27 January 2022 Versione CEI 2008

Il Padre Nostro – Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME ANCHE NOI LI RIMETTIAMO

LA MISERICORDIA DI DIO. Percorso biblico per l’Anno Santo della Misericordia, con presentazione di S. E. Mons. Guido Fiandino, Gribaudi, Milano, 2015

Abbiamo contemplato l’infinita misericordia di Dio: una misericordia che arriva a tutti, senza eccezioni, in assoluta gratuità. Ma allora perché, nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, dobbiamo dire: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,10)? Perché “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”? Perché il perdono di Dio è condizionato al nostro perdonarci tra di noi? Spesso ci parrebbe più onesto pregare: “Rimetti a noi i nostri debiti molto, ma molto di più di come noi li rimettiamo ai nostri debitori!”…

Ma già l’Antico Testamento ammoniva: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore; chi perdonerà i suoi peccati?” (Sir 28,2-5). E la tradizione ebraica afferma che nel giorno dell’espiazione (Yom Kippur) vengono perdonati solo i peccati commessi contro Dio, mentre per quelli commessi contro gli altri uomini “Yom Kippur procura il perdono solo se uno prima si è rappacificato con il proprio fratello”[1].

Non siamo qui nella logica mercantile del do ut des, tipica di tante religioni: siamo qui ancora una volta al cuore del cristianesimo. Implorare a Dio qualcosa significa sempre immediatamente farcene carico, cominciare a viverla: per questo possiamo chiedere a Dio riconciliazione solo se siamo diventati rappacificazione con i nostri fratelli.

Luca ha usato la parola più abituale “E perdonaci i nostri peccati (amartìas)” (Lc 11,4); Matteo utilizza il termine più raro, “debiti”: “Rimetti a noi i nostri debiti (opheilètama)” (Mt 6,12). Mentre il termine “peccato” rimanda di più alla trasgressione di un comandamento, di una norma, “debito” indica una carenza nella relazione con qualcuno. Il peccato non è semplicemente la disobbedienza a un comando, è rottura della relazione con Dio.

Il testo di Matteo dice: “come anche noi (òs kaì emèis) li rimettiamo (aphékamen toìs ophelétais emòn)” (Mt 6,12). E’ una strana formulazione: il tempo è all’aoristo, che indica un’azione passata, e quindi la frase andrebbe tradotta: “come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori”: il perdono ai fratelli addirittura deve precedere il perdono di Dio. Ma non è escluso che possa trattarsi di un “aoristo drammatico”, con valore di presente: “come noi siamo soliti rimettere ai nostri debitori”.

“Il testo evangelico associa tra loro due tipi di debito: quello che abbiamo contratto con Dio e quello che altri hanno contratto con noi. E le collega fra loro…. Il paradosso del Padre Nostro è proprio qui… E’ come se Dio avesse <<girato>> il debito contratto con lui a vantaggio di tutti coloro che ci attorniano, soprattutto i meno riconoscenti, i più duri, i più cattivi”[2].

Il vero amore verso Dio è sempre l’amore per i fratelli: “Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,21); “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

Dice Cipriano di Cartagine: Gesù “ha aggiunto con parole chiare anche una norma, costringendoci con un accordo e un patto determinato a chiedere che siano rimessi a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, consapevoli che non possiamo ottenere ciò che chiediamo per i nostri peccati, se non avremo agito allo stesso modo nei riguardi di chi pecca nei nostri confronti”[3]. Più volte Gesù esplicita questa logica: “Perdonate e vi sarà perdonato…, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 7,36-38); “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15).

Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Questa domanda del <<Padre nostro>> è sorprendente. Se consistesse soltanto nel primo membro della frase – <<Rimetti a noi i nostri debiti>> -, potrebbe essere implicitamente inclusa nelle prime tre domande della Preghiera del Signore, dal momento che il sacrificio di Cristo è <<per la remissione dei peccati>>. Ma, secondo l’altro membro della frase, la nostra domanda verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo risposto ad un’esigenza. La nostra domanda è rivolta verso il futuro, la nostra risposta deve averla preceduta; una parola le collega: <<come>>”[4].

Ma non dimentichiamo mai che in realtà il perdono di Dio sempre precede la nostra riconciliazione con il prossimo. Sembra spiegare più adeguatamente ciò il “Padre nostro” del Vangelo di Luca, che prega: “Rimetti a noi i nostri peccati, e infatti noi (kaì gàr autoì) li perdoniamo (aphìomen) ai nostri debitori” (Lc 11,4). Appare meglio, rispetto al testo matteano, che la nostra capacità di perdonare i fratelli deriva (“e infatti”) dal fatto che Dio ci rimette prima i peccati: quindi si usa semplicemente il presente, “perdoniamo”, e non l’aoristo come in Matteo.

Il rapporto tra essere perdonati e perdonare è comunque strettissimo. In ogni caso, la mancanza della pacificazione con gli altri annullerà la misericordia di Dio. Gesù spiega chiaramente questa dinamica nella parabola del servo spietato, cui il Padrone condona un debito immenso (diecimila talenti, una somma esorbitante), e che non sa perdonare un piccolo debito di un altro servo (cento denari: in proporzione alla prima somma, pochi spiccioli), concludendo: “Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: <<Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?>>. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore il vostro fratello” (Mt 18, 23-35).

Afferma Paolo: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi; e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 4,31-5,2).

Siamo di fronte a un mistero. L’amore di Dio ci precede: il suo amore è gratuito, e ci giunge mentre siamo peccatori, non perdonatori. E se ciascuno di noi aspettasse di presentarsi a Dio solo quando è pienamente rappacificato con tutti i fratelli, non andremmo mai al suo cospetto. E questo deve essere ben chiaro.

Ma l’immenso Amore di Dio si blocca se il nostro cuore non è aperto ai fratelli. Un cuore chiuso al prossimo ferma l’onnipotenza di Dio. Afferma il Catechismo: “Ora, ed è cosa tremenda, questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso… Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all’amore misericordioso del Padre”[5].

Ha detto Papa Francesco: “Dio sempre perdona, sempre. Ma chiede che io perdoni. Se io non perdono, in un certo senso chiudo la porta al perdono di Dio”[6].

PAPA FRANCESCO

“A pensarci bene, l’invocazione poteva anche limitarsi a questa prima parte; sarebbe stata bella. Invece Gesù la salda con una seconda espressione che fa tutt’uno con la prima. La relazione di benevolenza verticale da parte di Dio si rifrange ed è chiamata a tradursi in una relazione nuova che viviamo con i nostri fratelli: una relazione orizzontale. Il Dio buono ci invita ad essere tutti quanti buoni. Le due parti dell’invocazione si legano insieme con una congiunzione impietosa: chiediamo al Signore di rimettere i nostri debiti, i nostri peccati, “come” noi perdoniamo i nostri amici, la gente che vive con noi, i nostri vicini, la gente che ci ha fatto qualcosa di non bello.

Ogni cristiano sa che esiste per lui il perdono dei peccati, questo lo sappiamo tutti: Dio perdona tutto e perdona sempre. Quando Gesù racconta ai suoi discepoli il volto di Dio, lo tratteggia con espressioni di tenera misericordia. Dice che c’è più gioia nei cieli per un peccatore che si pente, piuttosto che per una folla di giusti che non hanno bisogno di conversione (cfr Lc 15,7.10). Nulla nei Vangeli lascia sospettare che Dio non perdoni i peccati di chi è ben disposto e chiede di essere riabbracciato.

Ma la grazia di Dio, così abbondante, è sempre impegnativa. Chi ha ricevuto tanto deve imparare a dare tanto e non trattenere solo per sé quello che ha ricevuto. Chi ha ricevuto tanto deve imparare a dare tanto. Non è un caso che il Vangelo di Matteo, subito dopo aver regalato il testo del “Padre nostro”, tra le sette espressioni usate si soffermi a sottolineare proprio quella del perdono fraterno: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15)” (Papa Francesco, Catechesi del 24 aprile 2019) 

ENZO BIANCHI

“Ma il perdono chiesto a Dio è condizionato dal perdono che noi accordiamo agli altri, ai fratelli e alle sorelle. Certo, il perdono di Dio precede il nostro perdono reciproco, ma è proprio il perdono dato all’altro che ci apre al perdono di Dio. Gesù è molto netto al riguardo, come mostra il commento che egli fa seguire solo a questa domanda del Padre nostro: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15; cf. anche Mt 18,35).

Ecco ciò che compete al discepolo di Gesù Cristo: perdonare agli altri prima di mettersi a pregare (cf. Mc 11,25), prima di portare l’offerta all’altare (cf. Mt 5,23); perdonare “settanta volte sette” (Mt 18,22); perdonare fino ad amare, a fare del bene e a pregare per chi gli fa del male e gli è nemico (cf. Mt 5,38-48; Lc 6,27-36). Solo così noi cristiani saremo beati, ottenendo misericordia in quanto misericordiosi (cf. Mt 5,7), saremo “figli dell’Altissimo, che è buono verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35): allora sperimenteremo veramente la remissione dei peccati da parte di Dio, l’unica esperienza di salvezza a noi concessa qui sulla terra (cf. Lc 1,77).

(Enzo Bianchi, Famiglia cristiana, 4 agosto 2013)

R. G. STEWART

““come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: non ci facciamo illusione sul senso di queste parole. Non il perdono che concediamo ad altri ci salva, bensì il sangue prezioso di Cristo: e noi non abbiamo in noi stessi alcuna virtù che possa cancellare il nostro debito verso Iddio. Ma chi serba rancore, o non è disposto a concedere il perdono ai suoi simili, prova in tal modo, che egli non ne ha veramente sentito il bisogno per se stesso, ed in tal caso, chiedendo perdono a Dio, lo schernisce. Nessun uomo che rifletta, s’immaginerà d’avere ottenuto perdono dal Signore, se, per abitudine e deliberatamente, egli lo ricusa al suo prossimo. Non possiamo dunque domandare con fede il perdono dei nostri peccati, e l’ammissione nel regno di Dio, se non siamo disposti a perdonare ai nostri simili le loro offese, e se non possiamo dichiarare davanti a Colui che investiga i cuori, che lo facciamo sinceramente.»

(Comment. esegetico-pratico dei quattro Evangeli di R. G. Stewart riveduto da E. Bosio)

C. M. MARTINI

“È interessante notare che l’evangelista Marco, pur non riportando la preghiera del Padre Nostro, scrive: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25)” (C. M. Martini).

MIA CONCLUSIONE

1. La tradizione ha sempre pregato la versione di Matteo: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”,

o “come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori”, o “come anche noi siamo soliti rimettere ai nostri debitori”.

La Chiesa non ha osato discostarsi dalla preghiera secondo Matteo, che forse anche è la più antica, ma indubbiamente condizionata dal pubblico di questo evangelista, che scriveva per gli Ebrei, tanto legati alle “opere” della Legge. E’ quindi rimasta la versione liturgica ufficiale, che però non va presa da sola, ma collegata a tutti gli altri testi sul primato del perdono incondizionato di Dio.

Con un paradosso tipicamente semitico, sottolinea che “questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso… Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all’amore misericordioso del Padre” (CCC, n. 2840).

2. Luca sicuramente ci esprime meglio il primato del perdono di Dio verso di noi sul perdono nostro ai fratelli:

“e infatti noi li perdoniamo ai nostri debitori” (Lc 11,4).

Invece del “come”, c’è “l’infatti”!

3. Il testo liturgico pregato nella Mesas resta quindi in sé difficile, e ancora una volta ci mostra come si debba studiare con amore TUTTA LA SCRITTURA, comprendendo qui il genere letterario semitico del paradosso (tante volte presente nella Scrittura), e come ogni versetto vada letto nella completezza della BIBBIA.

4. In ogni caso, “la relazione di benevolenza verticale da parte di Dio si rifrange ed è chiamata a tradursi in una relazione nuova che viviamo con i nostri fratelli: una relazione orizzontale. Il Dio buono ci invita ad essere tutti quanti buoni” (Papa Francesco).

Carlo Miglietta

  1. Mishnà, Yomà 8,9

  2. http://www.ilcasaledimassamartana.it/per_riflettere/Padre_Nostro.pdf

  3. Cipriano di Cartagine, Il Padre nostro, 22-23, http://www.natidallospirito.com/2011/11/08/meditazioni-dei-padri-sul-padre-nostro-%E2%80%9Crimetti-a-noi-i-nostri-debiti-come-noi-li-rimettiamo-ai-nostri-debitori%E2%80%9D/

  4. Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1992, n. 2838

  5. Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1992, n. 2840

  6. Papa Francesco, Dio mi perdona ma chiede che io perdoni gli altri, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 10 marzo 2015, http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/santmarta/Pagine/santa-marta-del-10-marzo-2015.aspx.

A cura di Carlo Miglietta

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