11 August 2022 Versione CEI 2008

Apocalisse: una chiave di lettura

SPERANZA DI UN POPOLO PERSEGUITATO

TRE CONVERSAZIONI SULL’APOCALISSE

Fonte del testo

L’Apocalisse è un libro molto ricercato dal popolo. Libro misterioso, pieno di strane visioni! Tutti hanno il presentimento che si trovi in esso qualcosa di importante per la vita. Ma non tutti lo leggono alla stessa maniera

Prima conversazione

  • Donna Maria José, lei legge la Bibbia? – Sì signore, la leggo tutti i giorni.
  • Qual è la parte della Bibbia che lei legge di più ?
  • Ah, per me quello che più mi piace è l’Apocalisse. La leggo tutti i giorni.
  • Lei comprende tutto quello che legge nell’Apocalisse?
  • Comprendere non lo comprendo, no signore. La mia intelligenza è limitata. Ma mi piace molto. Mi dà conforto e coraggio nella lotta.

Maria José legge l’Apocalisse non tanto per capire le cose, ma per sentire da vicino l’appoggio di Dio. Così essa acquista coraggio per lottare. Effettivamente il solo intendere, senza il coraggio, non conduce alla lotta. Un buon volante senza motore non fa andare avanti l’auto. Ma basterà il coraggio senza l’intelligenza?

Seconda conversazione

  • Signor Romero, lei legge la Bibbia?
  • Di tanto in tanto. Ma non mi appassiona molto, no.
  • Perché?
  • Perché non capisco. Soprattutto l’Apocalisse. Non ci capisco nulla. Fa persino paura.
  • Paura? Perché?
  • A causa di quelle visioni terribili della fine del mondo e della bestia. Se non c’è modo di capirle, possono solo mettere paura. Non ne ricevo conforto, assolutamente.

Il coraggio che nasce dalla fede ha bisogno dell’intelligenza. Altrimenti esso si muove in direzione sbagliata e si perde nel vuoto. Non basta avere un buon motore. È necessario che anche il volante sia buono. Altrimenti l’auto può rovesciarsi e rovinarsi completamente. Non tutti sono come Maria José. Molti sono come Romero. Se non hanno possibilità di capirla, l’Apocalisse per essi non dice nulla, mette paura e finisce anche per allontanare il popolo. Dove cercare la chiave di lettura?

Terza conversazione

  • Signor Raimondo, ha già saputo la notizia? – Che notizia?
  • Del papa a Roma. Ha subíto un attentato, gli hanno sparato, ma non è morto.
  • Ah, questo lo sapevo già da molto tempo. Non è una sorpresa per me.
  • Ma come? È accaduto solo quest’oggi, nel pomeriggio.
  • Non importa: questo fatto, vede, corrisponde proprio a quello che si trova scritto.
  • Scritto dove, signor Raimondo?
  • Nella Bibbia. Nell’Apocalisse. Dice che la bestia riceve una ferita mortale, ma riesce a scamparla. È scritto là.

Per Raimondo, che non è cattolico, la bestia è il Papa di Roma. È con questo modo di intendere che egli legge l’Apocalisse. Per altri la bestia è l’attuale governo. Per altri è il capitalismo. Per altri il comunismo. Secondo il proprio modo di intendere, ognuno legge l’Apocalisse e ne ricava le sue conclusioni. Chi ha ragione?

La cosa migliore è senz’altro quella di interrogare direttamente l’autore dell’Apocalisse: «Signor Giovanni, qual è il senso vero delle cose che lei ha scritto?». È chiaro che Giovanni non risponderà alla domanda. Egli è morto ormai da quasi duemila anni. Ma egli ha lasciato anche varie informazioni sparse lungo le pagine dell’Apocalisse, informazioni che chiariscono il senso di tante cose. Nei sette capitoli di questo libro raccoglieremo tutte queste informazioni per presentarle come una chiave di lettura del libro dell’Apocalisse.

APOCALISSE: MESSAGGIO DI CONSOLAZIONE PER IL POPOLO PERSEGUITATO DELLE COMUNITÀ.

Quando è stata scritta l’apocalisse?

L’Apocalisse è stata scritta tra gli anni 90-100 dopo Cristo. Non si sa l’anno preciso. Per comodità, diremo che è stato l’anno 95. Era un periodo di persecuzione.

Dopo la morte e la risurrezione di Gesù il vangelo si era diffuso rapidamente. Sorgevano ovunque piccole comunità.1 In poco tempo la buona notizia di Gesù aveva varcato le frontiere della Palestina. Era penetrata nell’impero romano: Asia minore, Grecia, Italia. Non fu un cammino facile. Ci furono molte difficoltà e persecuzioni. Ma nonostante tutto splendeva il sole. Il vento era favorevole.

A poco a poco, però, il cielo si andava coprendo di nubi, foriere di tempesta. Nelle scuole dell’impero romano si insegnava che l’imperatore era signore del mondo (13,4.14). Al contrario, i cristiani affermavano che Gesù (l’Agnello) «è il Signore dei signori» (17,14; 19,16). E non era un semplice litigio di parole. L’impero aveva i propri dèi (2,14). Era in nome di questi falsi dèi che l’imperatore si proclamava signore del mondo. Tutti dovevano prestargli culto (13,8-15). Così, aiutato dalla religione, l’imperatore era riuscito a montare un sistema che controllava la vita del popolo (13,16-17) e che sfruttava i poveri a tutto vantaggio dei grandi della terra e del loro lusso (18,3.9.11-19).

Per i cristiani Dio è uno solo. E se Dio è uno solo, Padre di tutti, tutti sono dunque fratelli. In nome della loro fede i cristiani cercavano quindi di vivere come fratelli. Mettevano in comune i propri beni (At 2,44-45; 4,32.34). Dicevano che tutti erano uguali tra loro (Gal 3,28; 1 Cor 12,13; Col 3,11). Condannavano i ricchi che sfruttavano i lavoratori (Gc 5,1-6). Non volevano appoggiare il sistema ingiusto dell’impero romano (18,4).

Non era pertanto un litigio per una questione puramente verbale, nemmeno una discussione intorno a divinità beate nel loro cielo Si trattava anche dell’organizzazione della vita del popolo su questa terra. La nuova organizzazione annunciata e iniziata dai cristiani costituiva una minaccia per il sistema dell’impero. Un conflitto aperto non poteva tardare. Infatti, trent’anni circa dopo la morte di Gesù, l’imperatore Nerone decretava la prima grande persecuzione. Fu l’inizio dei mali: nel mese di luglio del 64!

Dopo Nerone era tornata la pace. Ma non era vera pace, era soltanto una pausa. Tutti sapevano che l’impero non avrebbe permesso che le comunità crescessero e si diffondessero. Le comunità erano come le termiti. Minavano e sovvertivano il sistema dell’impero dal basso. Per questo, intorno all’anno 90, l’imperatore Domiziano decretò una nuova persecuzione, questa volta più violenta e più organizzata. Domiziano torturava i cristiani perché abbandonassero la fede.

Così, con la fine del primo secolo, sembrava essere giunta anche la fine del cammino delle comunità. Tutte le porte erano sbarrate. Tutto il potere del mondo era rivolto contro i cristiani. Molti abbandonavano il vangelo per paura, passando dalla parte dell’impero.

Nelle comunità si diceva: «Gesù è il Signore!». Ma fuori, nel mondo, chi in realtà comandava come signore onnipotente era l’imperatore di Roma. È allo scadere di questo primo secolo, in questo tempo di persecuzione che è stata scritta l’Apocalisse.

Per chi è stata scritta l’Apocalisse?

Giovanni ha scritto l’Apocalisse per il popolo delle piccole comunità sparse nell’impero romano, soprattutto nell’Asia minore (1,4.11). Qual era la situazione di questo popolo?

Era un popolo perseguitato (1,9). Lo stesso Giovanni, nel momento in cui scriveva 1’Apocalisse, si trovava prigioniero a causa della propria fede (1,9). La persecuzione era violenta (12,13.17; 13,7). C’erano cristiani in carcere (2,10) e molti avevano già subìto il martirio (2,13; 6,9-11; 7,3-14; 16,6; 18,24; 20,4). Era molto difficile conservare la fede (2,3-4). Il controllo della polizia era totale: nessuno poteva sfuggire alla sua vigilanza (13,16). Chi non appoggiava il regime dell’impero non poteva vendere né comprare nulla (13,17). La propaganda era enorme (13,13) e si infiltrava anche nelle comunità (2,14.20). L’imperatore veniva presentato come se fosse un nuovo Gesù! Arrivavano a dire che era un risuscitato (13,3.12.14). La terra intera lo adorava quasi fosse un dio e sosteneva il suo regime (13,4.12- 14).

Il popolo delle comunità sperimentava ancora altre difficoltà. C’era un naturale senso di stanchezza dopo tanti anni di cammino (2,2). Si assisteva a una diminuzione del primitivo fervore (2,4). Esistevano i falsi capi che si dicevano apostoli e non lo erano (2,2). C’erano le dottrine errate che seminavano confusione (2,6.15), le persecuzioni da parte dei giudei (2,9; 3,9), il problema delle altre religioni che si mescolavano con la fede in Gesù (2,14-15.20). Alcune comunità stavano morendo (3,1). Altre, pur avendo ben poca forza, continuavano a essere salde nella fede (3,8). In genere si trattava di gente povera, fino a toccare talvolta la miseria (2,9). Le comunità più ricche si erano adagiate nel conformismo, ingannate dalla loro ricchezza (3,16-17). Non erano né fredde né calde (3,15).

È per questo popolo delle piccole comunità che Giovanni scrive il suo libro. Come al giorno d’oggi, anche in quel tempo c’erano i deboli e i poveri che continuavano a rimanere saldi nella fede e nella lotta. C’erano quelli che si trovavano smarriti, senza scorgere più la strada da seguire. C’erano quelli che confondevano le cose, senza capirne bene il senso. E tutti perseguitati! Tutti nella necessità di una parola di spiegazione, di conforto e di coraggio. In quel tempo i nomi erano diversi. Oggi essi si chiamano Maria-José, Romero, Raimondo.

Chi ha scritto l’apocalisse?

L’autore dell’Apocalisse non ha firmato il suo libro, non vi ha messo una data. Sappiamo poco della sua vita. Ma egli ci ha lasciato alcune informazioni. Si presenta così: «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» (1,9). Il suo nome è dunque Giovanni. Non presenta alcun titolo, né di vescovo, né di sacerdote, né di evangelista, né di apostolo. Il titolo valido per lui è quello di «fratello e compagno nella tribolazione» (1,9). Egli stesso è un perseguitato a causa della sua fede. Soffre la stessa cosa degli altri. Conosce dal di dentro il dramma dei compagni. Perciò è in grado di incoraggiarli.

Giovanni ha coscienza di essere incaricato di una profezia da parte di Dio per il popolo delle comunità (1,1-3; 22,6-8). Si presenta con autorità e reclama obbedienza (22,18-19). La sua autorità viene dalla parola di Dio (1,2). Egli stesso ha incarnato questa parola nella propria vita (10,8-11). Perciò ha autorità per parlare.

A quanto pare, Giovanni era il coordinatore generale delle comunità dell’Asia minore poiché è a quella regione che invia il suo libro (1,4.11). Inoltre egli è molto addentro nella situazione e nei problemi di ognuna delle sette comunità, come dimostra nelle sette lettere (2,1-3,22). Malgrado la sua autorità, Giovanni sembra essere stato una persona umile che non ha paura e vergogna di confessare ciò che non sa (5,4; 7,13-14). Giovanni non scrive a tutti indistintamente. Scrive ai «fratelli e compagni» perseguitati (1,9). A prima vista egli si rivolge unicamente ai fratelli perseguitati delle «sette comunità (chiese) che sono in Asia» (1,4.11). Ma nell’Apocalisse il numero sette significa spesso tutti. Scrivendo quindi a quelle sette comunità, Giovanni intende in realtà illuminare e incoraggiare tutte le comunità, anche quelle del giorno d’oggi.

Che cos’ha da dire l’Apocalisse al popolo delle comunità?

Apocalisse è una parola che viene dal greco. Vuol dire rivelazione. Rivelazione è lo stesso che togliere il velo. Quando una cosa è nascosta da un velo, nessuno la può vedere. Qual era la realtà nascosta dalla quale Giovanni toglierà il velo per mostrarla al popolo?

La realtà nascosta era la situazione stessa in cui si trovava il popolo delle comunità. Nessuno vedeva bene come stavano le cose. Ormai non capivano più la persecuzione. Il popolo era impaziente e diceva: «Fino a quando, Signore»? 6,10). Se Dio era il padrone del mondo, come mai permetteva che durasse così a lungo quella persecuzione? Sembrava che Dio avesse perso il controllo della situazione. Chi comandava nel mondo era proprio l’imperatore di Roma! Ora, il libro dell’Apocalisse è la risposta di Dio al popolo afflitto e perseguitato delle comunità. E stato scritto su ordine di Dio (1,11.19) per essere rivelazione, cioè per togliere il velo e illuminare la situazione del popolo alla luce della fede. Il libro comincia con queste parole solenni: «Rivelazione di Gesù Cristo» (11,).

Per mezzo di questa «rivelazione di Gesù» trasmessa da Giovanni, Dio toglierà il velo e rivelerà al popolo il suo piano di salvezza, una tappa dopo l’altra. Vuole «render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere» (1,1), illuminare così il popolo e smascherare la falsa propaganda dell’impero. Le cose che Dio realizza per il suo popolo,

«quelle che sono (presenti) e quelle che accadranno dopo» (1,19) esistono nascoste dentro gli avvenimenti della vita. Ma il popolo non le distingueva. Per questo era impaziente e triste. Per poter scorgere l’azione di Dio dentro la vita, non basta che Giovanni tolga il velo. È necessario che il popolo collabori ascoltando e praticando la parola di Dio che Giovanni gli trasmette. Così ritroverà la gioia. «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino» (1,3)!

E questa la buona notizia che l’Apocalisse intende rivelare al popolo delle comunità: «Il tempo è vicino» (1,3). Dentro il tempo della storia, segnato dalle persecuzioni, esiste il tempo di Dio, l’ora di Dio, il piano di Dio. Tale piano è entrato nella sua fase finale. Il tempo concesso da Dio è giunto al suo termine. Dio sta per arrivare! Egli rovescerà la situazione e libererà il suo popolo. L’Apocalisse sta togliendo il velo perché il popolo scopra, dentro gli avvenimenti della persecuzione, la buona notizia dell’arrivo di Dio che viene a liberare.

TOGLIERE IL VELO CHE NASCONDE GLI AVVENIMENTI E ANNUNCIARE AL POPOLO OPPRESSO LA BUONA NOTIZIA DI GESÙ

I vari modi di annunciare la buona notizia di Gesù

Esistono oggi varie maniere o forme per trasmettere un messaggio. Puoi usare la forma della leggenda popolare2 o di una storia a fumetti. Puoi anche usare la forma di un canto, di un inno di lode o di un circolo biblico. La scelta dipende da te, dal tuo talento. Dipende pure dalla situazione del popolo cui ti rivolgi. Dipende da tante cose.

Così anche al tempo dei primi cristiani esistevano varie forme per trasmettere la buona notizia di Gesù. C’era la forma usata nei quattro vangeli. C’era il modo di farlo sotto forma di una storia, che è il modo usato da Luca negli Atti degli Apostoli. C’era il modo di farlo tramite lettera, usato da Paolo. Altri ancora usavano la forma del cantico: Maria (Lc 1,46-56), Zaccaria (Lc 1,67-79). E c’era anche il modo di farlo sotto forma di apocalisse.

L’apocalisse era un genere inventato per annunciare la buona notizia in tempi di persecuzione e di mutamento. V’erano a quel tempo molte apocalissi, così come v’erano molti vangeli, molte storie e molte lettere. Non tutto però è entrato a far parte del Nuovo Testamento. Per disposizione dello Spirito Santo e mediante il comune accordo delle comunità, vi sono entrati solo quattro vangeli: Matteo, Marco, Luca, Giovanni. Gli altri sono rimasti fuori. Vi è entrata un’unica storia, quella degli Atti degli Apostoli. Vi sono entrate 21 lettere: 14 di Paolo, 3 di Giovanni, 2 di Pietro, 1 di Giacomo e 1 di Giuda. Le altre, come per esempio quelle di Ignazio, sono rimaste fuori. E vi è entrata un’unica apocalisse, quella di Giovanni. Le altre sono rimaste fuori.

In che modo l’apocalisse annuncia la buona notizia di Gesù

L’Apocalisse è innanzi tutto un messaggio di consolazione e di speranza per un popolo in crisi, minacciato nella propria fede a causa delle trasformazioni e delle persecuzioni. L’Apocalisse vuole aiutare il popolo a ritrovare nuovamente Dio, a ritrovare se stesso e la propria missione. Vuole incoraggiarlo a non desistere dalla lotta equipaggiandolo meglio di fronte a essa.

Perciò qualsiasi interpretazione dell’Apocalisse che tenda a suscitare paura nel popolo o ad accrescerne lo scoraggiamento è da ritenere errata e falsa. Sarebbe lo stesso che servirsi del sole per bagnare o dell’acqua per asciugare!

In che modo l’Apocalisse affronta la crisi di fede del popolo delle comunità?

La crisi di fede aveva due cause. La causa esterna erano gli avvenimenti della persecuzione e delle trasformazioni nella società. La causa interna era la mancanza di visione di fede dello stesso popolo perseguitato. Per questo il popolo aveva l’impressione che Gesù fosse assente. Sembrava che Dio avesse perso il controllo della situazione. Gli oppressori apparivano come i padroni della storia. E molti si domandavano: «Vale proprio la pena di continuare a far parte della comunità»?

L’Apocalisse affronta il problema rivelando l’altra faccia degli avvenimenti, la faccia nascosta. Proietta sui fatti la luce della fede e scopre che:

  1. Gli avvenimenti non stanno sfuggendo di mano a Dio. Nonostante tutte le apparenze in contrario, Dio mantiene il controllo della situazione. Gesù è presente negli avvenimenti come Signore onnipotente della storia. La storia scorre dentro i limiti di tempo fissati da Dio!
  2. Il potere dei potenti di questo mondo non è altro che illusione. Essi appaiono come i padroni del mondo, ma non sono altro che funzionari di seconda categoria. Senza volerlo e senza saperlo, concorrono alla realizzazione del piano di Dio. L’imperatore può gridare e opprimere i cristiani quanto vuole, egli non è che un povero disgraziato. Il suo potere è limitato da Dio. È già destinato alla sconfitta totale!

È questa l’altra faccia degli avvenimenti, la faccia nascosta, che solo la fede è capace di scorgere. Sono le «cose che devono presto accadere» (1,1). Devono accadere! Nessuno potrà impedire la realizzazione del piano di Dio. Lui è più forte.

La buona notizia che spunta dagli avvenimenti letti alla luce della fede

Togliendo il velo Giovanni fa emergere davanti agli occhi del popolo la buona notizia che era dentro gli avvenimenti stessi e di cui il popolo non si stava accorgendo. La buona notizia è questa: Dio è il Signore della storia. Egli ha affidato tutto il suo potere a Gesù: adesso

Gesù guida il suo popolo alla vittoria finale. Nessuno, per forte che sia, riesce a far cambiare direzione al piano di Dio. Gli oppressori del popolo saranno tutti sconfitti e condannati. La resurrezione di Gesù è la prova e la garanzia di tutto questo.

Per mezzo di questo annuncio pieno di vigore l’Apocalisse fa pendere la bilancia della vita dall’altra parte. Alleggerisce il peso della persecuzione che si faceva sentire su un piatto della bilancia e rafforza il peso della fede sull’altro. Il popolo riacquista così l’equilibrio nella vita. Adesso non è più la persecuzione che indebolisce la fede, ma è la fede rinnovata e illuminata che indebolisce il potere dei potenti. Il volto di Dio riappare nella vita. Il popolo ringrazia, esplode in canti di gioia e si dispone a resistere. Intona sin d’ora il «canto nuovo» della vittoria come aveva fatto Maria, sorella di Mosè, dopo la traversata del Mar Rosso (Es 15,20-21).

La buona notizia dell’apocalisse: un canto a tre voci

Avrai già notato la differenza tra il primo e il secondo capitolo di questo libro. Nel primo ho indicato molti testi per darti la possibilità di verificare nel libro stesso dell’Apocalisse le cose che affermavo. In questo secondo capitolo non ho indicato sinora quasi nessun testo dell’Apocalisse. Perché? Perché la buona notizia di Gesù esiste sparsa lungo tutte le pagine dell’Apocalisse. È difficile dire: «È in questo o in quel testo». La buona notizia era presente nel cuore, negli occhi e nella mano di Giovanni e ha finito perciò per trovarsi sparpagliata in tutti i testi. Metti anche tu la buona notizia di Gesù nel tuo cuore, nei tuoi occhi e nelle tue mani, e potrai ritrovarla in tutti i testi. A questo punto l’Apocalisse si illuminerà dal di dentro. La buona notizia è come il letto del fiume che si vede bene quando l’acqua è limpida e cristallina. Nell’Apocalisse si può scorgere ovunque il letto della buona notizia.

Nell’Apocalisse la buona notizia è sempre la stessa ma viene vista in tre maniere differenti nelle tre parti che compongono il libro:

Le lettere alle sette comunità (1,1-3,22)

Presentano la buona notizia di Gesù come esigenza di fedeltà e di impegno. Scritte per ordine di Dio, sono precedute da una introduzione abbastanza lunga (1,4-20) che serve anche da introduzione all’intero libro dell’Apocalisse. Seguono le sette brevi lettere alle sette comunità (2,1-3,22).

La prima lettura degli avvenimenti della persecuzione (4,1-11,19)

Presenta la buona notizia di Gesù come annuncio di liberazione per il popolo oppresso.

Il cammino delle comunità è visto come un nuovo esodo. Dio sta nuovamente liberando il suo popolo dalle grinfie del faraone. Alcuni ritengono che questa prima riflessione sulla persecuzione fosse già stata fatta al tempo dell’imperatore Nerone, cioè nell’anno 64.

La seconda lettura degli avvenimenti della persecuzione (12,1-22,21)

Presenta la buona notizia di Gesù come giudizio di condanna degli oppressori del popolo. La storia dell’umanità viene vista come un giudizio di Dio. Questa seconda riflessione è molto più concreta della prima. Tutto sembra indicare che sia stata fatta al tempo dell’imperatore Domiziano, cioè intorno all’anno 95.

Queste tre maniere differenti di presentare l’unica buona notizia sono come tre fili che si intrecciano insieme per comporre la corda dell’Apocalisse. Corda robusta, capace di sostenere la fede del popolo delle comunità e di legare i suoi oppressori per mille anni (20,1-3). Sono come un unico motivo eseguito a tre voci.

Come si fa per togliere il velo da un fatto?

Chi trasmette un messaggio sotto forma di leggenda popolare deve conoscere il ritmo della poesia del popolo. Chi annuncia una notizia sotto forma di storia a fumetti deve saper disegnare. E chi annunciava la buona notizia di Gesù sotto forma di apocalisse, cosa doveva sapere? Di quale strumento doveva servirsi? Cosa faceva, nel suo caso concreto, per togliere il velo da un fatto e rivelare dentro di esso la presenza della buona notizia?

Egli faceva soprattutto due cose:

Esprimeva tutto per mezzo di visioni e simboli

È questa la parte che provoca maggiori difficoltà per noi oggi. Giovanni non usa il linguaggio comune. Si esprime per mezzo di visioni strane, piene di simboli. Molta gente desiste dal leggere l’Apocalisse perché non capisce nulla di tali visioni che spuntano a ogni pagina.

Divideva la storia per tappe e presentava come profezia ciò che apparteneva già al passato

Talvolta non sappiamo se Giovanni sta parlando del passato, del presente o del futuro. Non risulta chiaro inoltre se quelle tappe sono tappe reali della storia del popolo delle comunità o se hanno un altro significato.

Nei due prossimi capitoli vedremo da vicino come Giovanni abbia fatto uso di questi due strumenti nel libro dell’Apocalisse. È la parte più difficile. Ma è proprio qui che è nascosta la chiave che ci apre la porta principale dell’Apocalisse. Cerchiamo dunque di trovarla.

«ECCO: LE VISIONI DIVENTANO CHIARE! LE VISIONI DIVENTANO CHIARE!»

Accadde una domenica, in un «giorno del Signore» (1,10). Giovanni si trovava nell’isola di Patmos, deportato a causa delle sua fede (1,9). In quel giorno egli ebbe una visione. Così dice: «Rapito in estasi [dallo Spirito], nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese [ comunità]» (1,10-11). Subito dopo, Gesù gli appare (1,12-20) e ripete l’ordine: «Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo» (1,19). Giovanni obbedì all’ordine di Gesù. L’Apocalisse è il frutto della sua obbedienza. È la descrizione delle visioni che egli ebbe (22,8).

Giovanni vide cose strane: animali con sei ali, costellati di occhi intorno e dentro (4,8), un agnello con sette corna e sette occhi (5,6), cavalli con testa di leone e coda velenosa (9,17.19), una bestia con dieci corna e sette teste (13,1) e che ha per numero 666 (13,18), una città che scende dal cielo (21,2), e così di seguito! Giovanni riempie l’Apocalisse di numeri: 3, 4, 10, 1000 con le loro combinazioni: 7 (3 + 4), 12 (3 x 4), 40 (4 x 10), 144.000 (12 x 12 x 100), 3 e mezzo (metà di 7).

È veramente un altro mondo! Strano, irreale, differente dal nostro mondo. Com’è possibile che delle visioni così fuori dal normale siano uno strumento per illuminare la situazione del popolo? Cosa avrà mai voluto intendere Giovanni con tali visioni? Daremo alla domanda cinque risposte. Leggendo l’Apocalisse potrai forse trovarne altre tu stesso.

Perché Giovanni esprime tutto per mezzo di visioni e simboli?

Prima risposta: Per recare conforto e coraggio nella lotta

Alcuni domandano: «Chi è Gesù»? Tu rispondi con una frase e dici: «Gesù è il figlio di Dio, è il messia, sacerdote, giudice, signore della storia, presente nella comunità, vivo per sempre». Giovanni risponde dicendo: la stessa cosa con una visione.

«Come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (1,12-18).

Le due risposte, frase e visione, dicono la stessa cosa ma in maniera differente. Nella frase sei tu che parli di Gesù; nella visione è lo stesso Gesù che si presenta. Nella frase Gesù compare immobile all’interno di un discorso; nella visione egli si mostra in azione. La frase traduce una serie di idee; la visione dipinge un quadro. La frase definisce gli argini del fiume della dottrina; la visione narra un’esperienza che alimenta la sorgente dello stesso fiume. La frase fa appello all’intelligenza; la visione coinvolge anche il cuore, il sentimento e l’immaginazione. La frase fa capire; la visione comunica forza e coraggio. Nella frase hai detto una grande verità; nella visione Giovanni ha annunciato la buona notizia di Gesù!

Leggendo o ascoltando la visione che Giovanni ebbe di Gesù (1,12- 18), forse non comprendiamo il significato di tutti i suoi dettagli: abito lungo, fascia d’oro, occhi fiammeggianti, piedi di bronzo, spada che esce dalla bocca, ecc.; ma anche senza comprendere, sentiamo e captiamo qualcosa. È quel che capita con della bella musica: piace a tutti ascoltarla, tutti ne ricavano una sensazione gradevole, anche se ben pochi se n’intendono di musica. Tant’è: la musica è fatta non per chi capisce, ma per chi ama ascoltarla.

Le visioni sono come il bambino che va a passeggio col papà. Il bambino non sa cosa voglia dire forza e protezione. Eppure egli sente la forza e la protezione del papà, poiché cammina tranquillo, senza alcuna paura, al suo fianco. Anche le visioni non dicono cosa sia forza e protezione, ma fanno sentire al popolo la forza e la protezione di Gesù che cammina insieme. Donna Maria Josè diceva:

«Comprendere non lo comprendo. La mia intelligenza è limitata. Mi piace molto, però. Mi dà conforto e coraggio nella lotta!».

Seconda risposta: per trasformare il ricordo nostalgico in speranza

Le visioni dell’Apocalisse sono piene di immagini e simboli dell’Antico Testamento. Soprattutto dei libri di Ezechiele, Isaia, Daniele e Zaccaria. Viene ricordata l’intera storia del popolo eletto. Talvolta con una sola parola: la creazione (3,14; 4,11; 21,1), il paradiso (2,7; 21,4; 22,3), l’albero della vita (2,7; 22,2), la donna e il serpente

(12,1-4), l’arcobaleno dopo il diluvio (4,3), l’uscita dall’Egitto (7,14), l’agnello pasquale (5,6), le piaghe d’Egitto (8,6-12 16,1-21), il canto nuovo di vittoria (5,9; 14,3; 15,3), le dodici tribù (21,12), il loro censimento (7,1-8), il cammino nel deserto (7,16-17; 12,6.14) la manna (2,17), l’alleanza (21,3.7), Mosè ed Elia (11,3.6), Giuda (5,5), Davide (5,5), Gerusalemme (3,12; 21,9-23), il monte Sion (14,1), Gezabele (2,20), Balaàm (2,4), il tempio (3,12; 7,15; 11,1; 21,22), le grandi promesse (10,7), la caduta di Babilonia (14,8; 18,2.10), il ritorno dall’esilio (18,4), la nascita del Messia (12,5).

Oltre a ricordare gli avvenimenti e le persone dell’Antico Testamento, Giovanni ne prende a prestito le parole e le frasi per poter esprimere il proprio pensiero. Di tutti i libri del Nuovo Testamento, l’Apocalisse è quello che maggiormente si serve dell’Antico Testamento: più di 400 volte! In certo qual modo le visioni non sono nient’altro che costruzioni nuove fatte con i vecchi mattoni dell’Antico Testamento. Qual è il senso di tutto questo? Perché le visioni ricorrono tanto all’Antico Testamento?

Il popolo delle comunità conosceva bene l’Antico Testamento. Bastava che uno tirasse fuori una parola e il popolo ricordava subito l’intera frase. L’Antico Testamento era il suo passato, un passato bello da ricordare. In esso Dio aveva manifestato la sua presenza con grandi miracoli. Ma essi ricordavano il passato solo per provarne una grande nostalgia, come muro del pianto: «Una volta sì, ma oggi… Dio non si fa più vedere!». Morivano di fame col pane del passato in mano, pensando fosse una spugna per asciugare le lacrime.

Ora, quelle visioni infarcite di frasi e ricordi dell’Antico Testamento, che cosa fanno? Fanno scoprire al popolo che il passato non è spugna per asciugare le lacrime, ma è davvero pane, pane da mangiare, pane che fa rinascere l’uomo! Le visioni presentano il passato come uno specchio: è come se stesse succedendo adesso! Così, a poco a poco si ridesta nell’animo del popolo l’energia del passato. Il velo cade e il cammino rimane illuminato. Il popolo ricupera la memoria perduta e scopre la buona notizia dentro ciò che avviene «Dio continua a operare! Lo stesso Dio dei tempi antichi. Non è cambiato da allora fino a oggi. Egli è con noi. È colui che era, che è e che viene!» (1,4; 4,8). In tal modo la nostalgia si trasforma in speranza.

Terza risposta: per comunicare al popolo qualcosa della pace di Dio

Uno mi ha detto un volta: «Non mi piace l’Apocalisse. Non vi resta più nulla da fare per il popolo: è Dio che fa tutto! Il popolo rimane inerte di fronte alla lotta, rimettendo tutto nelle mani di Dio!». Molta gente che evita di impegnarsi si appoggia infatti sull’Apocalisse per sfuggire all’obbligo di entrare nella lotta. Ma non è questo il caso del popolo delle comunità dell’Asia che stavano già lottando da molti anni. Il loro problema non era di trovare un sotterfugio per non dover entrare nella lotta ma di escogitare il modo di non desistere dalla lotta. Giovanni risolse tale problema. Le visioni trasportano il popolo all’interno del cielo (4,1), vicino al trono di Dio (4,2-11) e comunicano qualcosa della pace con cui Dio guida dall’alto, sereno e sicuro, la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione (11,14-18; 12,10-11). I soldati dell’esercito dell’Agnello si trovano sperduti sul fronte di battaglia (6,10). Per mezzo delle visioni Giovanni li fa salire fino al quartier generale dell’Agnello che dirige la battaglia (14,1-15; 17,14; 7,9-17). Dall’alto del cielo, dal centro operativo essi contemplano la lotta con gli occhi di Dio. Scoprono che, benché difficile, la battaglia è già vinta (14,9-12; 17,14). Tornano quindi a lottare ben più rinfrancati, assaporando già la vittoria. Così per mezzo delle visioni l’albero della comunità pianta la sua radice nel terreno di Dio e la tempesta delle persecuzioni non è più capace di strapparla!

Quarta risposta: per difendersi contro gli oppressori del popolo

In tempo di persecuzione la precauzione non è mai troppa. Chi parla troppo corre il pericolo di denunciare il fratello. Chi ha qualcosa da comunicare lo fa in modo che solo i compagni di lotta lo possano comprendere, gli altri no (14,3). Dire apertamente che l’impero romano era il grande nemico da combattere poteva costare la prigione. Ma Giovanni trova la soluzione. Egli dice: «Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è 666» (13,18). In base al numero che caratterizzava ogni lettera, il lettore calcolava e scopriva da sé il messaggio: la bestia è l’imperatore di Roma! Raimondo non ha ragione: stando all’Apocalisse, la bestia non è il Papa di Roma, bensì l’imperatore romano che perseguitava i cristiani e che aveva già fatto uccidere san Pietro, il primo Papa.

Allo stesso modo Giovanni spiega il mistero della grande prostituta, seduta sopra una bestia scarlatta con sette teste (17,3). Egli dice: «Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna» (17,9). A buon intenditor poche parole! Sapevano tutti che la città di Roma, sede dell’impero, era costruita su sette colli.

Le visioni con i loro simboli sono un mezzo per far capire al popolo e anche per difenderlo dai suoi oppressori. Esse rivelano infatti il suo messaggio agli oppressi nascondendolo al tempo stesso agli oppressori. Dio ordina di essere buoni, non stupidi!

Quinta risposta: per farsi intendere dal popolo delle comunità

Un cartellone con dei disegni trasmette molto di più che non il semplice parlare. Una rappresentazione drammatica è più istruttiva di un discorso. Un’immagine dice molto più di una frase. Per esprimersi il popolo preferisce usare disegni, teatro, immagini, manifesti, paragoni. Lo stesso vale per l’Apocalisse. L’Apocalisse non è una sala per conferenze dove il popolo entra per sedersi ed ascoltare uno che parla. È molto più somigliante a un salone enorme pieno di figure e ritratti, quadri e pitture, appesi alle pareti delle sue pagine. Il popolo delle comunità vi può entrare e passeggiare tranquillamente osservando, conversando, pregando. Può contemplare i quadri nell’ordine in cui Giovanni li ha messi. Ma non è necessario. Può anche scegliere a suo piacimento e passeggiare dove vuole. Ogni pittura infatti, ogni visione, ha un suo proprio messaggio. Se segui però l’ordine in cui Giovanni ha disposto le visioni, ne trarrai maggior profitto: a poco a poco arriverai a percepire il messaggio d’insieme. A questo punto un quadro comincia a spiegare l’altro quadro e così tutto l’insieme si illumina. La luce complessiva a sua volta ricade sui dettagli e li chiarisce. Tenteremo più avanti di scoprire l’ordine in cui Giovanni ha disposto le visioni dentro l’Apocalisse.

Le visioni dell’Apocalisse non conoscono i mezzi termini

Nelle visioni dell’Apocalisse tutto risulta o chiaro o scuro, o buono o cattivo. Non esistono mezzi termini. Solo contrasti: da un lato il drago e la bestia (13,1-18), dall’altro l’Agnello e il suo esercito (14,1-5); da un lato Roma, la grande prostituta (17,1-18), dall’altro Gerusalemme, la sposa dell’Agnello (21,1-22,5), e così di seguito.

Giovanni sa molto bene che nella vita le cose non stanno così. Sa che bene e male esistono mescolati insieme nella vita delle comunità (2,1-3.22). Sa che nell’impero romano vi sono molte cose buone. Perché dunque nelle visioni egli parla come se da una parte solo esistessero cose buone, dall’altra solo cose cattive?

La situazione politica era confusa

Negli Atti degli Apostoli, Luca aveva presentato l’impero romano come simpatico ai cristiani (At 13,7; 18,12-15; 19,35-40; 25,13-27). Inoltre Paolo aveva scritto ai cristiani di Roma che essi dovevano obbedire alle autorità costituite (Rm 13,1). «Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio» (Rm 13,2). Ma la situazione era cambiata. Ora quelle medesime autorità costituite stavano perseguitando i cristiani (13,7). Arrivavano persino a infiltrarsi nelle comunità per forzare i loro membri ad adorare i falsi dèi dell’impero (2,14.20).

Che fare? Chi era colpevole di quella nuova situazione? L’impero in sé o solo alcuni cattivi funzionari dell’impero? Le cose non erano chiare. Esistevano varie opinioni. Nelle comunità dovevano sorgere grandi discussioni che degeneravano persino in lite aperta intorno a questo argomento di politica.

Il chiarimento portato dall’Apocalisse

Giovanni dà il suo parere con molta chiarezza. Per lui colpevoli non sono alcuni cattivi funzionari dell’impero; colpevole è l’impero in sé: la sua organizzazione politico-economica e la sua pretesa di essere il signore del mondo (13,1-18). Di conseguenza Giovanni condanna l’impero romano da cima a fondo. Perché Giovanni la pensa così?

Giovanni valuta e giudica le cose a partire dal futuro, a partire cioè dal contributo che esse stanno dando alla vittoria futura del bene e della giustizia. La vittoria è già sicura, garantita dal potere di Dio (11,17-18; 21,6-8.27; 22,3-5). Ciò che contribuisce alla vittoria è bene, viene da Dio. Ciò che impedisce la vittoria non serve, viene dal diavolo. Ora l’impero romano, così com’era organizzato, non stava contribuendo alla vittoria del bene e della giustizia, tutt’altro! Impediva la vittoria, dal momento che perseguitava coloro che davvero volevano contribuire. Per questo, nella descrizione che egli fa dell’impero (13,1-18) e della città di Roma (17,1-18), Giovanni non segnala nulla di buono. Non vi è che malvagità! L’impero è opera di Satana, del drago (13,1-2). La città di Roma, la grandiosa sede dell’impero, la capitale del mondo, non è che una grande prostituta che porta il mondo intero alla perdizione (17,1-2).

E Giovanni raccomanda: i cristiani non possono essere così ingenui da alimentare un regime la cui organizzazione è contraria al vangelo (18,4). Non possono permettere che la falsa propaganda penetri nelle comunità (2,14.20). Devono al contrario tener duro nella lotta e resistere fino alla morte (2,10), nonostante le persecuzioni (3,10-11). È in questa lotta umile e dolorosa del popolo delle comunità che si trova il seme della futura vittoria del bene e della giustizia (2,7. 11.17.26; 3,5.12.21). Resistendo a ogni costo e non lasciandosi traviare, essi saranno l’esercito dell’Agnello che affronta (14,1.4.5) e vincerà l’impero (17,14).

È per tutti questi motivi che Giovanni parla in termini di contrasto netto: nero o bianco. È per aiutare i cristiani a discernere con chiarezza la politica dell’impero romano e a prendere una decisione netta di fronte a quella situazione.

Breve spiegazione di ventuno simboli

Non è compito di questo piccolo libro spiegare tutte le visioni e tutti i simboli dell’Apocalisse Non sarebbe nemmeno possibile. Ci limiteremo a dare qualche esempio, che aiuterà a scoprire il senso degli altri simboli. Si tratterà di una breve spiegazione, solo una chiave di interpretazione. Senza spiegare né come sia stata ricavata la chiave né come funzioni. Ognuno lo scoprirà da sé.

  1. La donna incinta (12,1-2): è il popolo di Dio, Maria, che genera il Messia, il liberatore.
  2. Drago o serpente (12,3.9): è il potere del male che opera nel mondo, satana.
  3. Sette teste (12,3): sono i sette colli della città di Roma (17,9) o i sette re (17,9-10).
  4. Dieci corna (12,3): corno simboleggia potere o re (17,12); dieci indica la totalità.
  5. 1260 giorni (12,6), 42 mesi (11,2), un tempo, due tempi, la metà di un tempo (12,14): è la metà di sette anni. Indica un tempo limitato e imperfetto. Dio fissa un termine al tempo del persecutore.
  6. Ali d’aquila (12,14): è la protezione con cui Dio accompagna il suo popolo (Dt 32,11; Es 19,4).
  7. Bestia (13,1): è l’impero romano, il potere che incarna il male, la soldataglia del drago.
  8. Bestia con parvenza di agnello e voce di drago (13,11): sono i falsi profeti che si mettono al servizio dell’impero romano per legittimarlo davanti al popolo.
  9. Pantera, orso, leone (13,2): simboli di voracità e di sfruttamento.
  10. Agnello (14,1): è Gesù, agnello pasquale, che col suo sangue opera la liberazione del popolo.
  11. 144.000 vergini (14,-4): è il numero completo: 12 x 12 x 1000; 12 dell’AT e 12 del NT. Sono vergini, cioè non sono mai andati dietro ai falsi dèi dell’impero romano.
  12. Babilonia (14,8; 18,2): è Roma che sfrutta i popoli per arricchirsi (18,3.9-13).
  13. Figlio d’uomo (14,14): immagine di Gesù Messia, derivata dal profeta Daniele (Dn 7,13).
  14. Armaghedòn (16,16): simbolo della sconfitta degli eserciti nemici, derivato da Zc 12,11 (montagna di Meghìddo).
  15. Color bianco (19,14): simbolo di vittoria.
  16. Mille anni (20,2-7): è il tempo completo tra la fine della persecuzione e la fine del mondo.
  17. Stagno di fuoco (20,14): simbolo del destino di tutto ciò che si oppone al piano di Dio.
  18. Seconda morte (20,14): è la morte della stessa morte. Alla fine rimarrà solo la vita!
  19. Nuova Gerusalemme (21,2): simbolo del nuovo popolo di Dio.
  20. Nozze dell’Agnello (21,2; 19,9): vittoria e festa finale dell’unione di tutti con Dio.
  21. Alfa e omega (21,6): prima e ultima lettera dell’alfabeto greco; principio e fine.

Sette suggerimenti per capire meglio le visioni dell’apocalisse

  1. Per capire bene il quadro, non basta guardarlo una sola volta. Devi sempre tornare e startene lì fermo a osservare, a meditare. Ogni volta vi scoprirai cose nuove.
  2. Davanti a un bel paesaggio, non fissarti subito nei dettagli. Lascia prima che la bellezza e la serenità dell’insieme del paesaggio penetri in te. Solo in seguito studiane i dettagli.
  3. Cerca di scoprire ciò che proviene dall’Antico Testamento. Va a confrontarlo nei libri stessi dell’Antico Testamento. Ciò aiuterà a scoprire nelle visioni la forza che deriva dal passato del popolo.
  4. Fa un elenco delle similitudini che compaiono nelle visioni. Tenta di scoprire da dove sono state tolte: dalla vita, dalla storia o dalla religione del popolo. Cerca di scoprire la forza e il senso di ogni similitudine per la vita del popolo.
  5. Stabilisci un raffronto tra le visioni e i sogni che tu o altri avete già avuto. Visioni e sogni hanno un senso nascosto, molto importante per la vita.
  6. Per i brani più difficili consulta qualcuno o ricerca le spiegazioni che si trovano in fondo alla pagina della tua Bibbia. Se possibile, consulta pure qualche commento o qualche dizionario.
  7. Non dimenticare mai di verificare come le visioni rispondessero alla situazione di persecuzioni in cui si trovava il popolo delle comunità.

CADE IL VELO E RIAPPARE IL VOLTO DI DIO

L’altro strumento di cui si serve l’Apocalisse per togliere il velo dagli avvenimenti è la sua abitudine di dividere la storia per tappe e di presentare come futuro ciò che appartiene già al passato.

Dividere la storia per tappe

Un esempio aiuta a capire questo primo punto. Prova a immaginare di essere in viaggio. La corriera ha già percorso un buon tratto di strada. Fuori è buio. Non sai quanto durerà ancora il viaggio né per quale località stai passando. Alla fine, un po’ preoccupato, domandi all’autista:

«Dove ci troviamo? Ci vuole ancora molto per arrivare ad Apparecida do Norte?». Lui risponde: «Abbiamo attraversato il ponte Rio-Niteròi, siamo entrati nella Via Dutra, abbiamo salito la serra, ci è toccato fare una deviazione a causa di un ponte rotto, e adesso ci troviamo a Rezende».3 Allora ti tranquillizzi e dici: «Va tutto bene, dunque. Manca poco all’arrivo, grazie al cielo!».

L’Apocalisse è come l’autista che aiuta il popolo delle comunità a fare il punto della situazione nel lungo cammino del piano di Dio, un cammino che si svolge in mezzo all’oscurità delle persecuzioni. Si è già fatta molta strada: nessuno sa quanto tempo ci vorrà ancora né a che punto ci si trovi attualmente. Domandano con ansia: «Dove ci troviamo? Durerà ancora molto?» (cfr. 6,10). Giovanni, l’autista, spiega ai cristiani quante sono le tappe del viaggio e informa a che punto la comunità si trova. In che modo dà queste informazioni? La risposta ci conduce al secondo paragrafo.

Presentare come futuro ciò che appartiene già al passato

Le visioni trasportano l’autore dell’Apocalisse nel passato, all’inizio del piano di Dio o all’inizio di una qualche sua tappa importante. Ancorato in quel passato, egli guarda verso il futuro e annuncia ciò che accadrà da quel momento in avanti. Una parte di quel «futuro» appartiene già al passato. Un’altra parte sta succedendo ora. Un’altra parte deve ancora avvenire. In altre parole, poggiando sul passato, Giovanni descrive l’itinerario che il popolo di Dio dovrà percorrere dall’inizio fino alla vittoria finale. L’Apocalisse presenta due di questi itinerari.

Primo itinerario della marcia del popolo (4,1-11,19)

Nell’anno 95, al tempo della persecuzione di Domiziano, Giovanni ha una visione. Egli vede una porta aperta nel cielo (4,1). Entra dentro e scorge il trono di Dio (4,2-11). In seguito vede un Agnello come immolato (5,6) che riceve da Dio un libro chiuso con sette sigilli (5,7- 12). È il momento della risurrezione di Gesù e della sua gloriosa ascensione al cielo, alla destra del Padre. Vivendo nell’anno 95, Giovanni è stato dunque trasportato in spirito nell’anno 33, l’anno della morte e risurrezione di Gesù.

Da quel passato in cui si è posto, dall’inizio dell’ultima tappa del piano di Dio, Giovanni guarda ora verso il futuro e descrive «le cose che devono accadere» (4,1). Descrive l’itinerario della marcia del popolo, che va dall’anno 33 fino al termine della storia. L’itinerario è contenuto nel libro sigillato con sette sigilli (5,1). I sette sigilli sono le sette tappe della marcia.

Le prime quattro tappe (6,1-8) descrivono cose che erano già avvenute, tra l’anno 33 e il 95, e che il popolo già conosceva.

La quinta tappa (6,9-11) descrive la persecuzione in atto nell’anno 95. All’apertura del quinto sigillo, Giovanni dice: «Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa» (6,9). Di questa quinta tappa viene detto che durerà soltanto «ancora un poco» (6,11).

La sesta tappa (6,12-7,17) descrive le cose che accadranno ancora tra l’anno 95 e la fine dei tempi.

L’apertura del settimo sigillo (8,1-11,9) segnerà la fine della marcia. A quel punto «non vi sarà più indugio [di tempo]» (10,6). Sarà la fine!

Leggendo tale itinerario, il popolo perseguitato delle comunità fa il punto della situazione nella propria marcia e si tranquillizza: «Ci troviamo nella quinta tappa. La nostra marcia corrisponde al piano di Dio. È Lui che ci guida. Manca poco per arrivare alla fine. Teniamo duro!».

Secondo itinerario della marcia del popolo (12,1-22,21)

Il capitolo 12 segna un nuovo inizio. Giovanni ha un’altra visione. Scorge due segni in cielo: una donna incinta che grida per le doglie del parto (12,1-2) e un drago enorme (12,3-4), che è satana, «il serpente antico» (12,9). La donna e il drago sono in lotta (12,4). È la lotta annunciata da Dio nel paradiso terrestre, all’inizio della creazione (Gen 3,15). Il drago vuol divorare il bambino che sta per nascere (12,4). Ma il bambino, appena nato, viene rapito in cielo presso Dio (12,5) e il drago viene sconfitto (12,7-9). È la vittoria di Gesù che risuscita ed entra vittorioso in cielo (12,10-12). Giovanni dunque, pur vivendo nell’anno 95, viene trasportato in spirito contemporaneamente all’inizio della creazione del mondo e all’inizio della nuova creazione, inaugurata dalla risurrezione di Gesù.

Da quel passato, dall’alto del cielo, al fianco di Gesù vittorioso, egli guarda nuovamente verso il futuro e stabilisce un secondo itinerario per la marcia del popolo perseguitato delle comunità.

Dapprima (12,13-17) descrive i fatti già accaduti tra l’anno 33 e il 95. In questa parte spiega l’origine della persecuzione che squassa le comunità.

In seguito (13,1-14,5) descrive la persecuzione che era in atto nell’anno 95. Da una parte c’è l’impero romano, la bestia che ha ricevuto tutto il suo potere dal drago (13,1-18). Dall’altra c’è Gesù, l’Agnello, che ha ricevuto tutto il potere da Dio e ha un esercito di 144.000 vergini (14,1-5).

Per ultimo (14,6-13), Giovanni reca l’annuncio finale delle cose che accadranno tra l’anno 95 e la fine della storia.

Tutto quello che viene dopo (14,14-22,21), come poi vedremo, non è altro che l’esecuzione minuziosa di tale annuncio finale che predice la condanna e la sconfitta totale delle forze del male.

Così, per mezzo di questi due itinerari, Giovanni fa cadere il velo dagli avvenimenti della persecuzione rivelando al loro interno la presenza della buona notizia di Gesù. Gli itinerari offrono al popolo delle comunità una visione d’insieme del piano di Dio e della marcia attraverso la storia. Mostrano come la persecuzione stessa faccia parte di questo piano. La persecuzione è solo una tappa del cammino, una tappa necessaria per giungere al punto finale. Leggendo i due itinerari, il popolo è come se guardasse in uno specchio per scoprirvi a che punto si trova nella sua marcia. L’oscurità della persecuzione si illumina dal di dentro, il velo viene a cadere e riappare nuovamente il volto di Dio nlla storia del popolo!

I sette consigli lasciatici da Giovanni

Prima di cominciare la lettura dell’Apocalisse, capitolo per capitolo, è bene ricordare i sette consigli che Giovanni ci ha lasciati, sparsi qua e là nelle pagine dell’Apocalisse. Sono consigli che insegnano come va fatta la lettura.

Leggere e ascoltare in comunità

Giovanni dice: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia» (1,3). È uno solo che legge. È più di uno che ascolta. Giovanni suggerisce pertanto che la lettura sia fatta in comunità. Del resto, egli scrive l’Apocalisse per le comunità (1,4.11).

Senza aggiungere e senza togliere nulla

Molte volte uno non conosce il testo dell’Apocalisse. Non l’ha mai letto. Ne ha solo sentito parlare. Lo conosce con infiorettature varie, oppure solo a metà. Così non serve. È necessario guardare bene ciò che sta scritto, senza aggiungere o togliere nulla. Giovanni dice: «Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: A chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro» (22,18-19).

Usare l’intelligenza

Giovanni scrive per il popolo delle comunità, un popolo non molto istruito. Ma egli fa credito all’intelligenza del popolo. Per due volte chiede esplicitamente di far uso della propria intelligenza per scoprire il senso delle cose che viene scrivendo (13,18; 17,9). L’intelligenza e la

saggezza del popolo che si riunisce in comunità mantengono l’immaginazione dentro argini sicuri.

Aver sete di verità e di vita

Giovanni dice: «Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita» (22,17). Ciò significa che chi si accinge a leggere l’Apocalisse non vi deve essere spinto dagli interessi di qualsivoglia partito. Deve ricercare unicamente quella verità che serve a migliorare la vita. L’assetato vi troverà allora l’acqua della vita di cui parla Giovanni. Stando alle parole di Gesù, l’amore alla verità si trova nei piccoli. Essi capiscono meglio (Mt 11,25-26).

Aprirsi all’azione dello Spirito Santo

L’Apocalisse non è una parola qualsiasi. È una profezia che viene dallo Spirito Santo (22,6.10; 1,3). La comunità deve quindi stare con le orecchie ben aperte per ascoltare quello che lo Spirito ha da dire: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle comunità» (2,7.11.17.29; 3,6.13.22). La sola intelligenza umana non basta per intendere la parola di Dio. Lo Spirito è un dono di Dio che si ottiene unicamente mediante la preghiera (Lc 11,13).

Fare in modo che il messaggio diventi preghiera

Giovanni dice: «Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!» (22,17). La sposa è la Chiesa, la comunità. Animata dallo Spirito essa prega. I membri della comunità devono fare la stessa cosa. Nella misura in cui «ascoltano» e comprendono il messaggio dell’Apocalisse, devono pure esprimerlo in preghiera. Devono cioè pregare perché Gesù venga a realizzare in loro il messaggio che hanno udito. Senza di lui non si fa nulla (Gv 15,5).

Mettere in pratica la parola udita

Non basta soltanto ascoltare. Nemmeno soltanto pregare. Dobbiamo mettere in pratica la parola. Giovanni dice: «Beato chi custodisce [mette in pratica] le parole profetiche di questo libro» (22,7). E ancora: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte» (1,3). Il messaggio di Dio non può rimanere nascosto nel segreto della coscienza, ma deve diffondersi nel mondo intero (22,10). È la pratica delle comunità che lo divulga.

La porta d’entrata del libro dell’apocalisse

Infine, un ultimo consiglio. Giovanni ha scritto l’Apocalisse sotto forma di lettera. Ha inviato questa lettera alle sette piccole comunità perseguitate dall’impero romano (1,4.9.11). Ora, la maniera migliore per capire il messaggio di una lettera è trovarsi nella casa del destinatario nel momento in cui egli riceve e legge la lettera. Allora senti da vicino l’amicizia che unisce tra loro autore e lettore della lettera e comprendi meglio il conforto che essa reca. Non è così?

È esattamente ciò che vuole Giovanni. Egli chiede che la sua lettera venga letta in gruppo nella propria comunità (1,3). Perciò quei sette consigli funzionano solo se leggerai la lettera dell’Apocalisse nella casa delle comunità perseguitate. Se cioè ti metterai dalla parte dei poveri e degli oppressi delle nostre comunità d’oggi; se saprai capire e difendere la causa di coloro che sono perseguitati a motivo della giustizia. È questa la migliore porta d’entrata per il libro dell’Apocalisse. Chi rimane dalla parte di quelli che opprimono e perseguitano il popolo, non potrà capire nulla del messaggio che Giovanni riserva oggi per noi.

«CHI HA ORECCHI ASCOLTI CIÒ CHE LO SPIRITO DICE ALLE COMUNITÀ». LE LETTERE ALLE SETTE COMUNITÀ

La storia di come è nato e cresciuto il libro dell’Apocalisse

Un muratore esperto è capace di descrivere la storia di una casa. Esamina la costruzione e dice: «La veranda qui nella facciata è stata fatta in seguito. Basta guardare i segni nella finestra e nella porta. La cucina ha subìto un ampliamento. Osservate il pavimento e quella trave in cemento nel soffitto. Quanto alla stanza da letto dei bambini, si è prolungato il tetto, si sono tirate su altre due pareti ed è stato utilizzato lo spazio morto che c’era qui. All’inizio esistevano proprio solo due stanzette, un cucinino e il bagno». Il muratore sa tutto questo perché s’intende di costruzioni.

L’Apocalisse è come una casa popolare. È cresciuta poco alla volta, secondo le necessità del popolo delle comunità. Alcuni muratori esperti hanno esaminato i segni che appaiono sulle pareti, sul pavimento, nel soffitto e sul tetto dell’Apocalisse e hanno tirato le seguenti conclusioni. In un primo momento Giovanni ha composto i capitoli 4-11:

è stato all’inizio, probabilmente nell’anno 64, durante la persecuzione di Nerone. Senonché, con l’accentuarsi della persecuzione aumentavano anche i problemi. I capitoli 4-11 non ce la facevano più a contenerli tutti. Era necessario ampliare la casa. Il popolo stava chiedendo una riflessione più approfondita sulla persecuzione e sulla politica dell’impero romano.

Per rispondere a tale problema Giovanni scrisse i capitoli 12-22. Ciò avvenne nell’anno 95, al tempo della persecuzione di Domiziano.

Alla fine costruì la veranda sulla facciata, i capitoli 1-3. Diede una sistematina al cortile in fondo (22,6-21) e la casa fu bell’e pronta!

Voi mi domanderete: «Come si fa a sapere tutto questo?». E io vi domando: «Come fa a sapere un muratore?». Ma questa discussione di muratori non è argomento per il nostro libro. Sono cose di cui si tratta nella scuola professionale, in un corso di muratori.

La veranda della facciata rende la casa accogliente. I capitoli 1-3, ossia le «lettere alle sette comunità», servono da porta d’ingresso dell’intero libro. È come un attaccapanni al quale si appende tutto il resto. Questi capitoli fanno dell’Apocalisse una lettera affettuosa e accogliente, con destinatario sicuro. Sono la veranda della facciata dell’Apocalisse, dove Giovanni riceveva il popolo perseguitato delle comunità. Saliamo dunque su questa veranda!

Titolo e compendio dell’Apocalisse (11,1-3)

Il titolo è: «Rivelazione di Gesù Cristo» (1,1). Il compendio (1,1-3) spiega l’origine di tale rivelazione: essa viene da Dio per mezzo di Gesù (1,1). Ne spiega pure il valore: è parola di Dio confermata da Gesù (1,2); l’esigenza: dev’essere ascoltata e messa in pratica (1,3); la ricompensa: la felicità (1,3); l’urgenza: «il tempo è vicino» (1,3).

Saluto iniziale (1,4-8)

Giovanni inizia il libro augurando al popolo delle comunità dell’Asia «grazia e pace» da parte della Santissima Trinità (1,4). Oggi diciamo: «Padre, Figlio, Spirito Santo». Giovanni dice la stessa cosa ma in maniera differente. Dice: «Colui che è, che era e che viene, i sette spiriti e Gesù Cristo» (1,4-5). Nel nome esprimiamo ciò che pensiamo e speriamo di una persona. Vediamo ciò che Giovanni pensa e spera del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Il Padre: «Colui che è, che era e che viene»

All’inizio il Padre viene chiamato «Colui che è, che era e che viene» (1,4.8; 4,8). Alla fine della storia il suo nome è «Signore che sei e che eri» (11,17). Alla fine, Egli non viene più: è già venuto! Ha già realizzato il suo piano. In altri termini, l’Apocalisse descrive la venuta di Dio nella storia del suo popolo. Non è un Dio distante, fuori della storia. È un Dio che ha anch’egli una storia: passato, presente e futuro. Era, è e viene! La storia di Dio è la storia del suo popolo. Dio è con loro, cammina con loro.

Il nome «è, era e viene» richiama la frase con cui Dio spiegò a Mosè il senso del suo nome Jahvè «Io sono colui che sono!» (Es 3,14). Per Giovanni il Dio delle comunità continua a essere lo stesso Dio che, quando si trattò di liberare il popolo dall’Egitto, cambiò nome presentandosi perentoriamente come Jahvè, Dio presente, Dio liberatore. «Questo è il mio nome per sempre» (Es 3,15).

Lo Spirito Santo: «i sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio»

Sono spiriti, sono cioè l’azione invisibile di Dio nella vita e nella storia degli uomini. «Lo spirito del Signore riempie l’universo» (Sap 1,7).

Sono sette perché rappresentano la pienezza dell’azione con cui Dio opera nel mondo per realizzare il suo piano.

Stanno davanti al trono, sono cioè sempre pronti a eseguire qualunque ordine del Padre (5,6).

Il Figlio: «Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti, il principio dei re della terra»

Gesù riceve molti nomi. Ogni nome rivela un lineamento del suo volto.

Testimone fedele: Gesù ha fornito la prova che Dio è fedele nel mantenere le sue promesse.

Primogenito dei morti: Gesù, nostro fratello maggiore, ha vinto la morte ed è vivo (1,18). In Lui si è già compiuta la promessa che il Padre ha fatto per tutti.

Principe dei re della terra: Gesù ha il potere di realizzare la promessa del Padre. I re della terra, l’imperatore di Roma, non riescono a impedirglielo. Gesù è più forte, è al di sopra di essi e li domina tutti. Questo Gesù che è forte, fedele, fratello nostro, ci ama (1,5). È giunto a versare il proprio sangue per liberarci (1,5) e fare di noi «un regno di sacerdoti» (1,6). Egli ha la «potenza nei secoli dei secoli» (1,6). Alla fine dei tempi ritornerà sulle nubi. Tutti lo vedranno e si batteranno il petto. Anche quelli che lo inchiodarono alla croce (1,7). È tutto questo che Giovanni pensa e spera del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il saluto iniziale è un breve compendio di tutta la buona notizia dell’Apocalisse.

L’origine del libro. La visione di Gesù (1,9-20)

L’Apocalisse è nata da una visione che Giovanni ebbe di Gesù. Giovanni ricorda persino il giorno e il luogo. Fu di domenica, «nel giorno del Signore» (1,10), laggiù nell’isola di Patmos (1,9). Gesù gli apparve e gli disse: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette comunità» (1,11). Al termine della visione, Gesù ripete lo stesso ordine (1,19). Fu una visione importante. È bene studiarla più da vicino.

Una chiave di lettura per capire meglio la visione che Giovanni ebbe di Gesù

Una visione è come un sogno. Non la si può prendere alla lettera, parola per parola. Non sarebbe nemmeno possibile. Come pensare ai piedi di bronzo (1,15), al volto somigliante al sole (1,16), alla spada che esce dalla bocca? (1,16). Giovanni è più un artista che un tecnico, più poeta che professore. La sua visione è frutto di un’esperienza. Giovanni deve aver avuto un’esperienza profonda del potere, dell’amore e della santità di Gesù. E adesso, per mezzo di immagini, cerca di comunicare agli altri ciò che egli stesso ha sperimentato. Ricorre a immagini conosciute e comprese dal popolo. Pur senza arrivare forse a capirne tutti i dettagli, il popolo indovinava il significato complessivo, poiché aveva identica fede nello stesso Gesù Cristo.

In conclusione, lo studio da solo non basta a capire le visioni. È necessario avere una identica fede e una identica esperienza di Dio e di Gesù. Le visioni costituiscono per noi una vera sfida.

Alcuni esempi per capire meglio i dettagli della visione

I sette candelabri (1,12) sono le sette comunità (1,20). Il figlio d’uomo (1,13) è Gesù, il Messia. L’abito lungo fino ai piedi (1,13) è segno del suo sacerdozio. La fascia d’oro (1,13) dice che egli è re. I capelli candidi (1,14) suggeriscono la sua eternità. Gli occhi fiammeggianti come fuoco (1,14)

indicano la sua scienza divina. I piedi di bronzo (1,15) sono segno di saldezza e di stabilità. La sua voce, simile al fragore di grandi acque (1,15) rivela maestà e potere. Le sette stelle nella sua destra (1,16) sono i sette coordinatori o angeli protettori delle comunità. La spada che gli usciva dalla bocca (1,16) è la sua parola che ha il potere da Dio. Il suo volto simile al sole (1,16) suggerisce la sua autorità. Al vedere Gesù, Giovanni cadde come morto ai suoi piedi (1,17). Ciò riflette la situazione delle comunità che avevano paura della persecuzione e della morte.

A questo punto della visione, Gesù comincia ad agire. Pone la destra su Giovanni (1,17) e dice: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (1,17-18). Questo gesto e questa frase sono molto più eloquenti di tutto quello che ho spiegato prima.

Le sette lettere alle sette comunità (2,1 – 3,22)

Sono lettere brevissime, semplici e personali, indirizzate alle comunità di Efeso (2,1-7), Smirne (2,8-11), Pergamo (2,12-17), Tiatira (2,18-29), Sardi (3,1-6), Filadelfia (3,7-13) e Laodicea (3,14-22). Non ci fermeremo a spiegare ogni singola lettera. Daremo appena alcune informazioni generali valide per tutte.

Le sette parti in cui è divisa ogni lettera

Tutte e sette le lettere presentano la stessa forma, lo stesso stile. Si compongono tutte di sette parti:

  1. Sono tutte dirette all’«angelo della comunità» (2,1.8.12.18; 3,1.7.14)
  2. Si presentano tutte come parola di Gesù: Così parla… (2,1.8.12.18; 3,1.7.14).
  3. In ogni lettera Gesù riceve un titolo (2,1.8.12.18; 3,1.7.14). Quasi tutti i titoli derivano dalla visione avuta da Giovanni (1,12-20).
  4. In tutte le lettere Gesù comincia dicendo: Conosco… e descrive le qualità positive della comunità (2,2-3.9.13.19; 3,8). La comunità di Laodicea non ha nulla di positivo. Non è né fredda né calda (3,15).
  5. Gesù descrive ciò che ogni comunità ha di negativo e rivolge degli ammonimenti (2,4-6.14-16.20-25; 3,2-3. 15-19). Due comunità non hanno nulla di negativo: Smirne e Filadelfia A queste Gesù dà dei consigli di perseveranza (2,10; 3,11). Nella comunità di Sardi il negativo è più forte del positivo (3,4): così l’ordine viene qui invertito.
  6. Tutte le lettere contengono l’avviso finale: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle comunità» (2,7.11.17.29; 3,6,13. 22).
  7. Terminano tutte con una promessa fatta al vincitore (2,7.11.17. 26-28; 3,5.12.21).

Sette suggerimenti per la lettura e lo studio delle sette lettere

  • Conoscere la situazione delle comunità

Che cos’ha ogni comunità di positivo e di negativo? Su quale punto ognuna deve maggiormente impegnarsi? Quali pericoli la minacciano? Confrontare con la situazione di oggi.

  • Affrontare la situazione

In che modo Giovanni chiede a esse di affrontare la situazione? Quali i mezzi di cui ogni comunità dispone per venire a capo dei suoi problemi? Come affrontiamo oggi i problemi?

  • Nutrirsi dell’Antico Testamento

Quali sono i brani e gli avvenimenti dell’Antico Testamento citati o ricordati in ogni lettera? Quali le forze del passato che Giovanni intende così risvegliare nel popolo? Come facciamo oggi per recuperare la memoria e risvegliare nel popolo la forza del suo passato?

  • Approfondire la fede in Gesù

Quali i titoli che Gesù riceve in ogni lettera? Quale il senso e la forza di ogni titolo per la vita del popolo? Fare un confronto con i titoli che Gesù riceve oggi.

  • Assaporare le immagini e le similitudini

Quali le similitudini o immagini usate in ogni lettera? Da dove sono state prese: dall’Antico Testamento, dalla vita dalla natura o dalla cultura del popolo? Quale il senso e la forza di ogni immagine per la vita? Limitandoci alla sola «promessa al vincitore» le sette lettere usano le seguenti immagini: albero della vita (2,7), paradiso di Dio (2,7), seconda morte (2,11) manna nascosta (2,17), pietruzza bianca (2,17), nome nuovo (2,17; 3,12), bastone di ferro (2,27), vasi di terracotta (2,27), stella del mattino (2,28), bianche vesti (3,5), libro della vita (3,5), colonna nel tempio di Dio (3,12), nuova Gerusalemme (3,12), sedere con Gesù sul trono del Padre (3,21). Questo campionario dà un’idea della ricchezza contenuta nelle sette lettere.

  • Farsi coraggio con la promessa fatta al vincitore!

Quale la promessa che ogni lettera offre al vincitore? Come questa promessa aiuta a continuare la lotta e a resistere nella persecuzione? Quale la promessa che oggi incoraggia il popolo nel suo cammino?

  • Imitare l’esempio di Giovanni

Informatevi sulla situazione concreta delle comunità che conoscete al giorno d’oggi. Riunite ogni tanto la vostra comunità scrivete una piccola lettera a una comunità che ha bisogno in quel momento di essere rinfrancata nel suo cammino.

«VOI SAPRETE CHE IO SONO IL SIGNORE, IL VOSTRO DIO E IL VOSTRO LIBERATORE». PRIMO ITINERARIO DELLA MARCIA DEL POPOLO (APOCALISSE 4-11)

Dopo il messaggio delle sette lettere, Giovanni conduce il popolo delle comunità all’interno del cielo: da lassù guarderanno la terra, assisteranno alle «cose che devono accadere» (4,1). Vi assisteranno come si trattasse di un teatro nel quale essi stessi stanno lavorando. È il teatro della storia umana.

Entreremo anche noi insieme a loro. Entreremo attraverso la porta che Giovanni ha trovato aperta (4,1). Preparatevi a entrare nella dimora di Dio! Non entratevi come chi sa già tutto o tutto vuol sapere. Entrate invece per incontrare Dio, per adorarlo e ricevere da lui l’intelligenza e il coraggio di cui siete alla ricerca. Entriamo dunque…

La visione del trono di Dio (4,1-11)

Entrando nel cielo, la prima cosa che si vede è il trono: «C’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto» (4,2). La visione del trono è lo scenario che fa da sfondo a tutta l’Apocalisse, dall’inizio (1,4) alla fine (22,3). Essa rivela la grandezza di Dio. Invisibile, dall’alto del trono Dio dirige l’ultima fase del suo piano che avrà ora inizio (4,1).

La visione del trono è come una musica eseguita con molti strumenti. Incomincia un po’ in sordina per crescere a mano a mano fino a esplodere nell’acclamazione: «Santo, santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente» (4,8). Viene proclamato il nome di Dio: «Colui che era, che è e che viene» (4,8). È il nome proveniente dall’Esodo: Jahvè, Dio con noi, Dio liberatore (Es 3,14-15). Nel dare inizio all’ultima fase del suo piano di salvezza, Dio mantiene lo stesso nome con cui ha iniziato la prima fase. E manterrà il nome fino alla fine (11,17). Dio non è cam- biato né cambierà!

Nel nome Jahvè viene espresso l’impegno che Dio ha assunto di stare sempre col suo popolo per liberarlo. Dio è fedele all’impegno. Ne ha dato la prova. L’Esodo è stata la prima prova: «Voi saprete che io sono il Signore [Jahvè]» (Es 6,7). I fatti che saranno ora narrati costituiranno l’ultima prova, la prova definitiva che Egli è Jahvè, il Dio liberatore.

Il nome Jahvè è l’armadio che custodisce la fede, la speranza e l’amore del popolo (Es 34,6-7). Il vento delle persecuzioni ha chiuso l’armadio e il popolo si è ritrovato indifeso. Giovanni ha cominciato ad aprirlo di nuovo per poter offrire al popolo la luce e la forza di cui stava sentendo necessità.

La visione dell’agnello immolato (5,1-14)

La visione continua. Nella mano di Dio c’è un libro, sigillato con sette sigilli (5,1). Questo libro contiene il corso della storia, dall’anno 33 fino alla fine.

Nessuno è capace di aprire il libro (5,3). Giovanni si mette a piangere (5,4). È la situazione delle comunità: piangono perché pensano che Dio non tiene più sotto controllo la storia.

Ma uno dei vegliardi dice: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli» (5,5). Giovanni guarda, ma non scorge nessun leone, nessun germoglio. Quello che vede è un Agnello, come immolato (5,6). È Gesù appena entrato in cielo, recando sul corpo i segni della passione (Gv 20,27). Gesù riceve il libro dalla mano di Dio (5,7) e diventa così il Signore della storia (5,13). È Lui che assumerà il controllo degli avvenimenti ed eseguirà il piano di Dio!

In passato il sangue dell’agnello aveva liberato il popolo dall’Egitto (Es 12,13-14) facendo di esso un «regno di sacerdoti» (Es 19,6). Nel momento presente è il sangue di Gesù, il nuovo Agnello, che sta liberando il popolo, facendo di esso un «regno di sacerdoti» (5,9-10). La liberazione è già in fase di attuazione. L’esodo è già iniziato! Risuscitando da morte, Gesù ha ricevuto tutto il potere e ha assunto il comando e la guida d’ogni cosa (5,12-13). Se l’impero romano non vorrà riconoscerlo, peggio per esso! Sarà sconfitto dall’Agnello (17,14). E come nell’esodo antico (Es 15,1-22), anche adesso tutti esplodono in un «canto nuovo» di lode (5,9.12-14).

Si canta molto nell’Apocalisse. Giovanni introduce alla lettera molti inni e acclamazioni (4,8.11; 5,9-10.12-13; 6,10; 7,10.12; 11,15.17-18; 12,10-12; 15,3-4 ecc.). Sarà solo per informare su ciò che si è cantato lassù in cielo? Certamente no. È invece per incitare il popolo perseguitato (e anche noi) a cantare lo stesso canto di vittoria e di gioia. L’Apocalisse è una grande celebrazione, dall’inizio alla fine. Celebra e insegna a celebrare la vita e la lotta del popolo. Per Giovanni la marcia del popolo di Dio attraverso la storia, nella notte oscura delle per- secuzioni, è come una lunga processione luminosa che si muove cantando verso le fonti della vita (7,17). È come se egli chiedesse a tutti noi: «Accendi anche tu la tua candela, entra nella processione del popolo! Partecipa alla celebrazione e canta con noi!».

Cosi, poco alla volta, si viene già delineando l’ordine in cui Giovanni ha collocato i quadri alla parete dell’Apocalisse. Egli suggeri- sce che l’esodo, la liberazione, non è un fatto del passato, da ricordare con nostalgia, ma è una realtà presente, vissuta dal popolo delle comunità. Sì, Giovanni ha cominciato a togliere il velo dagli avvenimenti e il popolo sta già scorgendo in essi i lineamenti del volto di Jahvè!

L’apertura dei sette sigilli (6,1-17)

La visione continua. Gesù, l’Agnello, spezza i sigilli del libro chiuso (6,1) che contiene l’itinerario della storia del popolo. Sotto la guida di Gesù, la storia comincia ad avanzare, un sigillo dopo l’altro, una tappa dopo l’altra, dall’anno 33 in avanti. Giovanni e il popolo se ne stanno attenti, assistono a tutto ciò che succede. Vogliono capire il senso della persecuzione che li prostra.

Vengono aperti quattro sigilli (6,1.3.5.7), si svolgono quattro tappe. È al quinto sigillo che compare la persecuzione dell’anno 95. Si presenta il popolo perseguitato che grida invocando giustizia e vendetta

(6,9-10). Giovanni e il popolo si riconoscono nella scena: «Siamo noi! E il nostro tempo! Vediamo cosa succederà!». Odono l’avviso: «Pazien- tate ancora un poco, finché sia completo il numero dei vostri compagni e fratelli» (6,11). La persecuzione ha un suo limite fisso. Segno che Gesù controlla la situazione! All’apertura del sesto sigillo (6,12), essi passano a contemplare il futuro che verrà dopo la persecuzione. Questo futuro darà senso alla persecuzione poiché viene a rivelare la missione del popolo perseguitato.

La prima cosa che appare nel sesto sigillo è una terribile calamità (6,12-14). «I re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero», si danno alla fuga e gridano dallo spavento: «È venuto il gran giorno dell’ira di Dio (e dell’Agnello), e chi vi può resistere?» (6,17). La situazione è ora completamente mutata. Coloro che nella quinta tappa continuavano a dominare e a perseguitare, nella sesta tappa fuggono atterriti. E del popolo delle co- munità, che ne sarà di esso nel sesto sigillo? Riuscirà a sfuggire alla calamità o lo attende una sofferenza ancor maggiore? La risposta viene subito dopo, nelle visioni del censimento (7,1-8) e della moltitudine immensa, che nessuno poteva contare (7,9-17). Conviene però prima spiegare il senso di questa divisione della storia in sette tappe.

I sette sigilli del corso della storia, aperti dall’Agnello, non vanno calcolati per tappe di mesi, anni o secoli. Dividendo l’intera storia in sette tappe, Giovanni vuole insegnare questo: ogni cosa, tutti gli avvenimenti, tutti i popoli, tutte le persone, anche quelle che si dicono neutrali, lo stesso imperatore col suo impero, lo vogliamo o no, siamo tutto e tutti presi dentro la grande lotta tra il bene e il male, tra la giustizia e l’ingiustizia, tra la libertà e l’oppressione, tra Dio e satana. Non esiste tribuna privilegiata dalla quale assistere, come dal di fuori, al gioco della storia. Siamo tutti in campo, giocando pro o contro il piano di Dio. Devi saper scegliere anche tu la parte giusta dalla quale schierarti: dalla parte della giustizia e della libertà, dalla parte di Dio e della vittoria.

La missione del popolo delle comunità (7,1-17)

Il censimento nel deserto (7,1-8)

La visione del sesto sigillo continua. Giovanni appende un altro quadro alla parete dell’Apocalisse. Un bel quadro preso dal passato, dall’esodo. Nel passato, dopo l’uscita dall’Egitto, era stato fatto il censimento delle tribù (Nm 1,20-43). Questo computo della popolazione, fatto là nel deserto, segna l’inizio della nuova organizzazione egualitaria e fraterna del popolo, secondo la Legge di Dio. L’opposto dell’organizzazione oppressiva del faraone d’Egitto.

Ora, nel sesto sigillo, Dio decreta un nuovo censimento. È il censimento dei «servi del nostro Dio» (7,3), che hanno sostenuto la persecuzione senza contaminarsi con i falsi dèi dell’impero (14,4). Viene inviato un angelo a imprimere su di loro il sigillo di Dio (7,3). Tutti ricevono tale sigillo che è segno di protezione (9,4). Il numero di coloro che sono segnati è di 144.000 (7,4); 12.000 per ogni tribù (7,5-8). Ora il numero è completo. Non manca più nessuno (6,11-12). Col sesto sigillo la situazione è davvero completamente mutata. Gli oppressori si sono dati alla fuga in preda allo spavento (6,15-17). Mentre il popolo che viveva schiacciato e disperso (6,9-10), si presenta ora al mondo in una organizzazione perfetta, unito al suo interno (7,5-8). Che senso ha tutto questo?

La lezione del censimento

Guardando nello specchio del proprio passato, il popolo perseguitato delle comunità scopre il suo futuro. Il sesto sigillo distrug- gerà il potere dei grandi con l’«ira di Dio» (6,17) e proteggerà la vita dei piccoli con il «sigillo di Dio» (7,3). I piccoli non devono perciò aver paura della calamità che si abbatte sui grandi (6,12-15) né del potere che perseguita le comunità. Invece di sprecare energie nel combattere direttamente tale potere, devono applicare i loro sforzi a preparare il futuro, imitando il popolo dell’antico esodo. In altre parole, devono cominciare sin d’ora a organizzarsi in maniera egualitaria e fraterna, secondo la Legge di Dio. Quando infatti nel sesto sigillo il potere dei grandi cadrà corroso in se stesso, distrutto dalle piaghe della storia (6,15-17), i piccoli dovranno allora essere pronti a presentarsi al mondo uniti tra loro, in una nuova organizzazione, contraria all’organizzazione oppressiva dell’impero romano.

La moltitudine che nessuno poteva contare (7,9-17)

La visione continua. Giovanni vede «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (7,9). Tutti avvolti in candide vesti, portando palme nelle mani, davanti al trono lodano Dio in coro con gli angeli del cielo (7,9-12). Giovanni non sa chi sono. Rimane anzi sorpreso e chiede una spiegazione (7,13-14). Quella moltitudine di gente infatti non proviene dalle dodici tribù già segnate col sigillo di Dio (7,3-8). Proviene dall’umanità intera, «da ogni nazione, razza, popolo e lingua» (7,9). Si tratta di coloro che «sono passati attraverso la grande tribo- lazione» (7,14) della persecuzione dell’impero. Hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (7,14). Come le dodici tribù, sono usciti dall’Egitto e si trovano ora come nel deserto, davanti al trono di Dio (7,15). Dio stende sopra di loro la sua tenda (7,15) e terge ogni loro lacrima (7,17). Sotto la protezione dell’Agnello non patiranno né la fame né la sete né l’arsura del sole (7,16). Gesù li guida alle fonti della vita (7,17). La loro vita è un servizio di lode a Dio (7,15). Ciò significa che il nuovo esodo non è solo delle comunità, ma dell’umanità intera. Le comunità non possono pensare di essere le uniche a resistere contro l’impero. Né possono pretendere di controllare l’azione di Dio nel mondo. Jahvè, il Dio liberatore, non è proprietà delle comunità: sono esse, al contrario, la proprietà di Jahvè (Es 19,5). In mezzo all’umanità oppressa che lotta per resistere all’oppressione, esse devono essere un segno di Dio. Con la loro organizzazione fraterna nata da Dio, devono presentarsi al mondo come un servizio, come una possibile alternativa per la libertà e per la giustizia.

Finché – quindi – durerà la persecuzione del quinto sigillo, il popolo delle comunità deve tener duro (2,13.25; 3,11; 6,11), deve resistere fino alla morte (2,10). Con la loro resistenza e con la loro lotta, infatti, preparano il futuro che dovrà apparire agli occhi del mondo all’apertura del sesto sigillo. E il tempo per realizzare tale missione durerà «poco» (6,11).

Le sette piaghe del settimo sigillo (8,1 – 10,7)

La visione continua. L’itinerario è in pieno svolgimento. Il nuovo esodo progredisce avanzando nel segreto della storia, sotto la protezione di Jahvè. Viene infine il momento in cui l’Agnello apre il settimo sigillo (8,1).

È l’inizio della fine! Appaiono sette angeli con sette trombe (8,2). Sono le sette piaghe o flagelli finali della storia che «annienteranno coloro che distruggono la terra» (11,18) e daranno la ricompensa ai santi che temono il nome di Dio (11,18).

Nel contesto di una celebrazione (8,3-5) i sette angeli si accingono a suonare le loro trombe e a scagliare i flagelli (8,6). Le prime cinque piaghe sono: grandine (8,7), sangue (8,8), assenzio (8,11), oscurità (8,12), e cavallette (9,3.7). Sono una nuova edizione, corretta e aumentata, delle piaghe d’Egitto (Es 7,8-10,29). La sesta piaga (9,13-19) deriva dal libro della Sapienza, dove esso descrive alla sua maniera le piaghe d’Egitto (Sap 11,15-19).

Pur così severo nel castigare, Dio non nega il perdono. Invita gli oppressori del popolo alla conversione. È per questo che le prime sei piaghe non sono mai complete. Distruggono appena «una terza parte» (8,7.8-9.10.11.12; 9,18). Dio limita il potere di distruzione delle piaghe (9,4-5). Secondo il libro della Sapienza, Egli ha «tutto disposto con misura, calcolo e peso» (Sap 11,20). Castiga poco alla volta i colpevoli «perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore» (Sap 12,2). Ma non servì a nulla. Gli uomini rimasero aggrappati ai falsi dèi dell’impero (9,20). Non rinunziarono «agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie» (9,21). Non si convertirono.

Perciò, terminata la sesta piaga del settimo sigillo, l’angelo di Dio lancia un grido (10,3) e fa un giuramento solenne (10,5-6) dicendo:

«Non vi sarà più indugio [di tempo]!» (10,6). È scaduto il termine fissato per il perdono. Il tempo della conversione è finito. La settima piaga segnerà la fine (10,7). Sarà l’applicazione della giustizia senza possibilità di appello. La condanna totale dell’impero. Al suono della settima tromba «si compirà il mistero di Dio» (10,7): sarà l’avvento definitivo del regno di Dio (11,15).

L’avvento definitivo del regno di Dio (11,14-19)

Si apre l’ultima pagina del corso della storia. Il settimo angelo suona la tromba (11,15). Echeggiano voci potenti: «Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli (11,15). I ventiquattro vegliardi, cioè i rappresentanti di tutto il popolo, si inginocchiano e adorano Dio dicendo: «Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai messo mano alla tua grande potenza, e hai instaurato il tuo regno» (1,17).

È l’inizio della celebrazione finale della storia. In mezzo all’acclamazione viene proclamato il nome di Dio: «(Signore) che sei e che eri» (11,17). È lo stesso nome che era stato proclamato all’inizio della storia: «Colui che era, che è e che viene!» (4,8). Solo che, questa volta, Dio ormai non viene più: è già venuto! La venuta di Dio nella storia degli uomini è il nuovo esodo, appena giunto al suo termine. È giunta la fine! Dio ha dato la prova definitiva di essere Jahvè, Dio con noi, Dio liberatore.

Termina qui il primo itinerario della marcia del popolo, l’itinerario del nuovo esodo. È stata questa la prima lettura che Giovanni ha fatto degli avvenimenti della persecuzione.

Dal primo al secondo itinerario

Giovanni seppe togliere il velo e rivelare dentro gli avvenimenti la presenza della buona notizia di Gesù, i lineamenti del volto di Dio. Ma col passare del tempo la situazione del popolo venne a cambiare: arrivò ancor più dura la persecuzione di Domiziano. Il messaggio del primo itinerario non era più sufficiente a far fronte ai nuovi avvenimenti. Era necessaria una lettura che fosse più intimamente alla stregua di ciò che il popolo stava soffrendo.

Per rispondere al problema del popolo sottoposto a una nuova persecuzione, Giovanni compose il secondo itinerario (12-22). Ampliò la casa dell’Apocalisse per offrire riparo al popolo e affrontare la situazione. Fece un’aggiunta al tetto della settima piaga (11,14-19) e costruì la vasta sala del secondo itinerario, che va dal capitolo 12 al 22.

La settima piaga è la piaga dell’«ira di Dio» (11,18) contro le nazioni che si sono ribellate. È la piaga del «giudizio», in cui è giunta l’ora di «dare la ricompensa ai servi di Dio» e di «annientare coloro che distruggono la terra». Il secondo itinerario è, per così dire, il prolungarsi dell’eco degli scoppi di tuono che si odono alla fine della settima piaga (11,19). È l’itinerario del giudizio di condanna contro coloro che perseguitano il popolo di Dio. Con grande coraggio Giovanni si pone davanti all’imperatore di Roma e lo sfida in nome del popolo perseguitato, dicendogli: «A dispetto di ciò che sei e fai, domani sarà pure un giorno diverso!».

Per unire i due itinerari in un unico libro, Giovanni apportò due piccole modifiche alle pareti del primo itinerario. Aggiunse la vi- sione del piccolo libro (10,8-11), nella quale riceve l’ordine: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re» (10,11). È come se avvisasse: «Il libro non finisce dopo la settima piaga. Conterrà molte altre profezie. È solo terminato il libro dei sette sigilli, il primo itinerario. Leggiamo adesso il secondo itinerario, descritto nel piccolo libro dolce e amaro insieme». Aggiunse inoltre la visione dei due testimoni (11,1-13). Si tratta di Mosè ed Elia. Secondo la speranza del popolo, Mosè ed Elia sarebbero dovuti tornare per preparare la venuta del giudizio finale (Sir 48,10; Mal 3,23). Per mezzo di questa visione Giovanni orienta così l’attenzione dei lettori sul tema del giudizio.

Alla fine di tutto, dopo il giudizio finale, Giovanni riprende l’argomento del popolo delle comunità e racconta quale è stato il risultato della sua lotta. Descrive come sarà il futuro nuovo che le comunità stavano preparando attraverso la loro organizzazione fraterna. È la grande visione del nuovo cielo e della nuova terra (21,1- 22,21).

Tutto ciò comporta una lezione molto importante. Giovanni voleva essere fedele non solo a Dio ma anche al popolo sofferente delle comunità. Voleva che il suo scritto fosse una risposta reale e concreta ai problemi sofferti dal popolo. Per questo cercava il modo più appropriato di esprimersi, modificava l’itinerario elaborandone un altro. L’importante per lui era sempre questo: togliere il velo e rivelare la buona notizia di Dio dentro gli avvenimenti del cammino del popolo.

«A DISPETTO DEL TUO IMPERO, DOMANI SARÀ PURE UN GIORNO DIVERSO». SECONDO ITINERARIO DELLA MARCIA DEL POPOLO (APOCALISSE 12-22)

Nel primo itinerario Giovanni ci ha fatto penetrare nel cielo, lontano dalla terra. Nel secondo egli comincia a contemplare il cielo (12,1), ma per scendere tosto e rimanere sulla terra, accanto al popolo che lotta e soffre (12,12). Alla fine è il cielo stesso che scende sulla terra (21,2) e sarà per sempre «la dimora di Dio con gli uomini» (21,3). Il primo itinerario descriveva il nuovo esodo: Dio che libera il suo popolo. Il secondo descrive il giudizio di Dio: Dio che condanna gli oppressori del popolo. È un giudizio differente, presente dentro la storia, nascosto negli avvenimenti. Giovanni si accinge a togliere il velo perché il popolo possa discernerlo. Il giudizio comprende tre tappe:

  1. Il passato (12,1-18): dall’anno 33 fino al 95
  2. Il presente (13,1-14,5): il periodo della persecuzione di Domiziano dell’anno 95.
  3. Il futuro (14,6-22,21): le cose che accadranno dopo l’anno 95, fino alla fine.

Anche noi assisteremo al giudizio, recando con noi nel ricordo la storia del nostro popolo e la situazione del nostro paese e delle nostre comunità. Così la luce del giudizio di Dio potrà chiarire anche per noi gli avvenimenti della nostra marcia terrena.

Il passato: la lotta tra la donna incinta e il drago (12,1- 18)

Dio prende posizione in favore della vita minacciata (12,1-6)

L’itinerario si apre con una visione di lotta. Da una parte una donna incinta che grida per le doglie e il travaglio del parto (12,1-2); dall’altra un drago enorme, «il serpente antico» (12,3-4.9). È la lotta che era stata preannunciata nel paradiso terrestre, con la profezia che la vittoria sarebbe toccata alla donna e alla sua stirpe, mentre il serpente avrebbe avuto schiacciata la testa (Gen 3,15).

La donna che grida per il travaglio del parto (12,2) è Eva, la prima donna. È l’umanità, siamo tutti noi che lottiamo per difendere la vita dalla costante minaccia di morte. È il popolo di Dio che lotta per far nascere una vita nuova. È Maria, la madre di Gesù. Il drago è «il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana» (12,9). È il potere del male e della morte. Esso si pone davanti alla donna per divorare il bambino appena nato (12,4). Lotta impari davvero! È questa la situazione dell’umanità sino a oggi. La vita nasce già minacciata dalla morte. La vita perde a vantaggio della morte.

Dio allora prende posizione. Prende le difese del bambino (12,5) e della donna (12,6). Il bambino viene partorito ed è subito rapito presso Dio (12,5): il bambino è Gesù. Egli nasce, vive, muore, risorge, sale al cielo e riceve da Dio il potere di «governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (12,5). Anche la donna è liberata dalla minaccia del drago e fugge nel deserto (12,6). È il popolo di Dio che esce dall’Egitto verso il deserto. È la Chiesa appena nata. Dio ha sconfitto il drago: la risurrezione di Gesù è il nuovo inizio. La lotta tra la donna e il drago ha la sua sorte ormai decisa. La storia che viene dopo non è altro che la conseguenza della vittoria già ottenuta. Nel suo secondo itinerario, Giovanni toglierà il velo aiutando il popolo a discernere la vittoria di Dio presente negli avvenimenti della sua marcia nella storia.

Il drago è cacciato dal cielo e precipita sulla terra (12,7- 12)

Stando al modo di pensare di quel tempo, satana, il drago, era «l’accusatore dei fratelli» (12,10), la spia inesorabile. Viveva presso Dio per informarlo sui peccati e sulle debolezze degli uomini (Gb 1,6-12; 2,3-7). Ma Gesù ha vinto ed espiato i peccati (Col 2,13-15). La fede in Gesù e il dono della propria vita sono più forti del peccato che ci accusa (12,11): non c’è più bisogno di una spia! Il drago perde il suo lavoro. Per lui non c’è più posto in cielo (12,8). È da buttar fuori! E in una grande battaglia capeggiata da Michele arcangelo (12,7), il drago viene cacciato dal cielo (12,9). «Guai a voi terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo» (12,12). Siamo all’inizio della Chiesa: l’inizio delle persecuzioni.

Comincia la persecuzione della Chiesa (12,13-17)

Pur sconfitto, il drago non desiste dal cercare di vendicarsi. Perseguiterà la donna che ha partorito quel figlio (12,13). Perseguiterà cioè la Chiesa. Ma Dio protegge la Chiesa. Come già avvenne nell’Esodo (Es 19,4; Dt 32,11), essa riceve «ali di aquila» e vola nel deserto (12,14). Il drago le vomita dietro un fiume d’acqua per ucciderla (12,153. È il fiume dell’impero romano. L’impero romano è il vomito di satana. Ma la terra spalanca una voragine e inghiotte il fiume (12,16). La storia inghiotte l’impero e difende il popolo perseguitato.

Il drago non molla e lancia un nuovo attacco. Comincia a «far guerra contro il resto della discendenza della donna» (12,17). Qui stiamo arrivando all’anno 95. E l’epoca di Domiziano. In un nuovo tentativo di distruggere la Chiesa, Domiziano cominciò a perseguitare il popolo delle comunità che «osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (12,17).

Termina qui la prima tappa dell’itinerario. Essa insegna che:

  1. La persecuzione contro le comunità rientra in una lotta molto più vasta tra vita e morte, tra bene e male.
  2. Il drago che incita alla persecuzione è uno sconfitto. È stato sconfitto da Gesù (12,4-5), dall’arcangelo Michele (12,7-8), da coloro che credono in Gesù (12,11) e dalla terra stessa (12,16).
  3. La persecuzione è ormai un segno della vittoria di Gesù sul drago.
  4. La persecuzione non riesce ad averla vinta sull’insieme delle comunità, sulla Chiesa, che gode della protezione di Dio.
  5. La persecuzione di Domiziano è segno di paura e di debolezza (12,12.17). Il suo è un potere limitato nel tempo (12,6.14). È sulla strada che lo porta dritto alla quinta sconfitta!

Il presente. I due campi in lotta: la bestia e l’agnello (13,1-14,5)

La lotta tra la donna e il drago continua. Il drago si incarna nella bestia, simbolo dell’impero romano (13,1-18). La discendenza della donna si incarna in Gesù, l’Agnello, e nel gruppo dei 144.000 che portano impresso il sigillo di Dio (14,1-5; 7,3-8). Nel primo itinerario Giovanni aveva parlato della persecuzione ma non del persecutore. Adesso egli parlerà del persecutore. Dirà molto chia- ramente quello che pensa della politica dell’impero romano.

L’impero romano: la bestia che fa guerra alle comunità (13,1-18)

Giovanni si trova sulla spiaggia e vede salire dal mare una bestia (13,1). Il mare è simbolo del potere del male. È una bestia terribile: è simile a una pantera, ha le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone (13,2). Ha dieci corna (13,1): segno di un grande potere. Ha sette teste (13,1): sono sette imperatori romani (17,9- 10). A questa bestia il drago dà il suo potere. Così, secondo Giovanni, il potere dell’impero romano non viene da Dio ma da satana (13,2.4). La bestia fa di tutto per accrescere il suo potere sul popolo. Una delle sue teste sembra colpita a morte, ma viene guarita (13,3.12.14): stando a quanto si diceva in mezzo al popolo, Nerone sarebbe tornato a vivere in Domiziano. Di conseguenza la terra intera fu presa di ammirazione e cominciò ad adorare la bestia (13,3-4). «Chi può combattere con essa?» (13,4).

Il potere della bestia è pieno di insolenza (13,5): proferisce bestemmie contro Dio (13,6), fa guerra contro il popolo (i santi) delle comunità (13,7) e accampa la pretesa di essere dio e padrone del mondo intero con tutti i suoi abitanti (13,7-8).

Come mai la bestia riesce a ingannare il mondo intero e a sedurre tanta gente? Essa riceve aiuto da un’altra bestia, che ha parvenza di agnello ma parla come un drago (13,11). Sono i falsi profeti (16,13; 19,20; 20,10): maghi, sapienti, sacerdoti, esperti in tecniche varie, che mettono la loro magia, il loro potere, il loro ministero e il loro sapere a servizio della bestia, cioè a servizio dell’impero (13,12).

Questi falsi profeti operano prodigi (13,13). Imitano il profeta Elia (1 Re 18,38-39), facendo scendere il fuoco dal cielo davanti agli occhi di tutta la gente (13,13). Realizzano grandi progetti (13,15) che suscitano l’ammirazione di tutti (13,14). Seducono in tal modo l’umanità intera e riescono a far sì che tutti adorino la statua della bestia (13,15). Non solo: arrivano anche a dominare la vita del popolo con la paura e col controllo dell’economia. Chi non appoggia il regime viene messo a morte (13,15). Chi non ha il marchio, ossia il numero della bestia, non può comprare né vendere cosa alcuna (13,16-17). In tale maniera i falsi profeti, quelli di ieri come quelli di oggi, ingannano il popolo e tengono in piedi il regime dell’impero.

Infine Giovanni fornisce la chiave per comprendere quale sia il maggior crimine dell’impero. È espresso nel numero della bestia, 666 (13,18). Come abbiamo già visto, il numero 666 indica l’imperatore di Roma e denuncia la sua pretesa di essere dio e padrone del mondo. Giovanni non ha dubbi: l’impero romano non serve! È opera di satana! Tutto il suo potere è un potere limitato, controllato da Dio. La persecuzione durerà soltanto 42 mesi (13,5): la metà di sette anni.

Numero simbolico per indicare l’imperfezione. Questo è motivo di fede e di perseveranza per il popolo perseguitato (13,10).

Le comunità: l’Agnello e il suo esercito che resistono all’impero (14,1-5)

Dopo l’impero, ecco apparire l’Agnello e i 144.000 segnati col nome di Dio (14,1). Si tratta del popolo delle comunità che resiste alla persecuzione dell’impero (7,3-8). Non c’è e non ci può essere nulla di comune tra i due campi in lotta. Non c’è che contrasto, e Giovanni accentua tale contrasto. C’è opposizione totale tra l’Agnello da una parte (14,1), e la bestia dall’altra; tra il monte Sion, Gerusalemme (14,1), e Roma, la capitale dell’impero; tra i 144.000 che portano impresso il nome di Dio e dell’Agnello e tutti quelli marcati col numero della bestia; tra le voci del canto di vittoria e di lode a Dio (14,2-3) e le parole insolenti e le bestemmie contro Dio; tra la fedeltà che resiste all’impero senza lasciarsi contaminare (14,4) e la seduzione dell’impero che porta ad adorare la bestia; tra il potere di Dio affidato all’Agnello (5,12) e il potere del drago concesso alla bestia (13,2); tra la verità che rifiuta la menzogna dell’impero (14,5) e la menzogna dell’impero che rifiuta la verità.

Non si assiste a un attacco diretto dei 144.000 contro l’impero. La loro lotta è di altro tipo. Il popolo delle comunità segue l’Agnello (14,4). Resiste e non si lascia contaminare dal culto dei falsi dèi: sono vergini (14,4). Alimentano la loro fede perseverante con la certezza che Dio e non l’impero è il padrone del mondo (13,10). Si organizzano in maniera fraterna ed egualitaria, come anticamente le dodici tribù (7,3-8). Osservano la legge dei comandamenti di Dio e conservano la testimonianza di Gesù (12,17).

È la lotta di resistenza del popolo perseguitato che a lungo andare sconfiggerà l’impero (17,14). L’impero rovinerà su se stesso per la propria corruzione, abbattuto dalle piaghe della storia. Nel frattempo il popolo delle comunità prepara con la sua lotta l’inizio del nuovo futuro. Sin d’ora le comunità sono le primizie per Dio e per l’Agnello (14,4). Sono un esemplare del futuro che Dio vuole per tutti. Per questo già da adesso cantano vittoria (14,2-3): un canto robusto che riempie il mondo della sua voce, simile al fragore di grandi acque (14,2). Termina qui la seconda tappa dell’itinerario. Termina la descrizione della situazione in cui si trovava l’umanità nel momento in cui Giovanni stava scrivendo l’Apocalisse.

L’impressione che ne rimane è identica a quella avuta alla fine della prima tappa: si tratta di una lotta impari, come impari era la lotta tra la donna e il drago. È il mondo intero che si organizza per sbaragliare il popolo delle comunità. Ma Dio ha già pronunciato la sentenza di condanna contro il drago e contro la bestia. Assisteremo ora all’esecuzione della sentenza.

Il futuro: giudizio e castigo della bestia e del drago (14,6-20,15)

Giovanni continua a esporre come si svolge l’itinerario della marcia. Ha già descritto il passato (12,1-17) e il presente (13,1-14,5). Ora egli solleva il velo del futuro. Comincia a descrivere come finirà la lotta iniziata sin dalle origini, nel paradiso terrestre. È la parte più difficile dell’Apocalisse. Ci limiteremo a fornire un aiuto che consenta di individuare il filo della matassa e il midollo della questione.

Tre angeli appaiono ad annunciare ciò che sta per accadere. Il primo annuncia che è giunta l’ora del giudizio (14,6-7). Il secondo annun- cia la caduta di Babilonia (14,8). (Babilonia è Roma, la capitale dell’impero). Il terzo angelo annuncia la sconfitta finale di tutti gli adora- tori della bestia (14,9-11). La condanna dell’impero è già decisa. La sua certezza dà forza al popolo delle comunità per continuare a resistere (14,12-13).

I tre annunci ci offrono i tre momenti di questa terza tappa dell’itinerario:

  1. L’arrivo del giorno del giudizio sarà descritto da 14,14 a 14,20.
  2. La caduta di Babilonia sarà descritta a lungo da 15,1 fino a 19,10.
  3. La sconfitta finale sarà descritta, con molte immagini grandiose, da 19,11 a 20,15.

L’arrivo del giorno del giudizio (14,14-20)

Appare il Giudice della storia, il Figlio dell’uomo, seduto su una nube bianca (14,14). È Gesù, il Messia, così come fu annunciato dal profeta Daniele (Dn 7,13). Ha in mano una falce affilata (14,14). Un angelo grida a gran voce: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere» (14,15). E la terra cominciò a essere mietuta (14,16). Subito dopo, in un’altra visione, un altro angelo grida: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature» (14,18). E cominciarono a vendemmiare e a pigiare le uve (1-4,19-20).

Mietere e vendemmiare le uve mature sono immagini del giudizio finale. È cominciato il giudizio. Ha inizio la condanna di coloro che stavano perseguitando il popolo di Dio. Giudizio e condanna consistono nella lenta distruzione di Babilonia.

La caduta di Babilonia (15,1-19,10)

Compaiono sette angeli con sette flagelli (15,1). Sono i flagelli che distruggeranno poco alla volta «Babilonia la grande» (16,19). Al tempo stesso appare il popolo che ha sostenuto la persecuzione dell’impero e ha vinto la bestia (15,2). È ritto sul mare di cristallo (15,2). Come il popolo dell’Esodo, dopo la traversata del Mar Rosso (Es 15,1- 21), essi cantano il cantico di Mosè e dell’Agnello (15,3; 14,3). Celebrano col canto il giudizio di Dio appena iniziato (15,3-4).

Si abbattono quindi uno dopo l’altro i flagelli: piaghe maligne (16,2), il mare trasformato in sangue (16,3), le sorgenti trasformate anch’esse in sangue (16,4), un terribile calore che brucia gli uomini (16,9), le tenebre (16,10), i fiumi che vengono prosciugati (16,12), infine un terremoto che distrugge la città di Roma (16,19).

Sono i flagelli o piaghe della storia, interpretati da Giovanni come giudizio di Dio e celebrati in cielo con una liturgia solenne (16,5-7). I flagelli non ottengono la conversione di coloro che adorano la bestia (16,9.11). Incitati anzi dallo spirito del drago, della bestia e del falso profeta (16,13), i re del mondo intero si organizzano per muovere guerra contro Dio (16,14.16). Invece della conversione, i flagelli hanno provocato la bestemmia contro Dio (16,9.11.21).

La grande prostituta. Da 17,1 a 19,10 segue una nuova visione di Babilonia e della sua caduta. Giovanni viene accostato da un angelo che lo invita: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta» (17,1). Egli vede una donna adorna di splendide vesti (17,3-4). Il suo nome è: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra» (17,5). Era ubriaca non già di vino, ma del sangue dei martiri (17,6) e ubriacava altresì il mondo intero col vino della sua prostituzione (17,1). Alla vista di quella donna, Giovanni è preso da grande stupore (17,6). Un angelo spiega il mistero della donna (17,5), lasciando ben capire che si tratta della città di Roma, capitale dell’impero (17,9). Alla fine egli conclude: «La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra» (17,18).

Seguono quindi, da 18,1 a 19,10, quattro cantici. Il primo annuncia la caduta di Babilonia (18,2-3). Il secondo invoca vendetta contro il male perpetrato da Babilonia (18,4-8). Il terzo è un lamento espresso in maniera drammatica sulla caduta di Babilonia (18,9-24). Il quarto è una celebrazione di partecipazione alla vittoria del giudizio di Dio sulla grande prostituta (19,1-8). Nei primi tre cantici Giovanni mostra come la causa di tutta la malvagità di Babilonia sono stati il suo sfrenato desiderio di lusso e il profitto sistematicamente organizzato (18,3.7.9-20.23). Per questo «è diventata covo di demòni» (18,2).

Dopo il giudizio di condanna della grande prostituta, «son giunte le nozze dell’Agnello» (19,7). La sua sposa, il popolo di Dio, è ormai pronta (19,7). Vengono già distribuiti gli inviti per la festa (19,9). Ma prima della festa finale ha luogo la sconfitta totale degli adoratori della bestia.

La sconfitta finale del drago, della bestia e dei suoi adoratori (19,11-20,15)

Comincia qui la parte più difficile dell’Apocalisse. Sono visioni oscure, dei cui dettagli non si può dare un’interpretazione sicura. Non possono essere presi alla lettera, parola per parola: si tratta di simboli. Rimane però chiaro il senso complessivo. Giovanni vuole insegnare che alla fine il male sarà totalmente sconfitto. La vittoria spetterà al bene e alla giustizia.

La prima sconfitta (19,11-21). Appare un cavallo bianco (19,11). Colui che lo cavalca possiede vari nomi: «Fedele e Verace» (19,11),

«Verbo di Dio» (19,13), «Re dei re e Signore dei signori» (19,16). È Gesù Cristo! Accompagnato dagli eserciti del cielo (19,14), egli «giudica e combatte con giustizia» (19,11). Mentre i re della terra, capeggiati dalla bestia, si preparano al combattimento finale (19,19; 16,13-16), un angelo raduna gli avvoltoi: «Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi» (19,18). L’esercito dei re è sconfitto. La bestia e il falso profeta sono catturati e gettati vivi nello stagno di fuoco (19,20). Tutti gli altri adoratori della bestia sono uccisi dalla spada che esce dalla bocca del cavaliere (19,21).

Il regno dei mille anni (20,1-6). Un angelo scende dal cielo, afferra il drago, «il serpente antico, cioè il diavolo, satana» (20,1). Il drago viene incatenato e gettato nel grande abisso, ove rimarrà fino al compimento dei mille anni (20,2-3). Dopo avviene la «prima risurrezione» (20,5-6). La prima risurrezione è di coloro che hanno reso testimonianza a Gesù e non hanno adorato la bestia (20,4). La loro testimonianza ha fatto seme ed è risuscitata nella Chiesa che ora cresce e si diffonde nel mondo intero.

Ciò durerà per mille anni (20,4). Gli altri morti non partecipano di questa prima risurrezione (20,5), perché la loro vita non è valsa a nulla e non ha lasciato alcun seme nel terreno della vita del popolo. I mille anni indicano il tempo che va dalla fine della persecuzione dell’impero fino alla fine del mondo. È il tempo completo stabilito da Dio. Non può essere preso alla lettera. Nessuno infatti sa nulla della fine del mondo: è un segreto del Padre (Mc 13,32; At 1,7).

La seconda sconfitta e il giudizio finale (20,7-15). Compiuti i mille anni, il drago viene liberato (20,7). Ma solo «per un po’ di tempo» (20,3). Va in giro per il mondo a sedurre le nazioni (20,8) e organizzarle per la guerra contro il popolo di Dio (20,8). Arrivano a cingere d’assedio «l’accampamento dei santi e la città diletta» (20,9). Ancora una volta è lotta impari! È l’ultimo tentativo del serpente contro la discendenza della donna. E Dio interviene nuovamente in favore della donna, in favore del suo popolo. Un fuoco discende dal cielo e li divora tutti (20,9). Allora, finalmente, il drago – il diavolo – viene gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove già si trovavano la bestia e il falso profeta (20,10). Là rimarranno «per i secoli dei secoli» (20,10).

Giovanni vede poi il trono bianco di Dio (20,11): il trono del Giudice. La morte è obbligata a restituire tutti quelli che aveva divorato nel corso della storia (20,13). Tutti sono giudicati, ciascuno secondo le sue opere (20,12.13). Terminato il giudizio, la morte stessa ormai vinta viene gettata nello stagno di fuoco (20,14). Là vanno a finire con essa tutti quelli che non erano scritti nel libro della vita (20,15). E la «seconda morte» (20,14): la morte della morte stessa. Alla fine resterà soltanto la vita, e vita in abbondanza (Gv 10,10). Tutto è pronto per la festa finale.

La festa finale al termine della marcia (21,1- 22,5)

«Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra» (21,1)

Il futuro che spunta alla fine del cammino storico, si affaccia come una nuova creazione. Sorge come dono di Dio e come frutto della lotta del popolo che nella persecuzione cercò di essere fedele. L’itinerario del nuovo esodo (4-11) trova qui la libertà. L’itinerario del giudizio (12-20) trova qui la giustizia. I lineamenti del volto di Dio che tutti cercavano durante la marcia, brillano ora in tutto il loro splendore. Il velo viene tolto via completamente. Appare il volto di Dio, faccia a faccia, un volto impresso in un mondo trasformato.

Un volto non si commenta: si guarda e si contempla. Soprattutto quando è il volto della persona amata. Ogni commento può persino rovinare la bellezza della poesia e dell’amore. La cosa migliore è guardare: guardare e contemplare il futuro che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9). Questo futuro alimenta la fede, la speranza e l’amore. Alimenta in noi la lotta e la resistenza contro quell’impero che ancor oggi vuole divorare le comunità che si organizzano in vita fraterna.

Sette punti per aiutare a meditare il futuro che Dio ci offre

Il futuro che Dio ci offre è in gestazione nel mistero della storia. Il suo seme si trova nel passato del popolo. Un primo esempio del futuro appare già nella lotta del popolo perseguitato che resiste all’impero e si organizza in maniera fraterna. Come sarà il futuro, una volta terminata la lotta? Nessuno lo sa. Nessuno sa ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9). Ma Giovanni tenta di intravvedere la realtà a partire dalle cose che Dio ha già realizzato in passato e a partire da ciò che egli stesso vede realizzato nelle comunità. Giovanni tenta di immaginare il futuro a partire dal seme e dall’esempio. Ritrae per così dire sette diapositive del passato, vi sistema dietro la luce potente della fede e proietta tutto sullo schermo del futuro. Così ci offre la visione della festa finale al termine della marcia (21,1-22,5).

Il futuro che Dio ci offre è una nuova creazione

Un nuovo cielo e una nuova terra (21,1). Il mare, simbolo del potere del male, non c’è più (21,1). Nella prima creazione Dio aveva iniziato il suo lavoro creando la luce (Gen 1,3). Ma, separate dalla luce, erano rimaste le tenebre, la notte (Gen 1,5). Qui, nella nuova creazione del futuro, la luce vince definitivamente; non c’è più notte, non c’è più tenebra (21,25; 22,5). Tutto è luce! E Dio stesso a brillare sul suo popolo (22,5). Gesù, l’Agnello, è la lampada che tutto illumina (21,23). Delle cose antiche non è rimasto nulla, tutto è scomparso (21,1.4). E Dio proclama: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (21,5).

Il futuro che Dio ci offre è un nuovo paradiso terrestre

Nel primo paradiso c’era un fiume che irrigava e rendeva fertile tutta la terra (Gen 2,10-14). Nel nuovo paradiso il fiume scaturisce dal trono di Dio (22,1). Le sue acque irrigano la terra e fanno crescere da ogni lato l’albero della vita (22,2). Questo albero dà dodici raccolti all’anno e persino le sue foglie servono a guarire le nazioni (22,2). Tutto questo è un’immagine per dire che la morte è stata vinta. Ora solo la vita esiste, vita in abbondanza per tutti. Anche le ferite rimaste per le asperità del cammino e per la durezza delle persecuzioni vengono guarite (22,2). La maledizione entrata nel primo paradiso (Gen 3,14-19) è scomparsa (22,3). «Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,4). Dio asciuga le lacrime che ancora bagnavano gli occhi (21,4). Egli offre da bere l’acqua della fonte della vita (21,6).

Il futuro che Dio ci offre è una nuova alleanza

Come in antico, dopo l’uscita dall’Egitto, anche adesso Dio viene a dimorare col suo popolo (21,3). Stende su di esso la sua tenda (21,3) e pronuncia le parole dell’alleanza. Egli dice al popolo che sarà «Dio- con-loro» ed essi saranno suo popolo (21,3). Dice a ognuno in particolare: «Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (21,7). Dio celebra l’alleanza con tutto il popolo e con ognuno in particolare. È la perfetta armonia del popolo con se stesso e del popolo con Dio, dell’individuo con la comunità e della comunità con l’individuo. Nessuno si perde nell’anonimato della massa e nemmeno nell’individualismo di una fede che non pensa che a se.

Il futuro che Dio ci offre è una nuova organizzazione delle dodici tribù

L’organizzazione basata sulla fraternità e sull’eguaglianza del popolo era cominciata laggiù nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Era stata ripresa dal popolo delle comunità in opposizione all’impero. Ora, nel futuro offerto da Dio, essa si presenta in tutta la sua pienezza, dopo che l’impero è stato abbattuto dai flagelli della storia e dal giudizio di Dio. Appare ovunque il numero dodici. È il brevetto della nuova creazione: 12 porte (21,12), 12 angeli (21,12), 12 tribù (21,12), 12 basamenti (21,14), 12 apostoli (21,14), 12 mila stadi (21,16), 144, ossia 12 x 12

braccia (12,17), 12 tipi di pietre preziose (21,19-20), 12 perle (21,21) e 12 raccolti all’anno dall’albero della vita (22,2). È l’organizzazione perfetta del popolo simboleggiata nella perfezione della città santa. In mezzo a quel popolo fedele non v’è più infedeltà, viltà, corruzione, omicidio, immoralità, magia, idolatria, menzogna (21,8). Tutto ciò è stato abolito. La fedeltà ha riportato la vittoria mediante l’osservanza dei comandamenti di Dio (12,17).

Il futuro che Dio ci offre è una nuova città santa, Gerusalemme

Essa scende dal cielo, da Dio (21,2; 21,10), adorna di pietre preziose d’ogni tipo (21,19-20). Tutto in essa è perfetto: lunghezza, larghezza, altezza (21,15-16), mura, porte, materiale usato (21,15.17-18), basamenti (21,14.19). La piazza principale è di oro puro, come cristallo trasparente (21,21). Ogni tribù vi reca la sua ricchezza, senza perdersi nell’insieme. Le sue porte sono sempre aperte (21,25). Le ricchezze delle nazioni affluiscono dentro di essa (21,26). Non esiste alcun pericolo di rapina perché non v’è più nulla di impuro e di falso (21,27). Tutto è a servizio della vita. La città santa è la luce delle nazioni (21,24).

Il futuro che Dio ci offre è un popolo rinnovato, bello come una sposa pronta per le nozze

La città dell’impero era una prostituta. La città di Dio è una sposa: bella, tutta adorna per il suo sposo (21,2). Il suo sposo è l’Agnello (21,9). Essa è la figlia di Sion, immagine del popolo di Dio. È la donna che ha lottato contro la morte e contro il drago. Qui, nel futuro di Dio, la lotta è cessata. Il serpente non insidia più nessuno: è stato gettato per sempre nello stagno di fuoco. La sposa, il popolo, si prepara all’unione definitiva con Dio, alle nozze con l’Agnello (19,7.9; 21,9). È la festa finale a coronamento della marcia.

Il futuro che Dio ci offre è Lui stesso, Dio presente in mezzo a noi

Il cielo è disceso sulla terra (21,2), trasformata per sempre nella dimora di Dio (21,3). Dio è la fonte della vita (21,6; 22,1). È il principio e la fine d’ogni cosa (21,5). Jahvè, Dio-con-noi, Dio liberatore, sarà il nostro Dio per sempre (21,3). Nel futuro che Dio ci offre non ci sarà più bisogno di sole, né di luna, né di lampada alcuna (21,23; 22,5). Dio sarà il sole! La sua gloria illumina il suo popolo (21,23) e brillerà su di esso (22,5). Dio è luce. Dio è Padre (21,7). E tutti per sempre vedranno la sua faccia (22,4).

Davanti a questo futuro che l’amore di Dio prepara per il suo popolo e con il suo popolo che lotta e resiste, non si può non ripetere:

«Beato chi custodisce [mette in pratica] le parole profetiche di questo libro» (22,7). Costui parteciperà alla festa finale della marcia del popolo fedele e sederà al banchetto delle nozze dell’Agnello (19,9).

Rivelazione del futuro

Vediamo qual è il futuro nell’Apocalisse di san Giovanni.

Dice che i giusti faranno parte di una nuova creazione, dove non ci sarà più lutto, morte, non più maledizione. Sarà un paradiso terrestre, con una perfetta organizzazione.

Ci sarà una nuova alleanza, con Gerusalemme bella al pari di una sposa che riceve gli auguri. È il Dio che è, che era e che oggi ancora viene! Il drago e la bestia nessun potere più possiede.

Non ci sarà più tristezza, dolore non più sofferenza. Tutte le cose passate rimarranno nell’oblio.

Non ci sarà più l’invidioso. Finirà d’esistere il rivale. Per i malvagi il futuro sarà di grande tormento.

La città è molto bella, secondo lo scrittore. Tutti saranno fratelli, e Dio il Padre protettore. Avremo vita abbondante nella pace del Signore.

Vale la pena lottare molto per esserne meritevoli.

Adelino A. Cordeiro, contadino

RACCOMANDAZIONI FINALI (22,6-21)

Giovanni è giunto al termine del suo libro. Ha avuto un gran coraggio! Ha avuto il coraggio di interpretare gli avvenimenti di quel tempo alla luce della sua fede. Per fare questo aveva proprio bisogno di una buona dose di coraggio. Chi erano infatti i cristiani? Un gruppetto di nessun rilievo, perseguitato, disperso in un impero immenso. E da dove mai Giovanni ha tirato fuori il coraggio per lanciare tale sfida ai potenti di quel tempo? Lo ha tratto soprattutto dalla certezza della sua fede: dalla fede che Dio era con il popolo perseguitato. Dalla certezza che Dio è Jahvè, Dio con noi, Dio liberatore.

Alla fine del libro egli dà alcune raccomandazioni (22,6-21). Sa che il libro incontrerà resistenze. Non tutti saranno d’accordo con quello che egli pensa della politica dell’impero romano. Sa che il suo libro avrà a che fare con interpretazioni svariate, persino opposte tra loro. Per prevenire tutto questo e per orientare il lettore, dà alcune racco- mandazioni e consigli finali.

Anch’io sono giunto alla conclusione di questo piccolo libro, composto senza molte pretese. È frutto di numerose letture e di molto studio, di una serie di conversazioni fortunate, di molta preghiera. Ho cercato di essere fedele a Dio, alla fede della Chiesa, al senso del testo e alla realtà che stiamo vivendo oggi. Non so se vi sono riuscito. Ma se il popolo delle nostre comunità, esperto del patire, troverà in questo libro qualche incitamento e qualche motivo di fede e di speranza per continuare il suo cammino e la sua lotta contro l’impero, credo allora che l’interpretazione che ho data corrisponda a ciò che Dio chiede e attende da me.

SCHEMA GENERALE

I. Le lettere alle sette comunità (1,1-3,22)

1,1-3 Titolo e riassunto del libro

1,4-8 Saluto iniziale

1,9-20 Origine del libro: la visione di Gesù 2,1-3,22 Le lettere alle sette comunità

2,1-7 a Efeso

2,8-11 a Smirne

2,12-17 a Pergamo

2,18-29 a Tiatira

3,1-6 a Sardi

3,7-13 a Filadelfia

3,14-22 a Laodicea

Il. Primo itinerario della marcia del popolo: Dio libera il suo popolo (4,1-11,19)

4,1-11 Visione del trono di Dio

5,1-14 Visione dell’Agnello immolato

6,1-7,17 Apertura del libro chiuso con sette sigilli

6,1-8 il passato: apertura dei primi quattro sigilli 6,9-11 il presente: apertura del quinto sigillo

6,12-7,17 il futuro: apertura del sesto sigillo

6,12-17 sconfitta degli oppressori del popolo 7,1-17 la missione del popolo perseguitato

8,1-10,7 Apertura del settimo sigillo: le sette piaghe finali della storia 10,8-11,13 Intervallo che prepara il secondo itinerario

10,8-11 visione del piccolo libro dolce e amaro 11,1-13 visione dei due testimoni, Mosè ed Elia

11,14-19 Settima piaga che segna l’arrivo definitivo del regno di Dio

Ill. Secondo itinerario della marcia del popolo: Dio giudica gli oppressori del popolo (12,1-22,21)

12,1-17 Il passato: la lotta tra la donna e il drago

13,1-14,5 Il presente: i due campi in lotta: la bestia e l’agnello 13,1-18 la bestia, l’impero romano

14,1-5 l’Agnello e il suo esercito: il popolo delle comunità

14,6-20,15 Il futuro: giudizio di condanna degli oppressori del popolo 14,6-13 tre angeli annunciano ciò che sta per accadere 14,14-20,15 si realizza l’annuncio dato dai tre angeli

14,14-20 arrivo del giorno del giudizio 15,1-19,10 la caduta di Babilonia

19,11-20,15 sconfitta finale del potere del male

21,1-22,5 La festa finale al termine della marcia del popolo 22,6-21 Raccomandazioni finali

1 Il termine chiesa (locale), come quelle di Efeso, Smirne, Pergamo, ecc., sarà sempre tradotto con «comunità», con chiaro riferimento anche alle attuali «comunità ecclesiali di base» del Brasile, alle quali il Mesters consacra la sua attività di studioso.

2 L’autore si riferisce alla cosiddetta «literatura de cordel»: scritti che vengono esposti, appesi a un cordellino, nei chioschi e che trattano, in una forma epico-popolare ingenua, imprese che hanno colpito la fantasia e la memoria del popolo (dal cangaceiro Lampiâo a… Pelè!).

3 Si è accennato naturalmente a un percorso ben noto ai brasiliani che si recano al famoso santuario dell’Apparecchiata. La «serra» è quella «da Mantiqueira» tra Rio de Janeiro e Sao Paulo.

Related Posts

Gesù, il vero volto di Dio

È già da alcuni mesi in libreria il nuovo libro del cardinale Angelo Comastri: Gli occhi di Dio. Gesù ci...

L’offertorio: abbiamo offerto a Dio la vita degli uomini tramite quel pane e quel vino

Il mistero… capire o non capire, andiamo avanti. Se aspettiamo di capire tutto non faremo più nulla: il Signore stesso...

Il vino della festa

Sì, il vino: è lui, non l’uva, il vero “frutto” della vigna. E come la vigna è ricco di doni...

Quali sono i criteri per un giusto rapporto con il denaro?

Il denaro serve in primo luogo a sostenere le spese necessarie per mantenersi. Infatti, serve ad assicurarsi il sostentamento anche...

2 Maccabei 4, 18-38

E’ fonte di tristezza quando in una Parola come questa che oggi riceviamo dalla bontà del Signore, bisogna prendere atto...

Il giorno di Pasqua

Restiamocene tranquilli, a occhi chiusi, un istante prima che si levi l’alba del giorno della Risurrezione. È ancora notte fonda,...

Letture patristiche della Domenica “della parabola del seminatore”

XV del Tempo Ordinario A Mt 13,1-23; Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23 DISCORSO 73 di Sant’Agostino, vescovo SULLE PAROLE...

Letture patristiche di Domenica 20 Settembre 2020

Letture patristiche della Domenica «DELLA PARABOLA DEGLI OPERAI DELL’XI ORA» XXV Dom. Tempo Ordinario A Mt 20,1-16 (leggi 19,30-20,16); Is...

Rinascere dalle ceneri del tuo dolore

Non biasimare altri per la tua sorte, perché tu e soltanto tu hai preso la decisione di vivere la vita...

Letture Patristiche “DI COLUI CHE PUO’ PERDERE NELLA GEHENNA”

Letture patristiche della Domenica “DI COLUI CHE PUO’ PERDERE NELLA GEHENNA” XII del Tempo Ordinario A Mt 10,26-33; Ger 20,10-13;...

Il mistero del corpo e del sangue

Concluse le antiche feste della Pasqua che si celebravano per ricordare l’antica liberazione dalla schiavitù d’Egitto del popolo di Dio,...

Biografia di Thomas Merton

THOMAS MERTON Thomas Merton nasce il 31 gennaio del 1915 a Prades, sui Pirenei Orientali, in Francia, figlio di Owen,...

Rispondere all’amore di Dio

Dio dice: «Ti amo di un amore eterno», e Gesù è venuto a insegnarci questo. Quando Gesù fu battezzato, si...

Il lungo cammino verso casa

«Una delle più grandi provocazioni della vita spirituale è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi, esseri umani,...

La devozione al Cuore Immacolato di Maria

Fondamenti biblici. Nella Sacra Scrittura, il vocabolo “cuore” è alla base del rapporto religioso-morale dell’uomo con Dio. Il cuore è...

Comments
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.