8 August 2020 Versione CEI 2008

Il primato dell’amore verso Dio sulla famiglia

Mt 10,37-42

“[37] Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;[38] chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
[39] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.[40] Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
[41] Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.[42] E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”
(Mt 10,37-42).

Da: C. MIGLIETTA, L’EVANGELO DELLA FAMIGLIA. Matrimonio cristiano e situazioni di fragilità dopo l’“Amoris laetitia” di Papa Francesco, Gribaudi, Milano, 2016

Il primato dell’amore verso dio sulla famiglia

Uno dei temi su cui la Chiesa ha puntato di più negli ultimi tempi è quello della famiglia: spesso riguardano l’etica familiare i famosi “valori non negoziabili”. Ma se Gesù ha sottolineato con forza il progetto di Dio sul matrimonio, ha anche ribadito l’assoluto primato dell’Amore verso Dio anche sui legami familiari.

Il contrasto di Gesù con la famiglia di origine

Gesù chiarì subito questa gerarchia dei valori con la famiglia di origine. Fin da ragazzo, a dodici anni, abbandona i suoi per restare nel Tempio di Gerusalemme a discutere con i dottori[1]. Gesù avrebbe almeno potuto avvisare i suoi genitori, ma il racconto lucano è volutamente paradossale, per sottolineare il primato di Dio su qualunque altro affetto. A Maria che gli chiede: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”, Gesù risponde: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,48-49).

Il primato dell’amore a Dio

Il contrasto che Gesù aveva con la sua famiglia è ancora esplicitato dall’episodio in cui la madre di Gesù ed i suoi parenti vanno a cercarlo “per andare a prenderlo” (Mc 3,20-35[2]): già si noti che il verbo qui usato per “prendere” è in greco kratèo, che significa “impadronirsi con la forza”. Marco spiega il motivo di questa violenza che i famigliari volevano fare a Gesù: “perché dicevano: <<È fuori di sé!>>” (Mc 3,21). Avvisano Gesù: “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano” (Mc 3,32). Gesù, volgendo lo sguardo sui suoi discepoli che lo attorniavano, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, egli è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,35). L’evangelista Luca ritocca lievemente questa risposta e spiega in tal modo che cosa si intenda per volontà di Dio: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21).

Sicuramente non ci saremmo aspettati che Gesù trattasse così male sua madre. Ma in realtà Gesù sta facendo di Maria l’elogio più bello, perché la grandezza di Maria non sta tanto nella sua maternità fisica, ma nell’essere stata la discepola perfetta, colei che ascolta la Parola e la mette pienamente in pratica, la donna del “sì”, dell’“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Maria che, come Gesù, non ha paura di mischiarsi con i peccatori e gli increduli che ritengono il Nazareno un pazzoide, senza giudicarli, sicura che l’amore li convertirà: infatti alla fine questi ostinati oppositori di Gesù dopo la sua resurrezione diventeranno le colonne della Chiesa nascente[3].

Non solo Gesù ebbe difficoltà con la famiglia di origine, ma spesso lanciò durissimi messaggi che scuotono profondamente le nostre concezioni ireniche di vita familiare. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice chiaramente che “se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25-27).  Gesù non ci chiede di odiare la famiglia: nelle lingue semitiche non c’è il comparativo relativo: quindi “odiare” (misèin) significa solo “amare meno”, “mettere al secondo posto”. Ma il messaggio della subordinazione dell’istituto familiare alle esigenze del Regno di Dio è chiarissimo.

Il matrimonio realtà “penultima”

Notiamo che il testo sopraccitato del Vangelo di Luca aggiunge “la moglie” (Lc 14,26) all’elenco matteano, nel brano corrispondente, di “padre, madre, figlio e figlia” (Mt 10,37). D’altra parte sempre in Luca poco prima Gesù ha ribadito che “ho preso moglie” (Lc 14,20) non è una scusa valida di fronte alla chiamata del Signore.

Questa radicalità nella sequela in confronto ai valori familiari è sottolineata anche in altri due episodi sconcertanti: “A un altro disse: <<Seguimi>>. E costui rispose: <<Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre>>. Gesù replicò: <<Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio>>. Un altro disse: <<Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa>>. Ma Gesù gli rispose: <<Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio>>” (Lc 9,59-62[4]).

Questi due brani sono nel caratteristico genere letterario evangelico del paradosso. Nel primo caso, “il comando di seppellire il proprio padre è implicito nella Torah, come estensione del comandamento del decalogo circa l’onore da tributare ai genitori[5], ma esplicito nel giudaismo[6]” (A. Mello): eppure Gesù ribadisce che la sua sequela ha preminenza su tutto.

Nel secondo episodio un uomo è disposto a seguire Gesù, ma chiede il tempo di salutare quelli di casa. Ma c’è di nuovo quel “prima” che il Signore non accetta: “Lascia prima che…” (Lc 9,59.61). Questo episodio richiama la vocazione di Eliseo da parte del profeta Elia: alla chiamata di quest’ultimo, Eliseo disse: “<<Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò>>. Elia disse: <<Va’ e torna>>” (1 Re 19-20). Se la chiamata da parte di Dio nell’Antico Testamento rientrava ancora nelle dimensioni del comune sentire, ora quella di Gesù irrompe impetuosa nella vita degli individui, facendo loro mettere da parte tutti gli altri aspetti, pur giusti, della vita. E’ una chiamata che esige una risposta totale, immediata, senza “se” e senza “ma”.

Gesù sa che il suo messaggio può portare divisione nelle famiglie: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono infatti venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10,34-35); “Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mt 10,21-22). Ma seguire Gesù è tutto. Il suo amore è un amore geloso, totalizzante: di fronte all’amore di Gesù tutto sfuma, è relativizzato, perde importanza.

Il matrimonio, pur realtà così grande, non è quindi fine a se stesso: è “realtà penultima”. E questo non solo perché nel Regno, ci dice Gesù, non vi sarà più né maschio ne femmina, ma “saremo come angeli di Dio” (Mt 22,30), ma perché l’unico fine per il credente è la sequela del Signore, lo Sposo per eccellenza[7]. Ci si sposa non per guardarsi negli occhi, ma per guardare insieme nella stessa direzione, che è Cristo unico Signore.

Il “binachesimo”

Il primo imperativo per i coniugi credenti dovrà quindi essere l’obbedienza al “Seguitemi!” (Mt 4,19), invito rivolto a tutti, sposati e celibi. A tutti, sposati e celibi, Gesù comanda: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,27), con buona pace di Paolo che in 1 Cor 7,33 dice che gli sposati amano Dio con cuore “diviso”! A tutti, sposati e celibi, Gesù rivolge l’invito: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”  (Mt 5,48). Per tutti, sposati e celibi, vale il discorso della montagna, che proclama beati, cioè amati in modo particolare da Dio, i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati ed assetati di giustizia, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia e per il nome di Gesù[8]. Per tutti, coniugi compresi, ovviamente in forme diverse, vale l’appello di Gesù: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri” (Mt 19,21)[9]. A tutti Gesù ricorda “la necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 21,36). A tutti Gesù dà la missione: “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28,19-20).

Occorre oggi più che mai che i coniugi cristiani si riapproprino di queste pagine evangeliche che li chiamano  alla santità, stimolati dal Concilio Vaticano II che ricorda che ad essa “tutti i fedeli, di qualsiasi stato o grado sono chiamati”[10]: “i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio… si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale”[11] e “tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione”[12]. Afferma Papa Francesco: “Le famiglie raggiungono a poco a poco, <<con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale>>[13][14].

Per la prima volta un documento ufficiale, l’“Amoris laetitia”, dichiara che non c’è superiorità del matrimonio sulla verginità consacrata: “San Giovanni Paolo II ha affermato che i testi biblici <<non forniscono motivo per sostenere né l’“inferiorità” del matrimonio, né la “superiorità” della verginità o del celibato>>[15] a motivo dell’astinenza sessuale. Più che parlare della superiorità della verginità sotto ogni profilo, sembra appropriato mostrare che i diversi stati di vita sono complementari, in modo tale che uno può essere più perfetto per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista. Alessandro di Hales, per esempio, affermava che in un senso il matrimonio può considerarsi superiore agli altri sacramenti: perché simboleggia qualcosa di così grande come <<l’unione di Cristo con la Chiesa o l’unione della natura divina con quella umana>>[16][17]; “<<Non vi è invece alcuna base per una supposta contrapposizione… Se, stando a una certa tradizione teologica, si parla dello stato di perfezione (status perfectionis), lo si fa non a motivo della continenza stessa, ma riguardo all’insieme della vita fondata sui consigli evangelici>>[18]. Tuttavia una persona sposata può vivere la carità in altissimo grado. Dunque <<perviene a quella perfezione che scaturisce dalla carità, mediante la fedeltà allo spirito di quei consigli. Tale perfezione è possibile e accessibile ad ogni uomo>>[19][20]; “Pertanto, coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica”[21]. “La verginità e il matrimonio sono, e devono essere, modalità diverse di amare”[22].

Finora la sequela radicale del Signore era spesso una proposta solo per i monaci: ma dobbiamo ricordarci che nel cristianesimo esistono solo coloro che seguono in totalità il Signore da soli, i “monaci”, e coloro che lo seguono in totalità con la propria moglie o il proprio marito, i “binaci”: talora ho espresso pedagogicamente proprio nel neologismo “binachesimo” la sottolineatura della comune chiamata alla santità, che deve essere riproposta con forza agli sposati[23]. Scriveva il cardinal Poletto nella Prefazione al mio libro: “La Famiglia secondo la Bibbia. I fondamenti biblici della vita familiare”, in cui per la prima volta usavo il termine “binachesimo”: “Scorrendo il libro, ha attirato la mia attenzione… un neologismo: il <<binachesimo>>… Messo in relazione con il <<monachesimo>>, con il quale si rapporta, evidenzia in modo felice come la via alla perfezione cristiana non sia rappresentata soltanto dal monaco, bensì dalla <<vita a due>>. <<Bini>>, in latino, dice appunto <<l’andare insieme di due persone>>… Il neologismo… può esprimere un concetto fondamentale per la vita del cristiano: il richiamo alla santità, espresso ripetutamente dal Concilio, raggiunta proprio nella vita di coppia”[24].

Ci dice il Concilio Ecumenico Vaticano II: “Modello perfetto di tale vita spirituale e apostolica è la Beata Vergine Maria, Regina degli Apostoli, la quale, mentre viveva sulla terra la vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo, e cooperava in modo del tutto singolare all’opera del Salvatore”[25].

[1] Lc 2,41-51

[2] Mc 3,31-35; Mt 12,46-50; Lc 8,19-21

[3] Mt 13,55; Gal 1,19; 2,9; At 12,17; 15,13; 21,18; Gd 1,1

[4] Mt 8,21-22

[5] Es 20,12

[6] Tb 4,3; 6,15

[7] Mt 22,11; 25,1-12; 2 Cor 11,2…

[8] Mt 5,3-11; Lc 6,20-23

[9] Miglietta C., Condividere per Amore. La chiamata dei cristiani alla povertà, Gribaudi, Milano, 2003

[10] Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 40

[11] Ibid., n. 11

[12] Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 48

[13] XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Relatio finalis, 24 ottobre 2015, n. 87

[14] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Postsinodale “Amoris laetitia”, 19 marzo 2016, n. 317

[15] Giovanni Paolo II, Catechesi (14 aprile 1982), 1: Insegnamenti V, 1 (1982), 1176

[16] Alessandro di Hales, Glossa in quatuor libros sententiarum Petri Lombardi, IV, XXVI, 2, Quaracchi, 1957, pg. 446

[17] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Postsinodale “Amoris laetitia”, 19 marzo 2016, n. 159

[18] Giovanni Paolo II, Catechesi (14 aprile 1982), 1: Insegnamenti V, 1 (1982), 1177

[19] Giovanni Paolo II, Catechesi (14 aprile 1982), 1: Insegnamenti V, 1 (1982), 1177

[20] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Postsinodale “Amoris laetitia”, 19 marzo 2016, n. 160

[21] Ibid., n. 316

[22] Ibid., n. 161

[23] Miglietta C., La famiglia secondo la Bibbia. I fondamenti biblici della vita familiare, Gribaudi, Milano, 2000, pgg. 36-37

[24] Ibid., pg. 8

[25] Concilio Ecumenico Vaticano II, Apostolicam actuositatem, n. 4

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