5 October 2022 Versione CEI 2008

Il perdono di Dio e il perdono dell’uomo

Raccontando le tre parabole della misericordia, Gesù intende mostrare che la sua accoglienza dei peccatori non è soltanto conforme alla volontà di Dio, ma è la rivelazione del volto di Dio. Il comportamento di Gesù è rivelazione, non solo obbedienza. Con la sua accoglienza Gesù rivela chi è Dio: ama i peccatori, li attende, li cerca e gioisce del loro ritorno. Di più. L’accoglienza dei peccatori da parte di Gesù non soltanto è la trasparenza del perdono di Dio, ma è la trasparenza della gioia del perdono di Dio. Dio gioisce nel perdono. Il tratto sottolineato in tutte e tre le parabole è proprio la gioia di Dio.

E vero che si parla anche di conversione del peccatore, ma l’attenzione si concentra sulla gioia di Dio per la conversione del peccatore. Nulla o quasi sulle azioni del peccatore che si converte. Si racconta ciò che prova Dio, non ciò che il peccatore deve fare. La conversione del peccatore è vista dalla parte di Dio. Si racconta ciò che Dio fa (cerca e gioisce), non anzitutto le modalità della conversione dell’uomo. La domanda teologica (come si comporta Dio?) viene prima della domanda morale (che cosa deve fare l’uomo per ritornare a Dio?). La gratuità del perdono non poteva essere illustrata meglio. La simpatia di Dio e il suo amore per il peccatore, precedono la conversione del peccatore. Dio ama il peccatore già prima, non solo dopo che si è convertito. E proprio questo amore previo, del tutto gratuito, che tocca il cuore del peccatore e lo converte. Ci si converte perché amati. Ci si converte perché perdonati.

Il pastore va in cerca della pecore smarrita – l’iniziativa della ricerca è soltanto sua – perché questa pecora continua ad essere preziosa ai suoi occhi. E il padre non cessa di amare il figlio che si è allontanato e continua ad attenderlo. Quando lo vede da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Il figlio non ha ancora detto le parole che ha pensato da dire al padre, che immagina irato. E anche quando il figlio dice le parole che chiedono perdono, è come se al padre queste parole non importassero. La sua fretta è di accogliere, gioire, far festa. Le parole del figlio sembrano completamente sullo sfondo, quasi inutili.

E questo il vero volto di Dio, il volto di un padre e basta, che Gesù ha inteso rivelare con la sua incondizionata accoglienza dei peccatori.

Ma non possiamo fermarci qui. Lo stesso vangelo ci dice che il perdono ricevuto da Dio deve diventare un perdono che si prolunga ai fratelli: un perdono gratuito come quello di Dio, gioioso come quello di Dio. Il come è importante e difatti nella gioia di perdonare i fratelli l’uomo sperimenta la gioia del perdono ricevuto da Dio.

Certamente il perdono ai fratelli non è la ragione, la condizione e la misura del perdono di Dio. Tuttavia il legame è stretto e decisivo: il perdono ai fratelli è infatti il segno che si è davvero capito il perdono di Dio e lo si è veramente accolto.

Nella parabola di Matteo 18,21-35 questo è affermato con chiarezza. Il servo, così generosamente perdonato dal suo padrone, incontra un collega che gli deve pochi denari. Questi lo supplica, gli chiede un rinvio, ma il servo prima perdonato non vuole sentire ragioni, non si muove a compassione, esige il pagamento subito fino all’ultimo. Come è possibile, dopo aver ricevuto un tale condono, non essere capaci, a propria volta, di un piccolo condono? È inconcepibile! Evidentemente il servo perdonato non ha compreso la fortuna che gli è capitata. Il perdono ricevuto non lo ha rigenerato, ne l’incontro con la gratuità di Dio gli ha allargato lo spirito. Non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un modo nuovo di rapportarsi, nel quale i criteri dello stretto dovuto non sono più sufficienti.

Ma anche qui c’è una novità da non perdere: persino il perdono di Dio – e in generale il suo giudizio – è anche nelle nostre mani. Dio prende molto sul serio la nostra libertà. La gratuità del suo amore non è mai – ne potrebbe essere – senza la risposta della nostra libertà. La sorprendente novità evangelica è che la risposta al perdono di Dio sia il nostro perdono ai fratelli, non anzitutto qualcosa per Lui!

Ci si permetta di insistere. Matteo (5,44) e Luca (6,27-35) collocano l’imperativo del perdono ai nemici in un discorso in cui intendono sottolineare la differenza (la vera differenza) fra il cristiano e il mondo. L’amore al nemico, infatti, evidenzia – come non accade in nessuna altra forma di amore – le due note profonde di ogni autentico amore evangelico. Anzitutto la tensione all’universalità: nell’amore al nemico la figura del «vicino» si dilata sino a rinchiudere anche il «più lontano»: chi è più lontano del nostro nemico? E poi la nota della gratuità, che è l’anima di ogni vero amore.

Siamo convinti di dire cose sorprendentemente paradossali. Ma si tratta del Vangelo. E poi, se si guardano le cose più attentamente, si può anche intuire che il perdono è paradossale, ma anche necessario per la convivenza, a ogni livello: nelle relazioni familiari, nelle relazioni amicali, nella società. Addirittura nelle relazioni fra i popoli.

Senza un minimo di riconciliazione il mondo non sta in piedi. Un vecchio rabbino soleva dire che quando Dio creò il mondo, non riusciva a farlo stare in piedi. Poi creò il perdono, e il mondo stette in piedi.

Editoriale, in «Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 2, 83-85.  

Foto di Diana de Weert da Pixabay

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