3 July 2022 Versione CEI 2008

Carlo Miglietta – SS. Tinità – Gv 3, 16-18

I DOMENICA DOPO PENTECOSTE

SS. TRINITA’

Letture: Es 34,4-6.8-9; 2 Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

“[16] Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.

[17] Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

[18] Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,16-18).

Da: C. MIGLIETTA, LA FAMIGLIA SECONDO LA BIBBIA. I fondamenti biblici della vita familiare, Gribaudi, Milano, 2000, con presentazione del Cardinale Severino Poletto

La famiglia sacramento della TRINITA’

La famiglia è stata definita da Giovanni Paolo II come “il grande mistero di Dio” (Gratissimam sane, n. 19); il Papa ha affermato che “il suo modello originario va cercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita” (idem, n. 6). La Liturgia della celebrazione del Matrimonio chiama la famiglia “sacramento dell’Amore divino”; e il Catechismo della Chiesa cattolica la specifica come “una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo” (Catechismo Chiesa Cattolica, n. 2205). La famiglia è quindi sacramento della Trinità stessa, cioè suo “segno sacro”, realtà umana e divina al contempo! Questa sua vocazione è talmente alta che insieme ci entusiasma e ci spaventa. Occorre che con stupore e umiltà richiamiamo la centralità del mistero trinitario nella nostra fede, e che meditiamo su come la Bibbia chiami la famiglia ad esserne profezia vivente.

Dio è Trinita’

Lo specifico della Rivelazione cristiana su Dio, già adombrata nell’Antico Testamento ma poi esplicitata nel Nuovo da Gesù stesso, che della Scrittura è esegesi definitiva, è che Dio è unico, ma che non è un solitario: l’Altissimo è comunione di Persone, è interrelazione, è comunità, anzi “la migliore comunità” (L. Boff, Trinità: la migliore comunità, Cittadella, Assisi, 1990): come più volte ha detto Giovanni Paolo II, “Dio è famiglia”.

Troppo poco abbiamo riflettuto sulla dimensione trinitaria di Dio, impoverendo e distorcendo la nostra fede. La contemplazione del mistero trinitario non è elemento secondario della nostra vita, pura speculazione da teologi, ma è per noi piena di risvolti pratici. Per troppi anni considerare l’Eterno come un solitario, quale ce lo avevano presentato i filosofi, ci ha spesso portati, in campo politico, ai totalitarismi, dove uno solo comanda, come Dio è l’unico Signore. In campo religioso, spesso ha determinato forme di autoritarismo, che non danno valore al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, alla ricerca comune, che non sottolineano a sufficienza la dimensione comunitaria della fede, esasperando invece quella individuale. In campo sociale, molte volte ci ha indotti al paternalismo, sottovalutando la partecipazione di tutti, la collaborazione. Nella vita familiare, sovente questa concezione ha portato alla visione della famiglia come semplice somma di individualità, e non comunione profonda di persone, e talora ha sostenuto il maschilismo, dove al maschio tocca il comando, e alla donna la completa subordinazione.

Al principio di tutto non c’è però la solitudine: c’è la comunione, il dialogo. Non possiamo pensare il Padre senza il Figlio e lo Spirito Santo. Tra i tre c’è una meravigliosa e continua dinamica d’amore: i teologi parlano, per esprimere questo mistero di comunione, di “pericoresi”, che significa, in senso statico, che ogni Persona contiene le altre, le inabita, perchè ogni Persona divina esiste solo nelle altre, con le altre, dalle altre e per le altre (“circuminsessione”); in senso dinamico, significa che ogni Persona interpenetra attivamente le altre, in un dono ed un interscambio vicendevole continuo (“circumincessione”). Nella Trinità non c’è però solo un dono reciproco (“missio ad intra”), ma l’amore trabocca all’esterno, nella creazione e nella salvezza del mondo (“missio ad extra”).

La Famiglia immagine della Trinita’

La coppia icona di Dio

Questo Dio-Comunità, Famiglia, modella l’umanità a sua immagine e somiglianza. Lo afferma la fonte sacerdotale della Genesi (Gen 1,26-28), del VI sec. a. C.: “Dio creò l’adam a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). In questo versetto la Bibbia ci fa veramente una rivelazione-bomba: essa proclama anzitutto che l’adam è immagine (“selem”), cioè la riproduzione, il ritratto, la copia concreta, potremmo dire la statua, la fotografia, e somiglianza (“demut”), cioè la corrispondenza più in senso spirituale, di Dio stesso.

Ma questo adam creato dal Signore a sua immagine vivente sulla terra, a sua icona, è un termine collettivo: già lo si evince nel versetto ventisei del primo capitolo, dove viene seguito da un plurale: “Facciamo l’adam a nostra immagine e somiglianza, e dominino (ndr: plurale!) sui pesci…” (Gen 1,26). E il versetto successivo specifica che l’adam è formato dal maschio (“zakhar”) e dalla femmina (“neqebhah”): fondamentale è il passaggio dal pronome singolare (“‘oto”) a quello plurale (“otam”): “Dio creò l’adam, a immagine di Dio “lo” creò, maschio e femmina “li” creò” (Gen 1,27). Dobbiamo sottolineare “un aspetto basilare, legato alla qualità letteraria stessa del versetto. Gen 1,27, infatti, è a ritmo poetico, regolato dalla legge del parallelismo, in questo caso chiasmatico progressivo… E’ evidente che il parallelo di “immagine” è “maschio e femmina”, cioè l’uomo nella sua bipolarità sessuale. Questo a prima vista sorprende, ben sapendo quanto la Bibbia sia restia ad attribuire rappresentazioni sessuate a JHWH… Per Gen 1,27 l’umanità intesa solo come maschilità non è immagine di Dio, diversamente da quanto riteneva la lettura rabbinica evocata anche da Paolo in 1 Cor 11,7. Soltanto l’umanità come maschilità e femminilità diventa la vera effige di Dio, la sua statua vivente” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, Dehoniane, Bologna, 1992, pg. 68).

Quindi l’adam creato a immagine e somiglianza di Dio è l’unione dell’uomo e della donna, è la coppia! Non l’uomo solo, non la donna sola, ma l’insieme dei due è immagine di Dio! La coppia è immagine e somiglianza di Dio! E’ una rivelazione sconvolgente, su cui non si è forse riflettuto abbastanza. Eppure essa dà uno spessore particolare alla vita coniugale, chiamandola a fondarsi sulla natura trinitaria di Dio stesso e ad esserne segno. “L’io coniugale non sopprime le persone, ma è secondo l’immagine della Trinità: l’unità delle Tre Persone in una sola natura forma un solo soggetto, Dio, Uno e Trino insieme; così anche l’unione coniugale forma una diade-monade, due e uno insieme, uniti in un terzo termine divino. “Dio ha creato Adamo ed Eva per il massimo di amore tra loro, riflesso del mistero dell’unità divina” (Teofilo d’Antiochia). Quindi è l’uomo coniugale quello che costituisce l’immagine del Dio trino, e il dogma trinitario è l’archetipo divino, l’icona della comunità coniugale” (P. Evdokimov, Sacramento dell’Amore, C.E.N.S, Liscate (Milano), 1981, pg. 133).

“Con il consenso gli sposi diventano offerta e oblazione con Cristo, nello Spirito, nel dono reciproco e responsabile della propria persona, manifestando così la vita trinitaria: accettano l’abnegazione del Padre che offre il Figlio, del Figlio che dandosi al Padre e alla chiesa ci dona lo Spirito, dello Spirito che dato dal Padre e dal Figlio rende i coniugi un perenne inno di lode all’amore fedele di Dio. In questo modo la celebrazione liturgica nuziale diventa concelebrazione simultanea dell’amore divino per l’umanità e dell’amore umano per la Trinità; con ciò si evidenzia che l’unità e l’indissolubilità del matrimonio sono in stretta relazione con il fatto che celebrare il matrimonio significa celebrare l’amore della Trinità” (M. M. Peque, Lo Spirito Santo e il matrimonio, Dehoniane, Roma, 1993, pg. 166).

La benedizione di Dio fondamento della Famiglia

Anche la famiglia trova nel mistero trinitario di Dio la sua radice e la sua vocazione. Subito dopo aver creato la coppia a sua immagine e somiglianza, Dio infatti la costituisce a dimensione di famiglia: “Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gen 1,28).

Nella Scrittura c’è una vera teologia della benedizione: essa non è solo augurio, ma è forza viva, è sinonimo della vita stessa che Dio dona (Sl 133,3; Sir 34,17; 39,22): basti pensare ai capitoli ventisette e ventotto del Deuteronomio, dove la benedizione e la maledizione si concretizzano in tutti i fatti rispettivamente di vita o di morte che possono capitare all’uomo: esse sono sempre evento che si realizza (Dt 30,1). La vita stessa divina, il suo soffio creatore (“ruah”) infuso nell’adam (Gen 2,7), sono quindi estesi alla famiglia con una speciale benedizione che, come recita la Liturgia della celebrazione del Matrimonio, “nulla potè cancellare, nè la pena del peccato originale, nè il castigo del diluvio”.

La Trinita’ Presenza costitutiva della famiglia

Alla famiglia Dio Padre garantisce quindi la sua benedizione, la sua forza vivificante. Allo stesso modo nella realtà domestica è presente il Figlio: è in un contesto di famiglia, a Cana, che egli, per la prima volta, “manifestò la sua gloria” (Gv 2,11); Clemente Alessandrino (Stromata, PG 8, 1169) riferisce all’ambito familiare la promessa di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20): ai due sposi, con gli eventuali figli, egli assicura la sua Presenza. Così lo Spirito Santo è per sua natura l’Amore che vincola tra di loro i membri della famiglia, e che apre la famiglia alla Chiesa e al mondo.

Radicati nell’amore trinitario

La comunione tra i famigliari deriva perciò dallo stesso amore trinitario: e in ogni famiglia dobbiamo scorgere un segno forte della dinamica interna di Dio stesso, una rivelazione sulla sua intima natura.

Se ciò vale per ogni famiglia naturale, acquista però un significato particolare per i cristiani. Essi infatti hanno la consapevolezza dell’amore che li deve unire: Gesù, nel suo discorso d’addio, esplicita per essi: “L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,26). E’ lo stesso Amore che lega il Padre al Figlio che deve inabitare nei credenti, inabitati anche dall’Amore del Figlio! Paolo parla dell'”amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5), e annuncia “l’amore dello Spirito” (Rm 15,30), coinvolgendo quindi anche lo Spirito d’Amore: il credente è quindi immerso nell’amore di Dio Padre, Figlio e Spirito.

Il primo passo lo fa Dio: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio… Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri… Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito… Noi amiamo, perchè egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,10-13.19).

L’Amore trinitario si riceve specialmente accogliendo il Figlio: Gesù dice infatti ai Giudei: “Voi non volete venire a me per avere la vita… Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio” (Gv 5,40-42); e ai suoi: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò… Se uno mi ama…, il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,21.23); Giovanni afferma: “Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio” (1 Gv 4,14). Nella fede del Figlio, entriamo nel mistero trinitario: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). Gesù ha pregato per noi, “perchè tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola… E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perchè siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perchè siano perfetti nell’unità, perchè il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me ” (Gv 17,21-23).

La famiglia cristiana è quindi chiamata a vivere coscientemente della Carità stessa trinitaria: bisogna ripensare con coraggio tutta la teologia dell’Amore di Dio nella concretezza della dinamica familiare…

La Trinita’ archetipo della famiglia

La famiglia programma di Dio

La rivelazione biblica è quindi gravida di conseguenze per la famiglia. Innanzittutto, la famiglia è voluta da Dio stesso, sostenuta e vivificata da una speciale benedizione. Dio avrebbe potuto inventare mille altri modi per propagare la specie umana: pensiamo alla riproduzione agamica, per scisssione o per gemmazione, degli organismi inferiori, o alla riproduzione a distanza, in cui i semi sono trasportati lontano dal vento, dall’acqua o da altri vettori, come avviene per i vegetali. Invece ha programmato nella nostra biologia che nasciamo dall’unione d’amore dell’uomo e della donna, e che cresciamo solo grazie alle cure amorose dei nostri genitori. Dio ha modellato la nostra struttura biologica “a sua immagine e somiglianza”, volendo che anche noi fossimo come lui chiamati non ad un autismo ontologico, ma ad essere comunità: la famiglia è la realizzazione del suo modello trinitario!

La famiglia chiamata all'”imitatio dei”

Il dono che Dio fa all’uomo di strutturare la sua unità sociale, la famiglia, sull’essenza stessa di Dio, garantendo inoltre ad essa la sua particolare benedizione, entra però nella dinamica della libertà umana, privilegio al contempo meraviglioso e terribile, grazie al quale l’Altissimo ci vuole suoi partners nell’Amore, capaci di accogliere o di rifiutare la sua proposta di relazione. La famiglia è quindi chiamata ad accettare il progetto che Dio ha su di lei. Essa dovrà diventare luogo d’Amore, comunità viva e traboccante come è la Trinità stessa. La famiglia dovrà vivere della stessa Carità puramente oblativa che è in Dio, divenendo per il mondo segno vivente del Dio Amore (1 Gv 4,8). E come nella Trinità non c’è solo un dono reciproco (“missio ad intra”), ma l’amore si riversa all’esterno, nella creazione e nella salvezza del mondo (“missio ad extra”), così la famiglia è chiamata sia ad una profonda relazione di comunione tra tutti i suoi membri, sia a far esplodere il suo amore verso tutto l’universo.

Il credente vede quindi nella famiglia il primo ambito di realizzazione del comando dell’amore: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente…. Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-39); essa è il primo luogo dove deve concretizzarsi la dimensione di amore che Gesù pone a caratteristica della sua sequela: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Infatti, ci ammonisce l’apostolo Giovanni, “se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20); e Paolo afferma: “Se qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Tm 5,8).

Anche nei rapporti verso l’esterno per la famiglia dovrà valere il criterio dell'”imitatio Dei”: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Essa quindi dovrà imitare Dio, autore della vita (Nm 27,16; Gb 10,12; Qo 5,17; Sap 1,13-14; 11,26; Sir 11,14; Ger 38,16; 1 Tm 6,13), nell’accogliere la vita, dovrà essere misericordiosa “come misericordioso è il Padre vostro” (Lc 6,36), dovrà perdonare “non sette, ma fino a settanta volte sette”, sull’esempio di Dio (Mt 18,21-35), dovrà servire i fratelli, sull’esempio di Colui che “pur essendo di natura divina…, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6-7; cfr Gv 13,14-17).

La riflessione potrebbe continuare: in ogni caso, i rapporti all’interno della famiglia, e della famiglia al di fuori del suo ambito, vanno sempre normati sull’esempio della Trinità…

La famiglia “chiesa domestica”

La Santissima Trinità, abbiamo appena detto, è presente nella famiglia. Ma secondo Ignazio di Antiochia, “dove è Cristo, ivi è la sua Chiesa”: perciò, afferma Giovanni Crisostomo, “il matrimonio è una misteriosa icona della Chiesa” (In epistulam ad Colossenses, PG 62, 387). Anzi, se la Chiesa è il primo sacramento, cioè segno, di Cristo, la famiglia, profezia vivente dell’Amore stesso di Dio, sarà allora, come diceva brillantemente lo stesso Giovanni Crisostomo, “ekklesìa mikrà”, “piccola Chiesa”, “Chiesa in miniatura” (In epistulam ad Ephesios, 20, 5,22-24).

Paolo ci presenta la Chiesa come il Corpo Mistico di Cristo che, “ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni sua parte, riceve (da Cristo) forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,16): le famiglie indubbiamente sono le “aphaì”, “le giunture”, i “vincoli” che compongono questo corpo. Paolo non casualmente pone il suo grande magistero sul matrimonio cristiano (Ef 5,21-33) nell’ambito della sua lettera sulla Chiesa, l’epistola agli Efesini: e proprio lui parla di “kat’oìkon ekklesìa”, “Chiesa domestica” (Rm 16,5). Come vedremo, la Chiesa nascente si struttura proprio a dimensione di famiglia (At 2,46; 5,42; 20,20), e dalla vita familiare mutuerà l’autocomprensione come “familia Dei”, famiglia di Dio (Ef 2,19; Gal 6,9; Eb 3,6).

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ripropone la teologia della famiglia come “Chiesa domestica”, spiegandoci ciò che essa comporta per noi: “La famiglia ha ricevuto da Dio questa missione, di essere la prima e vitale cellula della società. E tale missione essa adempie se, mediante il mutuo affetto dei membri e l’orazione fatta a Dio in comune, si mostri come il santuario domestico della Chiesa; se tutta la famiglia si inserisce nel culto liturgico della Chiesa; se infine promuoverà la giustizia e le altre buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità” (Apostolicam actuositatem, n. 11); “In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere i primi maestri della fede” (Lumen gentium, n. 11).

“La coppia si pone nella storia come segno efficace della Chiesa, ossia come una rivelazione che la manifesta e l’annuncia e come una sua attualizzazione che ne ripresenta e ne incarna, a suo modo, il mistero di salvezza” (CEI, Comunione e comunità nella chiesa domestica, n. 4). “Una rivelazione ed attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può dirsi “chiesa domestica”” (Familiaris consortio, n. 21). “La famiglia cristiana che nasce dal matrimonio come immagine e partecipazione del patto di amore di Cristo e della Chiesa, renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo e la genuina natura della Chiesa sia con l’amore, la fecondità generosa, l’unità e la fedeltà degli sposi che con la cooperazione di tutti i membri” (idem, n. 50).

La famiglia è Chiesa domestica perchè è al contempo luogo vivente della presenza di Dio, esperienza del suo Amore, “giuntura” del Corpo Mistico di Cristo, ambito in cui nasce e si trasmette la fede, celebrazione della gloria divina. Giovanni Crisostomo afferma che la famiglia è “microbasileìa”, “piccolo Regno” (Stromata III, 12): la famiglia è chiamata ad essere annuncio e anticipazione del Regno stesso di Dio!

A cura di Carlo Miglietta – www.buonabibbiaatutti.it    

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