni, profeta indipendente dal Tempio e dalla corte del Re, compie gratuitamente la sua opera mettendo a disposizione di Dio la propria vita per aprire la strada a Gesù, che lui sa essere sopra se stesso. La sua preoccupazione è la remissione dei peccati preparando il popolo, nell’unico modo che conosce, ad accogliere la presenza di Gesù, vera Luce. Una precisazione: in questi primi quindici versetti, Marco non specifica molto della predicazione di Giovanni, quindi rispetto la sua linea, ma è necessario dire, per amore della Verità, che Giovanni non conosce totalmente il vero volto del Padre. Egli non porta il Lieto Annuncio in tutta la sua pienezza, ma compie l’opera grandiosa di indicare Gesù, Buona Notizia incarnata. Giovanni stesso è nel deserto, luogo di travaglio e passaggio da una mentalità corrotta dal potere, dal denaro, dall’oppressione, da un’immagine falsa di Dio per aprirsi alla possibilità di giungere veramente alla Terra Promessa dal Padre, Terra di pienezza di Vita. E’ convinto della necessità di una purificazione e di una nuova partenza. La sua predicazione, pur non essendo nella piena Verità, è coraggiosa, spacca gli schemi imposti dalla religione e dalla politica del tempo. Questo si desume dal suo modo di vivere, essenziale, povero, ma carico di rispetto verso Dio e il suo progetto, di forza per essere la sua voce. Giovanni è concreto e vuole essere testimonianza contro corrente. Marco indica come luogo del battesimo il fiume Giordano. E’ importante ricordare che il linguaggio biblico è denso di significati anche quando non sembra. Il luogo del Giordano non è scelto a caso, ma è anch’esso un “ponte” fra L’Antico Testamento e il Nuovo Testamento. Indica un cammino che ha una svolta meravigliosa, la vedremo più avanti. Infatti, gli Israeliti attraversarono il Giordano quando entrarono nella Terra di Canaan, Terra Promessa. Quando i Sacerdoti che portavano l’Arca dell’Alleanza entrarono nel fiume, le acque si divisero e gli Israeliti lo attraversarono camminando sull’asciutto. (Giosuè 3,14-17)

Anche il profeta Elia attraversò il Giordano camminando sull’asciutto con Eliseo, subito prima di essere portato in cielo su un carro di fuoco, come segno che il suo ministero profetico era finito. (2 Re 2, 8)

In seguito, Eliseo ritornò in Israele attraversando il Giordano all’asciutto, per iniziare il suo ministero profetico (2 Re 2-14).

E’ evidente che si sta tracciando un cammino.

Giovanni predicava così. “dopo di me viene uno che è più forte di me, a cui io non sono degno di piegarmi e sciogliere i legacci dei suoi calzari. Io vi ho battezzato con acqua ma egli vi battezzerà con Spirito Santo.” Mc 1, 7-8

Giovanni Battista, ha le idee chiare e non desidera che ci sia alcuna confusione rispetto a se stesso. Abbiamo detto che Marco scrive che tutta la gente andava da lui, a indicare la portata rivoluzionaria del suo messaggio. Giovanni sarebbe potuto facilmente cadere nel tranello della vanagloria, ma ha piena coscienza di se stesso alla luce del progetto divino. Sa cosa deve fare, compie scelte radicali, di sicuro sa anche che rischia la vita, ma non tradisce se stesso. Lui dice: dopo di me viene uno che è più forte di me”. Giovanni sa di essere forte, non disconosce se stesso e il suo servizio e indica chiaramente chi deve arrivare: “uno a cui non sono degno di piegarmi e sciogliere i legacci dei suoi calzari.” Attenzione bene che Giovanni, in questi versetti, non parla di Messia, dice “uno che viene dopo di me”, tutto è ancora avvolto nel mistero. Qui possiamo cadere in un commento superficiale pensando al gesto di piegarsi e sciogliere i calzari come un gesto di prostrazione, come se colui che Giovanni aspetta è intoccabile perfino con un gesto servile. Quest’affermazione, per logica, non può nemmeno far riferimento al non essere degno di lavare i piedi a Gesù perché non avrebbe alcun senso. Giovanni Battista è a servizio degli altri, in un modo legalista vista la grande preoccupazione dei peccati, dei vizi, degli errori, ma a servizio. Allora perché parlare di “sciogliere il legaccio dei sandali”, sarebbe stato un messaggio più immediato dire di non essere degno di toccare Gesù.

Quello del “sciogliere il legaccio dei sandali” è un’immagine ripresa da un’antica tradizione che già non si usava più nel tempo     di Gesù. Questa è un’espressione simile a un proverbio, a un “modo di dire”. Ha origine nella legge del “levirato” ed è ben spiegata nella vicenda di Rut, vedova senza        figli e senza    cognati,     che  avrebbe       dovuto    essere sposatadal            parente              più   prossimo, come previstodalla Legge,          affinché          fosse        garantita,   alla famiglia  del marito defunto, la non suddivisione delle proprietà e fosse garantita la continuità      della generazione. Ricordiamo che il matrimonio era una questione stabilita a tavolino dalle famiglie dei promessi sposi e che era una trattativa economica. In Rut 4, 7 leggiamo: “Anticamente in Israele vigeva questa usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all’altro.” Giovanni Battista usa questa espressione con l’intento ben preciso di chiarire la sua posizione: io non intendo minimamente toccare il suo “sandalo”, non intendo toccare la verità di Gesù come Messia, Sposo, Maestro, Signore, Pastore” del popolo di Dio, perché è Lui che dovete seguire, accogliere, sposare, non me. Pur non dicendo apertamente che chi sta arrivando è il Messia, lo indica già come Sposo d’Israele proprio perché la citazione del “sandalo” rimanda a una questione nuziale. E’ ovvio che la Legge del levirato nulla ha a che fare con Gesù. Marco mette in bocca a Giovanni Battista questo modo di dire perché di uso corrente, semplice da capire per il popolo. Un po’ come succede a noi oggi quando diciamo “auguri e figli maschi”. Si vuol far riferimento alla benedizione di avere figli e non al significato che sta all’origine di questa espressione che è del tutto negativa: maschi e solo maschi, le femmine potevano anche essere uccise perché non valevano nulla.

Prosegue Giovanni dicendo: “io vi battezzo con acqua.” Egli anche qui è chiarissimo, non si esalta, dice ciò che sta compiendo       nella          trasparenza,  senza             giri      di       parole.        Egli immergeva nell’acqua le persone che venivano a lui, come gesto  simbolico.  La      persona      si       rivolgeva      a   lui                 sentiva             il bisogno  di   un   cambiamento   e   desiderava   questo   rito   in modo ufficiale, per essere sicuro di acquistare veramente questa    possibilità       di  una   nuova     vita. E          un       segno che dichiarava il bisogno di essere salvati, separati dalla massa, contando sull’intervento di Dio. Per dare un esempio concreto, pensiamo al rito a cui venivano sottoposti gli schiavi per dichiarare la concessione della libertà: essi venivano immersi nell’acqua come schiavi e uscivano dall’acqua come uomini liberi. Un chiaro passaggio dalla morte di una condizione “non buona” alla rinascita in una condizione “molto buona”. Un gesto esteriore di purificazione che sancisce un nuovo cammino e una nuova appartenenza al popolo di Dio, una nuova possibilità. Giovanni ha il ministero divino di compiere un segno preparatore perché ogni fratello, che a lui si affida, riconoscendo la sua forza in Dio, sia pronto al passo successivo di un vero incontro definitivo con il Messia Salvatore. Giovanni lo sa e ci crede: egli è il passaggio tra l’Antico e il Nuovo. Infatti, annuncia che è in arrivo “uno” più forte di lui perché battezza, cioè “immerge”, nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo, Dio della Trinità, presente al momento della Creazione, conosce tutto il Pensiero del Padre, dimostrato nel Figlio. E’ lo Spirito Santo, colui che separa dal male e dalla menzogna, a compiere un’autentica e definitiva purificazione che invita ciascuno a essere come è stato pensato in origine dal Padre. Lo Spirito Santo compie questa meravigliosa evoluzione e nel battesimo con lo Spirito Santo muore l’uomo vecchio e nasce il nuovo. Colui che verrà, il più forte, è docile allo Spirito, realizza il progetto di Dio, chiama all’esistenza ciò che il Padre gli suggerisce. Giovanni Battista ci dice che Gesù è Colui che ha la forza totale che non dipende dalle sue parole o dalla sua volontà di contare su se stesso, ma è forza che dipende dalla comunione con lo Spirito, dal quale non si separerà mai. Il battesimo con acqua esprime una volontà personale di cambiamento: un desiderio interiore che esce fuori. Il battesimo nello Spirito Santo esprime la volontà di Dio di riportarci all’origine del suo Pensiero: è la sua forza d’Amore che da fuori entra in noi.

Marco finalmente ci racconta l’arrivo di Gesù e teniamo ben presente che, all’epoca dei fatti, Gesù era conosciuto come il figlio del falegname.

“In quei giorni Gesù giunse da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano.” Mc 1, 9 Marco è    sintetico,        di              poche              parole,   ma          di    sicuro      non      è superficiale. Gesù,      intenzionalmente               va da Giovanni    per ricevere   il   battesimo          da lui,           quindi apparentemente per sottoporsi    pubblicamente   a    un rito  penitenziale           e               di purificazione. Marco non spiega nulla su questa scelta di Gesù,     nessun              commento. Questa è la prima apparizione pubblica di Gesù, e avviene proprio nel Giordano dove, lo abbiamo già detto, Elia era stato assunto in cielo, dove Giosuè era partito verso la Terra Promessa, dove Giovanni il Profeta del deserto, annuncia l’intervento di Dio e l’arrivo di Colui che è più forte. In quei giorni, che per Marco equivale a dire “è l’inizio del compimento della Promessa”, nel tempo giusto e opportuno, avviene questo incontro. Cerchiamo di immaginare la scena: Gesù si reca dove sono radunate tante persone bisognose di Dio perché considerate o si consideravano peccatrici. Gesù è in quel luogo, si mischia con loro, probabilmente aspetta il suo turno. E’ una vicenda così grandiosa, incredibile da pensare per noi che conosciamo tutta la storia: Il Dio vivente sulla terra che aspetta il suo turno! Per cosa? Per vivere un gesto che passa dalla “morte” per dare Vita. Così come avverrà sulla croce, scenderà agli inferi, luogo di morte, per aprirli e risalire Risorto. I verbi che Marco usa in questo racconto sono gli stessi che userà parlando della morte di Gesù. Ciò che veramente mi colpisce è la semplicità di Gesù: egli vuole questo battesimo per dire che accetta in pienezza per Amore il progetto del Padre per la sua vita, perché chiunque sappia che ha bisogno di Dio e della sua azione, perché chiunque sappia che è uomo fra gli uomini, perché chiunque sappia che è necessaria la comunione con gli altri. Non riceve il battesimo da solo, viene battezzato da Giovanni. In molti dipinti vediamo Gesù bagnato con un po’ d’acqua del Giordano presa fra le mani di Giovanni o raccolta in una conchiglia: questa è poesia. Queste immagini non fanno riferimento a fatti storici. Il battesimo avveniva per immersione totale, testa sotto l’acqua, a evocare una situazione di morte per poi risalire alla nuova Vita. E’ interessante sapere che la piana di Gerico è a circa quattrocento metri sotto il livello del mar Mediterraneo e il fiume Giordano, in quella zona, è nel punto più basso della valle. Le acque di questo fiume hanno un colore verdastro scuro, sono torbide, non si vede il fondo. Gesù si immerge “nel punto più basso”, nelle profondità. Marco non scrive di un dialogo tra Giovanni e Gesù. Lascia parlare i fatti: la dimensione di ciò che sta succedendo va intuita in tutta la sua grandezza. C’è il rischio che si possa considerare Giovanni più in alto di Gesù, c’è il rischio che si possa considerare Gesù un peccatore. L’Evangelista non si preoccupa di chiarire. “E salendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito scendere su di sé come colomba. Una voce venne dai cieli: Tu sei il mio figlio amato, in te mi sono compiaciuto.” Mc 1,10-11

Facciamo attenzione: Gesù “vide scendere su di sé”. Avviene  un’esperienza personale quando si lascia agire il Vero Dio. Sappiamo che Gesù, risalendo dall’acqua, dalle profondità, vide squarciarsi i cieli, non solo aprirsi, traduzione presa dal greco. Squarciare: aprire con forza, lacerare. I cieli, cioè Dio che non poteva essere nominato secondo il linguaggio ebraico, si squarcia: Dio si dona, non è vero che è talmente arrabbiato e deluso dal suo popolo da non voler comunicare con lui, così come si pensava a quel tempo. Tra Dio e Gesù c’è una via aperta, Gesù non teme Dio e scende lo Spirito. Lo Spirito, punto e basta, non santo, cioè separato dal male. Gesù non ha bisogno di essere separato dal male e dalla menzogna: lui ha già scelto definitivamente Dio a tal punto da non temere neppure la morte per non tradire l’Amore che lo abita, così come dichiarato nella scelta del battesimo nel Giordano, confidando nella promessa di Vita Eterna. Lo Spirito, rappresentato dall’ immagine di una colomba, fa pensare alla colomba con il ramo di ulivo che torna da Noè annunciando la fine del diluvio, il ritirarsi delle acque, per un tempo nuovo, di pace con Dio.

Dio si dichiara Padre e chiama Gesù “Figlio amato”. Gesù viene immerso totalmente, per opera dello Spirito, nella Rivelazione Piena dell’Amore di Dio per lui. Gesù riceve Vita in Pienezza, nulla sarà più come prima. Intendo dire che se prima di questa esperienza Gesù sentiva la spinta interiore a fare le cose del Padre suo, così come aveva detto a 12 anni, ora la Luce che è in lui, gli rivela in pienezza “chi è e qual è la sua missione”. Gesù non può più stare nel nascondimento. Gesù ha scelto definitivamente di raccontare con la propria vita la vera fedeltà a Dio, che è Amore Puro, ha scelto di essere fedele a se stesso costi quel che costi. Ha scelto di operare per il massimo Bene dei fratelli, per l’annuncio concreto con Parole e Opere che Dio ci ama. Il Padre non tiene per se stesso questa gioia di vedere il coraggio, cioè l’agire con il cuore, del Figlio, ma la esprime: “ in te mi sono compiaciuto.” Dio dice a Gesù : sono soddisfatto di te. In questo momento il Padre lo dice a noi e possiamo comprenderlo per mezzo dello Spirito Santo che ci separa da ogni menzogna che vuole costantemente legare il nostro sguardo su errori, mancanze e colpe piuttosto che sul nostro essere “Creature nuove, figli amati da sempre e per sempre”. Ogni giorno è davvero un tempo nuovo: Dio interviene a favore dell’umanità intera per mezzo di Gesù e per opera dello Spirito.

Dopo   questa   esperienza   d’Amore   totale,   Marco   cambia improvvisamente scena, racconta dello Spirito che spinge Gesù nel deserto. Anche qui, descrizione breve e sintetica: “Successivamente lo Spirito lo spinse nel deserto. Egli rimase quaranta       giorni, tentato da Satana. Era con le fiere e gli angeli lo servivano.” Mc 1,12- 13.

Gesù è spinto dallo Spirito a vivere questa esperienza del deserto, luogo d’incontro con se stessi e con Dio, luogo d’intimità dove decidere, giorno dopo giorno, come vivere la missione accolta. Spinto dallo Spirito che è Dio, espressione del suo Amore che passa tra il Padre e il Figlio, tentato da Satana, la menzogna che suggerisce scelte contrarie a Dio, all’Amore. Qui avviene la tipica battaglia interiore tra due spinte: quella del Bene e quella del Male, degli angeli e delle fiere. I quaranta giorni, per il linguaggio biblico, rappresentano il tempo di un’intera generazione, quindi tutta l’esistenza. Gesù non è esonerato dall’incontro con le fiere, ma si lascia servire dagli angeli, di sicuro non si lascia servire dalle fiere. Gesù sceglie costantemente, in comunione con lo Spirito di cui si fida, i pensieri di Dio Padre Abbà eliminando ogni pensiero che non appartiene a Dio. Questa scelta costante di Gesù, che parte da un pensiero, diventa “azione” per la sua beatitudine nel vivere il proprio progetto e per la beatitudine dei fratelli.

Altro cambio improvviso di scena. “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù venne in Galilea, predicando il Vangelo di Dio. Diceva: << Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo >>”.

Giovanni Battista termina qui la sua missione e inizia quella di Gesù. Marco descriverà nel sesto capitolo l’uccisione del Profeta. Il verbo tradotto con “arrestato”, ma che nel greco suona “parodotenaia” ossia “consegnato”, è lo stesso usato per Gesù quando verrà “consegnato” in mano ai suoi oppositori. In Galilea, inizia la predicazione di Gesù circa “la Buona Notizia” di Dio. Il tempo, kairos, è compiuto, è quello opportuno: è il tempo di Dio. Il regno di Dio è vicino, sta per essere svelato in tutta la sua pienezza di Vita. L’invito di Gesù è alla conversione, metanoia, cambio di mentalità che avviene credendo nel Vangelo, cioè nella “Buona Notizia”. Quella annunciata da Marco all’inizio del suo scritto: la Buona Notizia di Gesù Cristo, figlio di Dio.

Giovanni Battista accoglieva tutti coloro che arrivavano dalla Giudea e da Gerusalemme, terra che è centro della Cultura e Religione Ebraica fondata sulla Legge. Gesù inizia a predicare in Galilea, terra disprezzata. Giovanni battezza per la purificazione dei peccati. Gesù riceve il Battesimo nello Spirito e annuncia la Buona Notizia. E’ un tempo nuovo e per incontrare Gesù che ci dona la consapevolezza di essere Figli di Dio amati, è sempre il tempo opportuno, pronto in Dio dall’Eternità, per ricevere Amore e donare Amore.

Buona Vita, Buona Vita a tutti.

Rosalba Franchi – Fonte del testo

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