27 January 2022 Versione CEI 2008

Introduzione al Vangelo di Giovanni – Ileana Mortari

1° – GIOVANNI E I SINOTTICI

Se si comincia a leggere il 4° vangelo dopo i tre sinottici, si ha subito la sensazione di entrare in un mondo nuovo: a differenza dei tre vangeli paralleli troviamo infatti un ampio prologo, costituito da un lungo e solenne inno; e poi si notano parecchie differenze per quanto concerne la struttura, il linguaggio e anche la teologia.

Mons. Mauro Orsatti, autore di un bel libro su Giovanni (vedi bibliografia) suggerisce di provare a leggere un brano dei sinottici e uno di Giovanni privi di indicazioni e di indovinarne la provenienza! Mi auguro che al termine del corso siate in grado di cogliere “ad occhi chiusi” tali differenze!

Le principali sono le seguenti:

  • La predicazione di Gesù secondo i Sinottici avviene in Galilea, secondo Giovanni predomina invece in Gerusalemme e nella Giudea
  • I Sinottici dispongono gli avvenimenti della vita pubblica di Gesù nell’arco di un anno e ricordano una sola Pasqua, quella sua Passione e morte, mentre Giovanni colloca il ministero di Gesù in tre anni (il 28-29-20 d. Cr.) e ricorda tre celebrazioni della Pasqua (cfr. Giov.2,13; 7,10; 12,12)
  • Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucarestia che è presente in tutti e tre i Sinottici e al suo posto mette la lavanda dei piedi; questo per ricordare il senso profondo dell’Eucarestia, che è la dedizione di Gesù per gli altri
  • I Sinottici narrano molti miracoli di Gesù, Giovanni ne presenta solo sette e li racconta con ampiezza e riflessioni molto profonde, mostrandone, come vedremo, il valore simbolico. (I 7 miracoli sono: la trasformazione dell’acqua in vino a Cana di Galilea – cap.2; la guarigione del figlio del funzionario regio – cap.4; la guarigione del paralitico – cap.5; la moltiplicazione dei pani – cap.6; Gesù che cammina sulle acque – cap.6; la guarigione del cieco nato – cap.9; la resurrezione di Lazzaro – cap.11)
  • La Passione di Gesù non è raccontata mettendo l’accento sulla sofferenza e sull’umiliazione (come nei Sinottici, specie in Marco), ma come un trionfo: è lì che Gesù si mostra soprattutto padrone degli avvenimenti, è lì che mostra la sua regalità, la sua superiorità sulla stessa morte, come vedremo
  • Infine, una caratteristica del 4° vangelo sono i lunghi e ricchissimi discorsi di Gesù: sul pane di vita (cap.6), sul Buon Pastore e soprattutto nell’Ultima Cena.

Come mai tutte queste differenze tra Giovanni e i Sinottici?

Anzitutto è diverso il contesto in cui il Vangelo è nato; siamo in un periodo successivo ai Sinottici (Marco è del 65 d. Cr., Matteo dell’80 d. Cr., Luca 85 d. Cr.), intorno al 98-100, nelle comunità dell’Asia Minore. Infatti secondo la tradizione nel 50 l’apostolo Giovanni si sarebbe stabilito ad Efeso e da lì avrebbe fondato diverse comunità cristiane nell’Asia Minore, o proconsolare (sono quelle delle 7 città nominate nell’Apocalisse), le quali si trovano in una situazione assai critica sia dal punto di vista sociopolitico che religioso.

A livello sociopolitico la situazione è grave: è l’epoca delle persecuzioni contro i cristiani che iniziano con l’imperatore romano Domiziano (81 – 96 d. Cr.); le autorità pagane fanno pressioni, c’è il pericolo che i credenti cedano all’idolatria e al culto dell’imperatore.

A livello religioso nascono vari problemi legati al fatto che siamo ormai lontani dai tempi di Gesù e questi sono i cristiani della 2a e 3a generazione: c’è il rischio di perdere il contatto con la parola viva di Gesù, con conseguenti due grossi pericoli:

  • per i giudeo-cristiani (cioè i convertiti provenienti dall’ebraismo), dopo che il giudaismo a Jamnia nel 70 d. Cr. ha serrato le fila e decretato la scomunica e l’esclusione dalla sinagoga per chi riconosce che Gesù è il Cristo, c’è il pericolo di un ritorno al giudaismo
  • per gli etno-cristiani (cioè i credenti provenienti dal paganesimo) c’è il pericolo rappresentato dal fascino di tendenze gnostiche che predicavano la fuga dal mondo, la non considerazione della storia, la condizione irrimediabilmente decaduta dell’umanità, da cui solo pochi si salvano mediante la vera “conoscenza” (gnosi) e anche il pericolo rappresentato dal fascino del docetismo, secondo cui Gesù solo apparentemente era uomo, perché Dio non poteva né soffrire né morire.

In tale situazione occorreva far risentire chiaramente l’eco della Parola di Gesù. Ma come? All’evangelista non interessa tanto riportare nuovamente le parole di Gesù già presenti nei Sinottici, ma approfondire il senso della sua vita e del suo messaggio e così egli ci offre il risultato di una profonda riflessione sulla figura di Gesù; di qui le differenze prima notate rispetto ai Sinottici.

2° – L’AUTORE DEL 4° VANGELO

Alla domanda “Chi è Giovanni?” è impossibile rispondere con certezza scientifica.

Dal Nuovo Testamento emergono i seguenti elementi:

  • in Marco 1,19-20 c’è la chiamata di Giacomo, figlio di Zebedeo, e di Giovanni suo fratello, i quali, lasciato il padre, seguirono Gesù; sempre in Marco (3,17) questi fratelli vengono chiamati “figli del tuono” (in greco “boanerghes”), per il loro carattere non proprio violento, ma impetuoso, anche entusiasta
  • inoltre dall’insieme dei vangeli sappiamo che Giovanni e Giacomo insieme a Pietro costituiscono una sorta di “terzetto” privilegiato: solo loro sono presenti al miracolo della resurrezione della figlia di Giairo (Marco 5,37); solo loro sono con Gesù sul monte della Trasfigurazione e al Getsemani
  • se poi passiamo al vangelo di Giovanni, abbiamo ovviamente molte altre notizie su di lui: durante l’Ultima Cena, reclinando il capo su Gesù, Giovanni gli chiede chi è il traditore; è l’unico apostolo presente ai piedi della croce; prima di morire,Gesù gli affida sua madre; accorre con Pietro alla tomba vuota ed è il primo che, notate le bende per terra, “vide e credette”. Però nel vangelo l’apostolo non è mai chiamato Giovanni, bensì il Discepolo Amato (D.A.). Dunque volutamente l’autore resta anonimo. Perché? Lo vedremo più avanti.
  • infine, negli Atti degli Apostoli vediamo Giovanni spesso a fianco di Pietro in importanti missioni.

Sull’apostolo c’è poi una Tradizione che si è formata nella Chiesa primitiva circa questa enigmatica figura.

Fin dal 2° sec. l’autore è identificato con il D.A. Così ad esempio Ireneo nel 180 d. Cr.

Poi però sorgono dubbi su questa identificazione perché un’altra tradizione dice che Giovanni morì abbastanza presto, martire, come suo fratello Giacomo.

D’altronde altre diverse interpretazioni dicono che sì gli fu elargito il dono del martirio: la flagellazione e l’immersione nell’olio bollente, inflittegli durante la persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96) che pretendeva di essere adorato come un dio; ma per miracolo Giovanni ne scampò vivo e integro. E così potè continuare ad esercitare il suo ministero nella Chiesa di Efeso, dove avrebbe scritto il vangelo.

Successivamente, sempre a causa della persecuzione romana dei cristiani in Asia Minore, nel 95 fu esiliato a Patmos, dove avrebbe scritto l’Apocalisse.

Ma altri dicono che, al cessare della persecuzione di Domiziano, nel 96 riuscì a tornare dall’esilio e fu ancora per qualche tempo a capo della Chiesa di Efeso.

Concludendo, pare ormai certa l’identificazione del D.A. con l’apostolo Giovanni, tanto più che, secondo un’acuta osservazione di Tuni-Alegre, “forse l’autore materiale del 4° vangelo mantiene l’anonimato per far capire che il vero autore è il Paraclito, lo Spirito Santo: lui è la garanzia ultima della veridicità della testimonianza contenuta nel testo” (cfr. Giov.19,35 e 21,24). Si dice infatti che il 4° vangelo è un vangelo testimoniale, cioè tramandato da un testimone oculare.

3° – FORMAZIONE, DATAZIONE E STRUTTURA DEL 4° VANGELO

A base e fondamento di tutto stanno la predicazione orale (in aramaico e greco) e la testimonianza di Giovanni, figlio di Zebedeo, “il discepolo che Gesù amava”.

Successivamente i discepoli di Giovanni elaborano i dati del maestro e danno vita alle grandi composizioni drammatiche e ai discorsi. Questa fase è ancora all’insegna dell’oralità.

Interviene lo scrittore, forse il discepolo più in vista della scuola giovannea, che fissa nello scritto la predicazione orale.

Il testo scritto conosce un’ulteriore elaborazione e quindi una seconda edizione, come ben documenta il cap.21, di mano diversa rispetto ai precedenti, e provvisto di una seconda conclusione, dal momento che il cap.20 aveva già senso compiuto.

Il testo attuale vede la luce, con tutta probabilità, sul finire del I° secolo, verso gli anni 90-100. A tale conclusione si giunge considerando le scoperte papirologiche, che impediscono di andare oltre il I° secolo, e lo studio interno del testo, che impedisce di scendere sotto il 90.

Quanto al luogo di composizione, una tradizione che fa capo a Ireneo, Policrate (entrambi dell’Asia e vissuti nel II° secolo), Clemente Alessandrino e Origene, attesta che Giovanni è vissuto ed è morto a Efeso. Tale località rimane ancor oggi la più probabile, anche se non mancano voci discordanti che vorrebbero Antiochia di Siria come patria del 4° vangelo.

Com’è strutturato il vangelo di Giovanni?

Lo si capisce da una dichiarazione del redattore stesso al cap.20°:«30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».

Dei quattro evangelisti Giovanni è il solo che conclude la sua opera dandoci una valutazione di essa e manifestando l’intenzione per cui l’ha scritta (Luca per lo stesso scopo ha preferito un Prologo).

Ora, sia per i giudeo-cristiani che rischiavano di tornare al giudaismo, sia per gli etno-cristiani affascinati da gnosi, docetismo, etc. l’idea fondamentale che guida l’evangelista è la seguente: LA RIVELAZIONE NELLA STORIA DEL VERBO INCARNATO, MESSIA E FIGLIO DI DIO, anzitutto mediante SEGNI E DISCORSI, in secondo luogo mediante il suo INNALZAMENTO SULLA CROCE E, CON LA RESURREZIONE, la sua ELEVAZIONE ALLA GLORIA. Tutto questo per SUSCITARE LA FEDE, e così DONARE LA VITA all’uomo, la vita vera, che non muore mai.

Come vedremo, il filo conduttore che guida il 4° vangelo è l’intento di far apparire il progressivo svelarsi di Cristo e quindi il progressivo manifestarsi della fede e dell’incredulità.

4° – STRUTTURA DEL IV° VANGELO

PROLOGO: 1,1-18: inno al Verbo incarnato

Ia PARTE (1,19 – 12,50):

IL LIBRO DEI SEGNI E DELLE OPERE RIVELAZIONE DI GESU’ AL POPOLO

  1. 1,19 – 51 Testimonianza del Battista e chiamata dei primi discepoli
  2. 2 – 4 Primi “segni-miracoli” e dialoghi (con Nicodemo, samaritana, funzionario regio)
  3. 5 – 10 L’opposizione dei giudei nel contesto delle grandi feste giudaiche
  4. 11 – 12,50 Resurrezione di Lazzaro. L’opposizione dei Giudei diventa aperta ostilità. Gesù va verso la morte e la glorificazione

IIa PARTE (13,1 – 20,28):

IL LIBRO DELLA PASSIONE, DELL’ORA E DELLA GLORIA RIVELAZIONE DI GESU’ AI SUOI DISCEPOLI

  1. 13 – 17 Il libro degli addii:

lavanda dei piedi e discorsi su amore, immanenza, Paraclito

  1. 18 – 19 Il libro della Passione: il Getsemani, i due processi, la crocefissione
  2. 20 La resurrezione e prime apparizioni

1a CONCLUSIONE: 20,30-31

EPILOGO: 21,1-23 (aggiunta posteriore): Altre apparizioni del Risorto. CONCLUSIONE FINALE: 21,24-25: valutazione finale dell’opera di Gesù.

2 .

IL PROLOGO

( Gv 1, 1 – 18 )

1° – IL TESTO

1 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

2 Egli era, in principio, presso Dio:

3 tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

4 In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

5 la luce splende nelle tenebre

e le tenebre non l’hanno vinta.

6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

7 Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

8 Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

10 Era nel mondo

e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

11 Venne fra i suoi,

e i suoi non lo hanno accolto.

12 A quanti però lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,

13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

14 E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me è avanti a me,

perché era prima di me”.

16 Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto:

grazia su grazia.

17 Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

18 Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.

Fin dall’inizio Giovanni si stacca nettamente dagli altri evangelisti: il suo interesse non si limita alla vita pubblica di Gesù (cfr. Marco), né vuole indagare circa la sua infanzia (cfr. Matteo e Luca).

Con una grandiosa ouverture Giovanni ci porta nel mistero stesso di Dio; ma non fa dell’alta teologia, non parla di ciò che la teologia posteriore avrebbe indicato come le “processioni trinitarie”. Il Prologo ci presenta la descrizione della storia della salvezza in forma di inno, così come il salmo 78 descrive poeticamente la storia di Israele.

Pensate che, fin dai tempi più antichi della Chiesa, il Prologo giovanneo fu considerato la più sacra delle sacre parole, e quindi fu circondato da una particolare venerazione, come se fosse un “sacramento”, una reliquia. Veniva usato come formula, ossia come Parola efficace, nel rito di benedizione ai malati e ai bambini.

Fino alla riforma liturgica del Concilio, esso veniva recitato al termine della Messa con l’intenzione di accompagnare i fedeli nella vita quotidiana con un’ultima benedizione protettrice.

2° – ORIGINE E STRUTTURA DEL PROLOGO

Com’è noto, i vangeli sono stati costruiti utilizzando materiale preesistente.

Nel lungo periodo intercorso tra la vita terrena di Gesù e i vangeli (almeno 30 anni), le comunità cristiane avevano già una liturgia: si amministrava il Battesimo, si celebrava l’Eucarestia, si concedeva il perdono dei peccati, si cantavano inni in onore di Cristo, tra cui certamente l’inno al Logos del nostro vangelo.

Poiché gli inni cristologici erano tipici dell’Asia Minore e la redazione finale del 4° vangelo avvenne quasi certamente ad Efeso, è del tutto plausibile che il redattore del 4° vangelo abbia ripreso e adattato tale inno come prologo al suo testo.

Questi adattamenti sono evidenti nei vv.6-8 e 15, versi introdotti successivamente che parlano di Giovanni Battista e ne preannunciano il ruolo storico-teologico nei confronti di Gesù, nonché nei vv.12c-13, che sviluppano con terminologia tipica del redattore il v.12ab.

Il Prologo si può suddividere in 4 parti con due intermezzi che si riferiscono a Giovanni Battista. L’inno, già presente nella comunità giovannea, celebrava il Verbo di Dio Creatore e il Verbo di Dio nell’opera della redenzione. Di qui le due grandi parti e le successive divisioni per un totale di sei strofe: I°:vv.1-5; II°: vv.6-8; III°:vv.9-13; IV°: v.14; V°: v.15; VI°: vv.16-18.

3° – Ia STROFA (vv.1-5)

NOVITÀ E ORIGINALITÀ DEL LOGOS GIOVANNEO

  • In principio…”: chiaramente questa espressione fa venire subito in mente Gen.1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra…”; e certamente il rimando a Genesi è voluto, ma non si tratta dello stesso inizio.

En archè” di Giovanni va aldilà del momento della creazione, e d’altronde non vuole neppure indicare il punto iniziale del tempo (visto che, com’è noto, anche il tempo è una realtà creata!). Esso ci fa piuttosto uscire dal tempo e ci introduce nella sfera divina, là dove non c’è né inizio né mutamento.

  • “…era il Verbo”: il termine è la traduzione italiana di “Verbum” latino, che a sua volta rende il greco “Logos”, il cui significato è “parola”, e di conseguenza anche “discorso, predicazione”, cioè sempre qualcosa che esprime qualcos’altro.

Come sappiamo, la parola e (il discorso= insieme di parole) esprime il pensiero; pericò nel greco classico “logos” significa anche “pensiero, ragionamento, ragione” (da “logos” deriva infatti “logica”!).

Infatti la filosofia greca parlava del “Logos” come del pensiero, dello spirito razionale che anima e tiene insieme il mondo. In particolare il filosofo greco Eraclito (vissuto 500 anni prima proprio ad Efeso!) designava con Logos quel principio eterno, a tutti “comune”, che è coesivo e interno al mondo, così da farne un cosmo ordinato.

Come visto, ad Efeso quasi certamente nacque il 4° vangelo; e dunque è possibile un contatto tra il Logos eracliteo e il Logos giovanneo, come è possibile un contatto tra la Parola e la Sapienza personificata nel Primo Testamento (cfr. Prov.8,22-31; Giobbe 28; Baruch 3,9-4,4; Sap.6-9, in particol.7,24-8,1; Sir.24). Ma in entrambi i casi la distanza è notevole.

Né il Logos greco né la Sapienza ebraica avrebbero mai potuto identificarsi con un essere umano, in carne e ossa, proprio quello che invece Giovanni afferma:”Il Verbo si fece carne”.

In secondo luogo la Sapienza è creata, il Verbo no.

  • “e il Verbo era presso Dio”: questa traduzione è lontana dall’originale “Logos èn pròs ton theòn”= il Verbo era rivolto a Dio, in atteggiamento contemplativo. Per capirlo dobbiamo tornare un momento sul significato di Logos come parola che esprime qualcosa (o espressione); esprimere, come si vede meglio nel corrispondente latino “ex-primere”, indica un provenire, un venir fuori da.

Il Logos-espressione è allora Dio stesso in quanto esce da Se stesso, si ex-prime, esiste Lui e a sua volta fa ex-sistere. E dunque si rivela alle creature da Lui dotate di conoscenza.

Ma la parola Logos non è uguale alla parola Dio, in greco Theòs; infatti Giovanni ci dice che c’è una distinzione tra loro e che il Logos-Verbo è rivolto verso Dio. come si vedrà nel vangelo, questo significa che, anche quando si trova tra gli uomini, Gesù guarda costantemente al Padre, è il Padre il paradigma irrinunciabile su cui modella il suo agire.

  • “e il Verbo era Dio”: ancora il verbo “era” all’imperfetto, che suggerisce una permanenza fuori dal tempo; ancora l’identità Logos-Dio, mentre la Sapienza era creata.

Il v.3 poi afferma enfaticamente che tutta la creazione dipende dal Logos, il quale è il Mediatore dell’intera creazione, come dirà più volte s.Paolo.

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.” (vv.4-5)

Assistiamo al passaggio dalla prospettiva cosmica della creazione a quella antropologica della salvezza. Vediamo intrecciarsi i concetti di “vita” e di “luce”, intimamente uniti nella teologia giovannea. La luce, che qualifica il regno di Dio come il regno del bene, della giustizia, della verità e dell’amore, trova un grande ostacolo nelle tenebre, che qualificano il regno di Satana come regno del male e dell’iniquità; la nuova traduzione “le tenebre non l’hanno vinta” è certamente più vicina al senso dell’originale, rispetto alla precedente “non l’hanno accolta”.

4° – IIa e IIIa STROFA (vv.6-8 e vv. 9-13) RIFIUTO E ACCOGLIENZA DEL LOGOS DA PARTE DEGLI UOMINI

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce,” (vv.6-8)

“Venne”= greco egheneto è lo stesso verbo usato al v.3 per dire “tutto è stato fatto” ed è un verbo che si contrappone chiaramente all’ “en”= era, ripetuto al v.1, dal momento che “einai” dice l’essere eterno, atemporale e “ghignomai” dice: a) il cominciare ad essere: è il dinamismo creativo di Dio, che fa essere le cose; b) il fatto storico, avvenuto una volta e circoscritto dai limiti temporali, di Giovanni mandato da Dio.

Anche riguardo al Battista c’è un’evidente differenza tra i sinottici e Giovanni; i primi lo definiscono come il “precursore”, cioè colui che con la sua vita e la sua morte da martire ha preannunziato la vita e la morte di Gesù; Giovanni lo definisce piuttosto come il testimone.

“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (v.9)

Da notare l’elemento universalistico, già presente nel v.3 “tutto fu fatto….” e ora ribadito nei riguardi dell’umanità. Il che significa che ogni uomo, anche se di religione primitiva – come l’Africano che adora il fiume o il Pellerossa con il suo Totem – è illuminato dal Logos e si trova in cammino verso di Lui, per vie note a Dio solo. E noi non possiamo fare altro che ringraziare il Signore per aver ricevuto la pienezza della Rivelazione in Cristo Gesù.

“Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”(vv.10-13)

Commenta Mons.Orsatti: “Il v.10 riferisce la tragica situazione del rifiuto da parte degli uomini. Ciò che sconcerta è che l’ostilità viene da coloro dai quali era attesa benevola accoglienza (“i suoi”, Israele possesso di dio, parte viva dell’alleanza……Fortunatamente non tutto è perduto: In manifesta opposizione al rifiuto di qualcuno, si colloca l’accettazione di altri. L’accoglienza del Logos cambia “ontologicamente” (cioè nell’essere vero e proprio) la condizione delle persone, ammesse a un’intimità divina che prende il lusinghiero statuto di figliolanza. Alcuni, grazie alla fede con la quale entrano in connessione con la realtà divina, sperimentano l’ardita prospettiva di diventare “figli di Dio”.

Ecco così un altro collegamento con Genesi. Là l’uomo è fatto a immagine di Dio, qui siamo passati a un livello superiore: non solo immagine, ma addirittura figli.

Nel v.13 troviamo poi la marcata opposizione tra l’essere nato in modo naturale e l’essere nato da Dio. E’ la differenza tra l’umano e il divino, l’ordinario e lo straordinario.

5° – IVa STROFA (v.14)

  • “E il Verbo si fece carne…” (v.14a) L’inno raggiunge qui il suo vertice; questa affermazione è infatti il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio, perché riferisce l’evento culminante della storia della salvezza: il Logos diventa uomo; “si fece” in greco è “eghèneto”: ecco ancora il verbo del tempo e del divenire, quello che esprime un inizio.

Quanto a “carne” (“sarx” in greco e “basar”in ebraico), nel linguaggio biblico il termine non si riferisce al corpo o alla parte materiale dell’uomo, ma designa l’uomo in quanto semplice creatura, nel suo aspetto terrestre e mortale: è la natura umana nella sua fragilità, nella sua normalità, nel suo divenire.

  • “e venne ad abitare in mezzo a noi” (v.14b); “venne ad abitare” in greco è “eskènosen”, cioè “piantò la sua tenda”. Per il beduino, uomo del deserto, la tenda è la sua casa e quindi piantare la tenda diventa sinonimo di abitare. L’abitazione di Dio in mezzo al suo popolo attraversa tutta la tradizione biblica (l’arca, il tempio, Sion) e approda qui al suo punto massimo.
“e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.” (v.14bc)

Qui si indica la lettura della vicenda di Gesù che la fede ha saputo fare; il “noi” che compare all’improvviso è il “noi apostolico”, di coloro che hanno concretamente visto la Sua gloria.

Ma che significa “vedere?” e a quali condizioni è possibile?

Anzitutto “vedere” è possibile all’interno di un “noi”, come dice la formula al plurale: è un vedere comunitario. Giovanni sa molto bene che la storia di Gesù è stata compresa (e continua ad esserlo) solo in una comunità credente.

Quanto alla “gloria”, notiamo che nel Nuovo Testamento la “gloria di Gesù” è la gloria stessa di Dio; essa compare nei grandi “segni” che il Messia compie, nella Trasfigurazione e soprattutto nella Resurrezione. Agli occhi dell’evangelista Giovanni la gloria divina che traspare nel Figlio non è solo manifestazione di potenza, ma di amore inarrivabile verso il Padre e verso gli uomini: un amore di pura offerta, che non arretra davanti al proprio annientamento, al dono della sua stessa vita.

6° – V° e VI° STROFE (v.15 e vv.16-18)

“Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”.16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.” (vv.15-18)

E’ la strofe conclusiva, che condensa, in un solenne finale, il significato complessivo del Prologo. Ricompare Giovanni Battista, per riaffermare il primato assoluto del Logos fatto carne.

Giovanni “proclama” (in greco “kekragen”= ha gridato) che chi è giunto dopo di lui in realtà è “primo”, cioè: prima ancora di venire, già esiste prima e al di sopra di lui.

Scrive E. Fermi: “E da questo primato, testimoniato dal Battista, Giovanni fa discendere le tre conseguenze fondamentali dei vv.16-18. La prima è la “pienezza “ del Logos incarnato, la sua inesauribile ricchezza di vita, di luce, di grazia, da cui tutti “ricevono”. Egli è la fonte divina a cui gli uomini attingono, consapevoli o inconsapevoli.

“Noi tutti”: chi? Noi uomini tutti, o noi credenti in Cristo? L’espressione, ad un primo livello, vale per tutti gli uomini, in quanto è solo attraverso e grazie al Logos che essi esistono e sono quello che sono; da Lui ricevono vita e luce, anche se questa vita e questa luce poi molti rifiutano.

Vale poi per tutti coloro che sono stati gratificati di una speciale elezione, con riferimento alle alleanze che si sono succedute nel tempo (da Noè al Sinai).

Vale infine in modo del tutto eminente per coloro che, generati come figli di Dio attraverso il Figlio divenuto carne, sono stati chiamati a far parte della nuova ed eterna alleanza conclusa nel sangue del Cristo morto e risorto. Costoro più di tutti possono dire, insieme all’apostolo ed evangelista, “abbiamo ricevuto grazia su grazia”.

La seconda conseguenza è che la grazia e la verità vennero per mezzo di Cristo. Se è vero che il Cristo è la Via, la Verità e la Vita (Giov.14,6), Egli è la Verità in quanto dice pienamente chi è Dio e chi è l’uomo; e poi Egli “fa la Verità” secondo Dio. Ma la grazia, il dono avvenuto attraverso di Lui, va oltre, per così dire, questo apporto veritativo: è ultimamente il Cristo stesso, il Logos fatto carne per la vita degli uomini.

La terza conseguenza è quella che chiude, in modo maestoso e al tempo stesso perentorio, questa ultima strofe e l’intero Prologo: è la rivelazione di Dio.

“Dio nessuno l’ha mai visto”: Giovanni qui ribadisce quanto affermato da tutto l’Antico Testamento: l’uomo non è in grado, finchè vive quaggiù, di vedere Dio così come Egli è; non potrebbe sostenere la sua vista, non solo perché peccatore, ma prima ancora perché creatura fragile e provvisoria, incapace di contenere il Mistero divino che lo ha suscitato…..L’insegnamento biblico è coerente: nessun uomo può conoscere Dio, se Dio in qualche modo non gli si rivela, né tanto meno può stabilire un rapporto personale con Lui, se Dio per primo non gli viene incontro… Nessuno

ha mai visto Dio, ma l’Unigenito, che è Dio e che è uno col Padre, fattosi uomo, ha permesso agli uomini di “vederlo”, di conoscerlo, nella misura suprema consentita all’uomo su questa terra… Gesù , il Logos fatto carne, ha “espresso” (è un’altra traduzione di “exeghèsato” = rivelato)

Dio nella forma più completa accessibile all’uomo, cioè vivendo da uomo tra gli uomini; ha vissuto Dio da uomo, perché l’uomo diventi uno con Dio.

7° – IL PROLOGO E IL VANGELO DI GIOVANNI

Nessuno lo sa con certezza, ma probabilmente Giovanni ha composto il Prologo non prima, bensì alla fine del vangelo, come sua espressione complessiva; poi però lo ha posto all’inizio come un grandioso portale di accesso. Ecco perché ci sono stretti legami tra il Prologo e il 4° vangelo.

I concetti teologici del brano iniziale vengono ripresi e sviluppati nel corso del vangelo. Così, se in esso si asserisce che il Logos è la luce che brilla nelle tenebre, che divenne carne, che fu rifiutato, che manifestò la sua gloria, il vangelo ci dice come e dove il Verbo si manifestò come luce, fu rifiutato, rivelò la sua gloria.

Così, alla fine del Prologo, il lettore è posto nella condizione ideale di seguire lo sviluppo del Vangelo, perché ha in mano le “chiavi” per capirlo.

Nel simbolismo della tradizione cristiana, Giovanni è raffigurato come l’aquila, conosciuta nell’antichità come l’uccello che volava alto e andava a nidificare su picchi inaccessibili all’uomo.

E certamente questa prima pagina del suo vangelo è eccelsa, come ben sottolineano queste due affermazioni:

“Questa pagina così breve è lo sguardo dell’aquila sull’infinito. Essa ha posto san Giovanni al vertice di coloro che hanno contemplato le cose di Dio”. (G.B. Lacordaire)

“Se i testi valgono a motivo del loro significato, abbiamo qui la pagina più preziosa che sia mai stata scritta; essa mette il sigillo alle rivelazioni divine”. (A. Durand)

BIBLIOGRAFIA SUL VANGELO DI GIOVANNI

  • B. MAGGIONI, Il vangelo di Giovanni, in “I Vangeli”, a cura di Barbaglio, Fabris, Maggioni, Cittadella Ed.
  • B. MAGGIONI, Il racconto di Giovanni, Cittadella Ed.
  • MAGGIONI, La brocca dimenticata (I dialoghi di Gesù nel vangelo di Giovanni), Vita e Pensiero
  • B. MAGGIONI, Dio ha tanto amato il mondo, EMI
  • L’autore medita su alcuni brani di Giovanni, con particolare attenzione alla spiritualità missionaria.
  • G. SEGALLA, Giovanni, Paoline: presenta ottime introduzioni e note.
  • L. PACOMIO, Il vangelo secondo Giovanni, Ancora (10 meditazioni su altrettante tematiche di Gv.)
  • M. ORSATTI, Giovanni il vangelo “ad alta definizione”, Ancora
  • Scritto in un linguaggio piano, il testo offre anche molte possibilità di approfondimenti attraverso le indicazioni bibliografiche, nonché alcune “Note di teologia giovannea” su glorificazione, verità, etc.
  • X. L. DUFOUR, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, San Paolo
  • Ogni versetto del testo è analizzato e sviscerato con sorprendente ricchezza di riferimenti storici, archeologici, patristici, spirituali, senza dimenticare l’attualizzazione del testo.
  • S. GRASSO, Il vangelo di Giovanni, (commento esegetico e teologico), Città Nuova.
  • E. MENICHELLI, I simboli biblici nel vangelo di Giovanni, Ancora
  • S. FAUSTI, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, 2 voll., EDB
  • S. A. PANIMOLLE, Lettura pastorale del vangelo di Giovanni, 3 voll. EDB
  • C. M. MARTINI, Il vangelo secondo Giovanni (nell’esperienza degli esercizi spirituali), Borla
  • C. M. MARTINI, Il caso serio della fede (riflessioni su Giovanni), Piemme
  • A. ROTONDO, Dialogo d’amore. Figure femminili nel vangelo giovanneo, Ediz. OCD Roma
  • W. BINNI, La Chiesa nel quarto vangelo, EDB
  • P.COMPAGNONI, Come pregava l’ebreo Gesù, IPL (utile per feste e preghiere ebraiche)
  • TESTI IMPEGNATIVI
  • J. MATEOS – J. BARRETO, Dizionario teologico del Vangelo di Giovanni, Cittadella Ed.
  • R. FABRIS, Giovanni, Borla
  • R. SCHNACKENBURG, Il Vangelo di Giovanni, 4 voll., Paideia
  • R. E. BROWN, Giovanni, Cittadella Ed.

Fonte del testo

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