27 January 2022 Versione CEI 2008

Biografia di Matta El Meskin

MATTA EL MESKIN

“Se ti spogli veramente di te stesso, allora otterrai una forza autentica che domina misticamente tutte le cose insieme, come se una mano suprema impugnasse, guidasse e dominasse ogni cosa in modo totale. ”
(Matta el Meskin)

Matta El Meskin, (Matteo il povero) al secolo Yusuf Iskandar (1919 – 2006), è stato un monaco egiziano, Igumeno (Abate) del monastero di San Macario il Grande, nel deserto di Scete, dal 1969 alla morte. Matta El Meskin non è solo una delle maggiori figure della storia contemporanea della chiesa copta ortodossa ma anche un autore spirituale noto e apprezzato in tutto il mondo, le cui opere sono state tradotte in quattordici lingue.

Primi anni di vita.

Matta El Meskin nacque il 20 settembre 1919 a Banha, nella regione del Delta del Nilo, da una famiglia modesta. Suo padre era un impiegato delle ferrovie egiziane e sua madre una pia donna di campagna analfabeta che avrebbe incarnato il suo primo modello di vita cristiana. Durante la gioventù trascorsa al Cairo (1935-1944) entrò in contatto con il movimento delle madàris al-ahad (prime scuole) ma ben presto ne prese le distanze scoprendo con sgomento la chiusura e i pregiudizi nei confronti delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni.

Laureatosi in farmacia nel 1944, esercitò la professione acquistando una propria farmacia a Damanhur, nel Delta.

Vita monastica.

Nel 1948, sentendosi chiamato alla vita monastica, Yusuf Iskandar vendette la farmacia, distribuì il denaro ai poveri e partì verso quello che all’epoca era uno dei monasteri egiziani più austeri e più isolati, il monastero di San Samuele il Confessore, nell’altopiano di al-Qalamun, nell’Alto Egitto.

Qui vivevano pochi monaci anziani, analfabeti e malati e il cui igumeno era lo ieromonaco Mina al- Baramusi, futuro patriarca Cirillo VI. Qui il 10 agosto dello stesso anno Yusuf Iskandar prese i voti con il nome di Matta al-Samu’ili e vi trascorse due anni e mezzo (1948-1951) in condizioni di estrema austerità. Matta al-Samu’ili si dedicò alla preghiera oltre che alla lettura dei Padri della Chiesa su alcune pagine dattiloscritte dall’archimandrita inglese Lazarus Moore, contenenti un florilegio dei padri su diversi temi spirituali. A fianco ai grandi nomi del monacheSimo delle origini si trovavano anche i mistici della tradizione russa recente. Questi appunti rappresentarono il materiale che servì per la stesura della sua prima e, probabilmente, più importante opera: La vita di preghiera ortodossa. Nel marzo 1951, a causa di problemi alla vista, Matta al-Samu’ili si trasferì nel monastero della Vergine noto come monastero dei Siriaci, nel deserto di Nitria. Qui, il 19 marzo, contro la sua volontà, fu ordinato prete dal superiore anba Teofilo con il nome di Matta El Meskin. Dopo aver trascorso un breve periodo di discepolato con un’altra importante figura spirituale di quest’epoca, l’eremita etiope ‘Abd al-Masih al-Habashi, per apprendere le basi dell’ascetismo e dell’eremitaggio, si scavò una grotta dove trascorse un periodo di solitudine.

Nel 1954 Matta El Meskin accettò, su insistenza di Giuseppe II (1875-1956, patriarca dal 1946 al 1956), l’incarico di vicario patriarcale ad Alessandria. In poco tempo riuscì a introdurre una serie di riforme tra cui la riorganizzazione dell’amministrazione patriarcale. La messa in discussione di molti privilegi del clero gli valse l’opposizione di numerosi prelati. Dimessosi, Matta El Meskin rientrò al monastero dei Siriaci. Nel 1956, credendo che la riforma monastica in atto mancasse del necessario radicalismo, lasciò il monastero insieme a dodici monaci suoi discepoli, tra i quali il futuro patriarca Shenuda III, per ritornare nuovamente al monastero di San Samuele.

Alla morte di Giuseppe II, Matta El Meskin fu candidato al patriarcato e poi escluso, secondo quanto prevedeva lo statuto, perché di età inferiore a quarantanni e con meno di quindici anni di vita monastica. Dopo l’elezione al soglio patriarcale di Mina al-Baramusi con il nome di Cirillo VI (1902’ 1971, patriarca dal 1959 al 1971), al termine di un periodo particolarmente tumultuoso per la chiesa copta, Matta El Meskin si ritirò in solitudine fino alla fine del 1959; scriverà: La chiesa eterna. Il 9 aprile 1960, Matta El Meskin e i suoi discepoli partirono verso Hilwan, periferia meridionale del Cairo, dove Matta El Meskin aveva fondato, insieme ad altri, la casa della consacrazione nel 1958- 1959.

Wadi al-Rayyan

L’11 agosto 1960 i monaci guidati da Matta El Meskin si diressero all’inospitale wadi al-rayyan, a circa cinquanta chilometri al nord del monastero di San Samuele, dove vissero, malgrado alterne vicende, per nove anni in grotte scavate da loro stessi, conducendo una vita simile a quella dei primi anacoreti cristiani. In questo periodo Matta El Meskin pubblicò numerose tra le sue opere più note, fra le quali ricordiamo: Con Cristo nella sua passione, morte e resurrezione (1961), Chiesa e Stato (1963), L’azione spirituale (1965), L’unità cristiana (1965), Istruzioni sulla preghiera (1966), Sant’Antonio, anacoreta secondo il vangelo (1968).

Monastero di San Macario il Grande.

In seguito ad alcune divergenze, l’8 maggio 1969 il patriarca Cirillo VI convocò Matta El Meskin e il suo gruppo per chiarire la situazione e li invitò a prendere in consegna l’antico monastero di San Macario il Grande, nel deserto di Scete, dove all’epoca non vivevano che sei monaci anziani in una struttura in rovina, sommersa dalla sabbia del deserto circostante. Matta El Meskin divenne il padre spirituale del monastero e diede il via a una importante rinascita riformandone il sistema monastico e intraprendendo lavori di restauro e ampliamento. In dieci anni il numero di monaci crebbe dalla decina iniziale a circa ottanta. E in questi anni di stabilità che redasse le sue opera magna come: Il monacheSimo copto all’epoca di San Macario (1972), Lo Spirito santo, Signore vivificante (1981), Il mistero dell’Eucaristia (1982).

Le accuse del patriarca Shenuda III.

Alla morte di Cirillo VI (1971), Matta El Meskin fu candidato per la seconda volta al soglio del patriarcato copto ortodosso e fu nuovamente escluso. A essere eletto fu Anba Shenuda, vescovo dell’educazione (1923’2012, patriarca dal 1971 al 2012), con il nome di Shenuda III. Nel 1981, in seguito all’acuirsi delle tensioni tra Anwar al-Sadat, Shenuda III e i gruppi estremisti islamici, il presidente egiziano fece arrestare otto vescovi ed esiliò Shenuda III nel monastero di San Pishoi, nel deserto di Nitria, dove vi sarebbe restato fino al 1985. Matta El Meskin svolse il ruolo di paciere tra Shenuda III e Sadat rifiutando l’offerta di quest’ultimo di diventare patriarca al posto di Shenuda. Questi incontri furono alla base di malintesi tra Matta El Meskin e Shenuda III, i cui rapporti, malgrado Matta El Meskin fosse stato il padre spirituale del patriarca, andarono sempre più raffreddandosi. Da allora Shenuda III accusò Matta El Meskin di eresia attraverso una serie di articoli pubblicati da al-kiraza (‘L’evangelizzazione’), il periodico ufficiale del patriarcato, poi ripubblicati in un libro intitolato: Eresie moderne. A partire dal 1988, Matta El Meskin visse, tranne che per sporadiche visite al monastero, in una dépendance di quest’ultimo a settanta chilometri a ovest di Alessandria. Qui si dedicò alla redazione dei commentari alle Scritture.

La morte.

Matta El Meskin spirò in ospedale l’8 giugno 2006 all’età di ottantasette anni. Lo stesso giorno furono celebrati i funerali al monastero di San Macario, in assenza delle autorità ecclesiastiche.

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