27 January 2022 Versione CEI 2008

Che significa sentirsi a posto con Dio?

«… A posto con Dio»

Che significa sentirsi a posto con Dio? O, anche più semplicemente, “sentirsi a posto”? In via generale chi si pone questi interrogativi mette in gioco il proprio comportamento o esprime un’esigenza nata dalla coscienza personale. E in questo senso la domanda è legittima e comprensibile, benché non priva di ambiguità.

Il sentirsi “a posto” o meno, con se stessi o con Dio, rispetto a persone o a delle norme, è in definitiva questione di “relazione”, percepita come buona o negativa. A questo punto, però, la domanda implica altri sviluppi: si tratta forse di stabilire una gerarchia valoriale, una scala valutativa per cui, ad esempio, nella vita poniamo al primo posto Dio o il denaro, l’interiorità o l’apparenza esteriore, il porsi al servizio o la volontà di dominio, e via di questo passo?

In ogni caso si tratta di riflettere sui nostri comportamenti e sulle motivazioni che li determinano: il “sentirsi a posto” con se stessi e con Dio dovrebbe per lo meno evitare due estremismi: da una parte una spiritualità disincarnata e poco umana, dall’altra un materialismo a senso unico. Dobbiamo inoltre riconoscere che la nostra cultura è in molti modi segnata, per alcuni versi, dall’eresia del “manicheismo”, per cui siamo tentati di dividere la realtà in opposti, così che il bene è tutto da una parte e il male è tutto dall’altra; e, per altri versi, la stessa nostra cultura è dominata dalla logica del “fariseismo”, per la quale conta il formalismo del convenzionale (basta far vedere che sì è a posto!). Così, ad esempio, in ambito ecclesiale l’andare a messa la domenica diventa una tassa da pagare per mettersi a posto davanti a chi ci conosce, oltre che con Dio.

La fede, però, è tutt’altra cosa: essa non chiede di sentirci “a posto”, ma ci pone davanti ad una sfida e ad un rischio, ci presenta un Dio che ci impegna a cercarlo di continuo nel nostro quotidiano e, cercando lui, a cercare anche la nostra personale strada per una vita buona: allora la vita morale non genera la preoccupazione di sentirci a posto, bensì ci interpella a fare scelte consapevoli, libere e responsabili. Perciò si può dire: con Dio non ci si può mai sentire del tutto “a posto”!

In tale direzione intendono aiutare a riflettere gli autori dei contributi di questo dossier:

  1. «A posto con Dio», di Alberto Carrara. L’autore del contributo esamina l’espressione in causa, che ritiene abituale ma non priva di significato, in alcune sue valenze etiche: analizza ad esempio il “fariseismo di ritorno” che caratterizza la nostra società a confronto con alcuni temi della letteratura moderna, in particolare il tema della ricerca di Dio.
  2. «A posto con Dio»: il punto di vista biblico, di +Luciano Mona La prospettiva biblica, e in particolare quella del Vangelo, possono aiutare a delineare il quadro corretto entro il quale interpretare l’espressione “essere a posto con Dio”: si tratta infatti di mettersi davanti a Dio per formulare il giudizio sul nostro agire e sulle relazioni che segnano la nostra esigenza di sentirci “a posto”.
  3. È possibile sentirsi a posto con Dio?, di Andrea Ga La domanda è una interpellanza a cui nessun cristiano può sfuggire: mette infatti in gioco il nostro rapporto di fede e soprattutto l’immagine che ci siamo formati di Dio e che continuamente ci prefiguriamo di lui. Diventa importante allora prendere coscienza anche delle ambiguità che l’esigenza di sentirci con lui “a posto” comporta.

Fonte: Servizio della Parola

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